«Mi comporterò come Ferrero»

«Il decreto sull’Afghanistan è semplicemente inaccettabile». Reduce da una serie di assemblee con gli operai in Calabria, la voce di Fosco Giannini arriva vibrante ma preoccupata. «Non c’è nessun disegno di uscita serio – attacca il capogruppo di Rifondazione in commissione Difesa al senato – le proposte di una conferenza di pace o di un ampliamento della cooperazione civile somigliano tanto alla burla di luglio su un osservatorio che già non serviva granché ma non è stato nemmeno mai fatto».
Per questo i ministri di Prc, Verdi e Pdci non l’hanno votato.
Il compagno Ferrero ha fatto benissimo a uscire dal consiglio dei ministri: è una scelta positiva e apprezzabile, che dà coraggio al partito e alle sinistre che sostengono un cambiamento radicale di quel decreto.
Cambiarlo sì. Ma come?
L’unica condizione seria che il nostro partito deve porre è un’uscita strategica da Kabul in tempi non biblici ma politici: in pochi mesi .
L’Ulivo lo esclude. E sia D’Alema che Giordano hanno avvisato sui rischi di una maggioranza non autonoma sulla politica estera.
Il governo Prodi è il protagonista di un grande paradosso. Da un lato ci sono le posizioni della Rice e del suo vice Volker che chiedono agli alleati più truppe di combattimento e di schierarsi nel sud dell’Afghanistan. Dall’altro la commissione Difesa del senato Usa boccia i piani di guerra di Bush in Iraq. Il governo Prodi da che parte sta? A me pare che con il rifinanziamento delle truppe in Afghanistan e con la subordinazione sulle basi militari di Vicenza e Sigonella Prodi aiuti oggettivamente le posizioni neocon e non quelle dell’opposizione democratica e della stragrande maggioranza della popolazione Usa che non ne può più di una politica di guerra infinita e permanente. Il governo Prodi sembra cieco, sordo e senza strategia: stare con gli Usa e fare una politica di pace vuol dire uscire dall’Afghanistan e non accettare l’allargamento di Vicenza e Sigonella.
Se non ci fossero cambiamenti significativi come ti comporterai in senato?
Se il decreto rimanesse questo io non voterei nemmeno la fiducia. Sono stato eletto anche per essere uno dei punti di riferimento del movimento contro la guerra e per la pace.
E se dopo il confronto in parlamento Rifondazione invece lo votasse?
Sarebbe una scelta suicida e non da partito comunista. Il comportamento di Ferrero però ci fa ben sperare.
Già a luglio però ci fu la promessa di provvedimenti in caso di voto difforme dalle decisioni del partito. Temi sanzioni?
E’ vero che già a luglio siamo stati minacciati di espulsione dal partito. Ma subito dopo ci sono stati altri morti italiani in Afghanistan e il compagno Russo Spena e il compagno Giordano giustamente hanno posto il problema dell’uscita immediata dall’Afghanistan. Quella posizione era giusta ma contraddiceva «un pochino» la minaccia di espulsione contro di noi. La verità è che abbiamo perso una grande occasione: dovevamo agire nella società per dare forza al movimento contro la guerra e arrivare al voto del 2007 con le piazze piene. Invece dopo le promesse estive non abbiamo fatto nulla, ci siamo ridotti alla schermaglia istituzionale senza avere le spalle coperte.
La manifestazione del 17 febbraio a Vicenza può essere un’occasione per rimediare?
E’ evidente che tutti noi dobbiamo lavorare per una grande riuscita di massa di quella manifestazione. E’ un’occasione per spostare a sinistra l’asse del governo, per convincerlo, a partire da quella lotta, che il popolo della sinistra c’è e non può essere tradito. Voglio rivolgermi, se me lo permetti, al presidente della camera e compagno Fausto Bertinotti. Ricordo bene i discorsi del 2001, quando giustamente diceva «la guerra è la notte della politica» e per questo noi non l’avremmo mai accettata. Il ruolo dei pacifisti e dei comunisti è di illuminarla quella notte, e non di utilizzarla oggi per intimorire i cosiddetti «dissidenti», cioè coloro che si battono contro la guerra imperialista a Kabul.