«Mi chiamavano er civile storpio, ero ancora vivo»

Ho conosciuto l’unico superstite civile dell’attentato alle truppe italiane in Iraq del 12 novembre 2003. Ci siamo dati il nostro primo appuntamento in un bar a Trastevere qualche mese fa ma di lui sapevo già parecchie cose. Conoscevo il suo nome e quello del quartiere romano in cui vive. Conoscevo il nome della donna che ama e pure quello di una sua ex. Che avesse una passione per il cinema, che sua madre fosse superstiziosa, e che più di ogni altra cosa durante il lungo periodo di degenza desiderasse fumare, l’avevo già letto in un libro: il suo. Aureliano Amadei, assistente di Stefano Rolla durante i sopraluoghi per le riprese della fiction che costò a quest’ultimo la vita e autore insieme a Francesco Trento del libro-verità «Venti sigarette a Nassiriya» (pubblicato con gran successo da Einaudi e già alla sua seconda ristampa), è un ragazzo della mia generazione.
Partito per l’Iraq desideroso di lavorare al fianco di un professionista da lui molto stimato con l’entusiasmo ingenuo di chi ha molti ideali e poca esperienza, Aureliano salta in aria e perde per sempre l’uso della caviglia sinistra. E’ la mattina di mercoledì 12 novembre 2003: prima «spedizione» organizzata dalla troupe italiana per girare il film e ultimo giorno di vita per diciannove persone. La dinamica dei fatti, lo sgomento delle autorità e le immancabili polemiche che ne sono seguite, sono storie che bene o male conosciamo già…
Oggi con Aureliano e con Francesco, che in questi mesi si è impegnato in prima persona affinché l’esperienza del suo amico fosse motivo di riflessione politica in tutta Italia, ho parlato del «poi», del post-attentato e della «vita che continua».
Motivi buoni e motivi «cattivi»
«Il primo buon motivo per ‘continuare’ è di certo l’arrivo di mia figlia. Claudia, la ragazza che amo, colei che si è presa cura di me all’ospedale del Celio dove sono stato ricoverato a lungo, mi renderà padre in estate» – confessa con un sorriso dolce e timido questo ragazzo dagli occhi vivaci.
Aureliano ha lo sguardo attento, da documentarista. Osserva tutto e tutti e fuma in continuazione. Gauloises rosse e accendino verde i suoi inseparabili compagni di viaggio.
«Continuare significa per me accettare di dover camminare per sempre con l’aiuto di un bastone e consapevole che la mobilità della mia caviglia andrà peggiorando di anno in anno. Significa svegliarsi ogni giorno con la sensazione di aver visto la morte in faccia, di averla scoperta sui corpi dei soldati e dei civili coinvolti nell’attentato, di averne respirato l’odore come si fa con il fumo di una sigaretta; eppure di avercela fatta. Ci sono molti vantaggi ad essere un sopravvissuto: puoi ancora parlare, pensare, mangiare, scopare, sognare. Sopravvivere, però, non è vivere!».
C’è tanta rabbia nelle sue parole. Rabbia e risentimento nei confronti del ministero della difesa che autorizzò, concedendo il patrocinio al progetto, un’intera troupe cinematografica a recarsi a Nassiriya per girare un film di fiction in un territorio assolutamente a rischio.
«La decisione di colpire la nostra base a Nassirya è stata causata dall’insufficienza dei suoi sistemi di difesa che l’hanno resa facile bersaglio di attentati terroristici», insiste alzando le spalle quasi in segno di rassegnazione.
In effetti, da quanto risulta dalle testimonianze e dalla lettura dei documenti, la base dei carabinieri di Nassiriya, al contrario di quella dell’esercito a White Horse, non aveva serpentine di cemento né alcun altro tipo di difesa passiva all’ingresso. Il camion bomba di cui parla Aureliano è entrato senza alcuna difficoltà. Le mura di cinta erano alte un metro, i sacchi di sabbia riempiti di sabbia e pietre (che con la detonazione si sono trasformate in proiettili), il deposito di munizioni posto in una posizione talmente infelice da incendiarsi all’istante e dar luogo a tutta una serie di deflagrazioni e spari aggiuntivi, tanto da far dire a qualcuno, in seguito alle prime indagini (indagato il colonnello Georg Di Pauli, comandante della base), che sarebbe bastato passare con un motoscafo sul fiume Eufrate – che costeggiava un altro lato della caserma – e lanciare una bomba a mano per ottenere un effetto altrettanto tragico.
«Nel libro che abbiamo scritto insieme e dal quale trarremo un film a breve – aggiunge Francesco combattivo – sottolineiamo che tutte queste mancanze erano state segnalate più volte ai comandi, senza che per questo si ottenesse un intervento volto a migliorare la sicurezza della base».
Aureliano ha voglia di parlare; è sincero. Racconta con la voce di chi ha fatto un’esperienza che l’ha «colpito», ovviamente, anche in termini psicologici. Parla con la consapevolezza di aver fatto una grande stupidaggine, di non essersi informato a sufficienza, di esser stato superficiale prima di partire. Poi tutto va in pezzi e la voglia di sapere e capire diventa prioritaria. Nel letto dell’ospedale, con un chiodo nella caviglia e la compagnia degli altri supersiti, «er civile» (questo il suo nickname ufficiale), raccoglie informazioni e scopre che non è vero che l’attentato era imprevedibile. C’erano stati gi allarmi del Sismi del 6, 8 e 9 ottobre e nessuna misura di sicurezza era stata presa.
C’era stato il fax dello sceicco Ali al-Munshed alla polizia del luogo, cinque giorni prima della strage, che avvisava di «un attentato con un’autobomba contro strutture o uomini di Antica Babilonia»: calma piatta. Infine gli allarmi del Sismi, a mezzanotte dell’11 novembre, e della Cia, alle 5.30 del 12, a poche ore dall’attentato. Ignorati.
Testimoniare e denunciare
Chiedo altre informazioni sul film cui stanno lavorando i due amici, cercando così di smorzare con l’idea di nuovi progetti il ricordo di quelli falliti.
C’è un punto fondamentale: la folle idea di tornare in Iraq per finire l’opera che Rolla aveva appena cominciato al solo scopo di dedicargliela, attraversa la mente del ragazzo solo inizialmente. Smaltita la commozione, subentra la ragione: livida e fredda. Quel maledetto progetto era un atto di assoluta incoscienza. Quello che Aureliano cerca invece di girare appena uscito dall’ospedale, è un documentario sulla condizione dei sopravvissuti alla strage. Dopo varie promesse e garanzie fittizie si rende conto che non glielo avrebbero mai permesso a che addirittura alcune proposte di lavoro che aveva ricevuto avevano proprio lo scopo di distoglierlo dal progetto. La sua situazione economica, che aveva cominciato a incrinarsi nel 2004, l’anno peggiore della sua vita, è attualmente piuttosto preoccupante. Senza poter svolgere nessun lavoro che richieda una corretta deambulazione, lo «zoppo sopravvissuto» sta ancora combattendo la sua battaglia per il riconoscimento dell’invalidità sul lavoro. Il bello è che non avendo regolare contratto con Rolla e la sua troupe, per la legge è evidente che lui a Nassiriya ci è capitato per caso, diciamo che c’è andato in vacanza. Non gli è permesso accedere a nessuna previdenza sociale.
Per tanto tempo, mi spiega Aureliano, gli unici soldi che ha avuto sono stati quelli conservati nel portafogli che aveva portato con sé a Nassiriya. Dentro ci sono biglietti da 100 dollari e da 100 euro ma lui non li spenderà mai. «Sono la mia coperta di Linus. Quando qualcosa non va, quando tutto non va, cavo di tasca il mio portafoglio flambé e dispongo le banconote sulla scrivania. Rimango a guardarle e mi dico: sei vivo!». In effetti, penso tra me e me accingendomi a pagare il conto, non è osservazione da poco…
Un destino per nulla migliore di questo spetta agli altri militari supersiti. Dopo la messa di commemorazione del 12 novembre 2004 a S. Maria degli Angeli durante la quale, accusa il ragazzo, il nostro premier si è appisolato e il lutto delle famiglie è stato volgarmente messo in piazza e legato a doppio filo con concetti come Patria ed Eroismo, quelli che hanno chiesto il sussidio per invalidità, quelli che hanno chiesto un trasferimento, quelli che hanno chiesto un avanzamento di grado… stanno tutti ancora aspettando!
Passato il periodo «caldo» in cui è stato considerato un miracolato e ha ricevuto visite di giornalisti e ministri (nel libro scritto con Francesco amaramente divertente è il capitolo dedicato a Bruno Vespa che a Porta a Porta per tre volte mostra ai telespettatori tre ricostruzioni sbagliate della base militare, o le pagine che raccontano la visita ricevuta in ospedale dal ministro della difesa Martino che paragona la sua caviglia «maciullata» a quella di un suo sfortunato fratello che si è operato un anno e mezzo fa…), ora Aureliano è tornato ad essere ciò che è sempre stato: un ragazzo che vuole lavorare nel cinema. Trovato facilmente un produttore interessato alla sua storia e un ottimo giovane attore desideroso di interpretarla, ora tutte le sue energie sono rivolte a questo lavoro per lui «necessario» non solo dal punto di vista psicologico, ma soprattutto civile e politico. Il messaggio che vuole lanciare non è quello del pacifista che si schiera contro una guerra assurda; è un atto d’accusa contro le istituzioni italiane. Chi ascolta la storia di questo ragazzo percepisce subito due cose: la strage di Nassiriya era prevedibile e poteva essere evitata e, fatto ancor più grave, considerare la presenza italiana in Iraq come una missione di pace, è una grande bugia. I nostri soldati non sono considerati dalla popolazione dei «bravi ragazzi», i nostri soldati laggiù sono gli alleati del nemico americano. Questa differenza andrebbe spiegata ai nostri militari che si arruolano volontari. Questa differenza andrebbe gridata in tv, sui giornali, nelle piazze.
Ruolo umanitario?
«I carabinieri che ho conosciuto, che erano strategicamente posizionati presso la base di Nassiriya» – conclude Aureliano prima di salutarci – «dopo aver passato quattro mesi a svolgere il ruolo umanitario che era stato loro affidato dal Paese, non avevano ancora idea di cosa ci stessero a fare i militari italiani, pacificamente, nel mezzo della guerra voluta dagli americani contro gli iracheni».