Metalmeccanici, la lotta riparte da Milano

Di nuovo al Palalido. Di nuovo in cinquemila, perché tanti sono i delegati delle organizzazioni sindacali dei lavoratori metalmeccanici che si spostano da tutta Italia per riunirsi a Milano e rilanciare la battaglia per il rinnovo del biennio economico del contratto nazionale. Che, a quasi un anno dalla scadenza naturale, per oltre un milione e seicentomila persone significa prima di tutto riconquistare quella parte di salario – e si tratta di buste paga da operai, che non permettono mai spese folli – che l’inflazione si è divorata mese dopo mese. Ma che vuol dire anche difendere diritti e qualità del lavoro, dal momento che la controparte imprenditoriale sta adottando una linea durissima al tavolo delle trattative proprio nel tentativo di riprendersi mano libera nella gestione più «flessibile» della «forza lavoro».

Questo dunque l’ordine del giorno dell’assemblea nazionale dei quadri e dei delegati di Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil per discutere i problemi connessi al rinnovo del contratto, dopo dieci mesi di vertenza senza sbocchi in vista. E, parallelamente, delle nuove iniziative di protesta che dovrebbero sfociare in uno sciopero di otto ore e una manifestazione nazionale a Roma, il 2 dicembre. Una data storica: perché nel 1977, nella stessa piazza San Giovanni i sindacati diedero vita ad una grandissima manifestazione, conclusa dal leader della Cgil, Luciano Lama, contro il terzo governo Andreotti.

Questa mattina la discussione sarà aperta dalla relazione di Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom-Cgil, seguirà l’intervento di Antonino Regazzi, segretario generale della Uilm-Uil, mentre l’intervento conclusivo sarà affidato a Giorgio Caprioli, segretario generale della Fim-Cisl. Che non avranno grandi novità da comunicare, dopo l’incontro di martedì scorso con i vertici di Federmeccanica. «Nessun sostanziale passo avanti – sintetizza il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini – abbiamo solo approfondito ulteriormente le reciproche posizioni».

La “novità” sarebbe una piccola apertura da parte degli industriali su uno dei punti più ostici della vertenza, la contrattazione di secondo livello per la quale i sindacati hanno chiesto incrementi ulteriori di 25 euro (rispetto ai 105 di base) per quei lavoratori che ne fossero esclusi. Federmeccanica ha espresso (solo verbalmente) una disponibilità generica e circoscritta ai lavoratori che percepiscono solo il minimo contrattuale. Un passo che lascia freddi anche gli altri leader dei metalmeccanici: «Una prima, sia pur timida, svolta al negoziato – dice il segretario generale della Fim, Giorgio Caprioli – ma per fare il contratto entro Natale è necessaria ora, oltre a una buona riuscita delle lotte, una discussione seria e franca prima nei gruppi dirigenti di Fim, Fiom e Uilm e poi con i lavoratori». Mentre il numero uno della Uilm, Tonino Regazzi, parla di «un movimento apprezzabile ma da verificare nella sostanza». L’unica vera “offerta” finora avanzata da Federmeccanica, infatti, al momento restano i 60 euro di aumento, che è piombata al tavolo della trattativa come un segnale della volontà di non arrivare ad alcun accordo.

Il nuovo round è previsto il 21 novembre questa volta con una nuova riunione plenaria, dopo che gli incontri sono avvenuti in formula ristretta, parallelamente ad alcuni tavoli tecnici in cui si è discusso di flessibilità (cioè della legge 30) e di orari di lavoro (che gli industriali vorrebbero poter gestire più liberamente). Ma nel frattempo i sindacati – che vorrebbero chiudere il contratto entro la fine dell’anno – lamentano il silenzio mediatico che è calato su questa vertenza e, soprattutto, su tutte le iniziative di protesta organizzate in questi mesi, compresi scioperi con adesioni massicce e manifestazioni affollate.