Messico, giù le mani dal petrolio Piazza piena contro la privatizzazione

Città del Messico

Lo Zócalo si è riempito di nuovo, martedì, di quello che una volta si chiamava il popolo e oggi più educatamente la società civile, per commemorare il settantesimo anniversario della nazionalizzazione degli idrocarburi, la storica expropiación petrolera del 1938, e respingere i piani privatizzatori dell’attuale governo.
Simbolo contemporaneo di riscatto e fierezza nazionale, oggi nella mira dei neoliberisti d’assalto, Petroleos Mexicanos (Pemex) è la terza compagnia petrolifera per produzione di greggio al mondo, dopo la Saudi Aramco e l’iraniana Nioc. Questa parastatale, che impiega 138mila lavoratori e riesce a estrarre più di tre milioni di barili al giorno, è tradizionalmente utilizzata come il «porcellino» del governo. Anzi il porcellone, visto che i 100 e rotti milardi di dollari all’anno che fattura finiscono per la maggior parte nelle casse dello stato e ne finanziano il funzionamento, sprechi e corruzioni comprese. Una gallina dalle uova d’oro che ha salvato il paese da abissi economici come quelli dell’Argentina o di altri paesi latinoamericani, ma che non si salva dai piani di liquidazione della squadra neoliberista – friedmaniani in economia e papisti in politica – attualmente al governo.
L’opposizione al disegno governativo, convocata da Andrés Manuel Lopez Obrador all’insegna della sovranità e della difesa del patrimonio della nazione, si è concretizzata invece in uno Zócalo pieno come ai tempi delle proteste contro la frode elettorale del 2006.
E’ dal dopoguerra di Enrico Mattei che la parola «privatizzazione» ha cominciato ad essere sostituita, in campo energetico, da eufemismi più tranquillizzanti come alleanza strategica, immissione di capitali, innovazione tecnologica.
Oggi, il pendolo della privatizzazione energetica sembra essere sulla via del ritorno: i primi esempi di rinazionalizzazione, come Russia e Arabia Saudita, stanno cominciando a fare scuola.
In Messico, il governo Calderón chiama «riforma energetica» il suo maldestro tentativo di svendere il patrimonio della nazione alle multinazionali del settore – la spagnola Repsol e la gringa Halliburton in prima fila. Il progetto, che verrà presentato nei prossimi giorni, è stato anticipato da una serie di spot televisivi davvero geniali, che mostrano un enorme giacimento nel golfo del Messico a tremila metri di profondità.
Segue il grido di dolore per non possedere la tecnologia adeguata all’estrazione, la necessità di «associarsi» con chi ce l’ha – ma perché semplicemente non comprarla o affittarla? – e la fretta per recuperare il tesoro sommerso. Lo spettro è quello dell’efecto popote, l’effetto cannuccia con cui l’assatanato vicino del Nord potrebbe succhiarci tutto il liquido da sotto. Quindi meglio sbrigarsi.
La maggioranza dei telespettatori ha riso degli spot e ha riempito lo Zócalo della capitale per ascoltare Lopez Obrador, «presidente legittimo» per 15 milioni di messicani. E lui ha ricordato la data che si commemorava. Il 18 marzo del 1938, in un messaggio alla nazione diffuso via radio alle 10 di sera, il presidente Lázaro Cárdenas annunciò la misura più popolare non solo del suo governo ma dell’intero Novecento messicano, unico istante simbiotico fra cittadini e governo: la riappropriazione dell’oro nero e dell’industria petrolifera, fino allora in mano alle grandi compagnie straniere. Una decisione non facile e piena di rischi. Fino a dove sarebbe arrivata la reazione del potente vicino del Nord, attaccato in un interesse vitale?
Pur espropriando le 17 compagnie petrolifere che operavano in Messico in quel momento e non volevano piegarsi alla nuova legislazione filooperaia, Lázaro Cárdenas del Río riconobbe loro il diritto alle indennità e le pagò grazie all’apporto di tutti i messicani. In uno sforzo epico, cittadini di tutti gli strati sociali contribuirono con un’offerta – da gioielli di famiglia a galline e bestiame – a recuperare la sovranità energetica della nazione, protetta dalla Costituzione. Il presidente Cárdenas ebbe la fortuna di confrontarsi con uno statista come Franklin D. Roosevelt, che sacrificò gli interessi delle sue industrie alla necessità dell’alleato messicano in vista della guerra.
Non è facile oggi per i tecnocrati del governo dimostrare i vantaggi della privatizzazione. Tutti sanno che Pemex è la seconda voce dell’economia messicana, preceduta solo dal narcotraffico e seguita dalle rimesse degli emigranti. Non tutti hanno dimenticato che nel 1994, quando il governo Zedillo provocò il famoso «effetto tequila», il paese si salvò dal baratro e ottenne un prestito da 50 miliardi di dollari dal presidente Clinton solo grazie a Pemex.
Con il peccatuccio originale di un’elezione fraudolenta che non riesce a farsi perdonare, Felipe Calderón è incappato in uno scoglio imprevisto proprio alla vigilia dell’annunciata riforma energetica, con cui si vorrebbe ripagare l’amministrazione Bush per favori ricevuti. L’attuale ministro degli interni, Juan Camilo Mouriño, nato a Madrid e figlio di un imprenditore spagnolo, si è rivelato un cavallo di Troia degli interessi iberici in Messico.
E ha addirittura favorito le imprese familiari, legate al trasporto e alla commercializzazione degli idrocarburi, con contratti milionari quando era sottosegretario all’energia (e il ministro era l’attuale presidente Felipe Calderón). Si è addirittura presentato in televisione, quando sono apparsi i contratti con la sua firma, per dire che tutto era «corretto e legale».
Sono in molti a dire che un ministro degli interni così è più un ostacolo che un aiuto alla riforma energetica, specialmente ora che Andrés Manuel Lopez Obrador ricomincia a riempire le piazze. L’ancora popolarissimo Amlo, che rappresenta la linea di opposizione dura al governo, ha guadagnato posizioni nelle elezioni interne del Partido de la Revolución Democrática, celebrate domenica scorsa.
Alla manifestazione di martedì ha annunciato forme di resistenza civile pacifica e ha indetto una nuova manifestazione per la prossima settimana.