Mercato del lavoro tedesco, un treno con 2 classi a bordo

Martina Metsch è un architetto berlinese di 34 anni. Da quando si è laureata ad oggi ha cambiato lavoro nove volte alternando stage, contratti a termine e lavoro autonomo. Dieci anni fa, una persona con i titoli e la professionalità di Martina non avrebbe avuto alcuna difficoltà a trovare un impiego a tempo indeterminato. Ad ammonire contro i rischi dell’eccessiva deregolamentazione del mercato del lavoro tedesco è addirittura il Financial Times che, in un pezzo pubblicato il 26 ottobre, prende ad esempio la storia di Martina per raccontare la parabola di un mercato del lavoro che assomiglia ad un treno con a bordo due tipi di viaggiatori: quelli che hanno in tasca un biglietto di 1ª classe e quelli, come Martina, che sono riusciti a conquistare solo un biglietto di 2ª.
Il mercato del lavoro tedesco (come quello italiano) è stato dipinto nei decenni scorsi come uno tra i più “rigidi” del mondo. Uno studio della Banca Mondiale degli anni ’90 classificava la Germania 129° paese su 175 per difficoltà di trovare lavoro a causa della rigidità del mercato. Gli alti tassi di disoccupazione si sarebbero spiegati, secondo diversi organismi internazionali, a causa dell’eccessiva protezione dei lavoratori già inseriti nel mercato e della forte presenza dei sindacati. Si tratta della vecchia teoria di odore liberista secondo cui la protezione degli “insider” provocherebbe l’esclusione degli “outsider”. A rimediare a questo stato di cose ha pensato il governo socialdemocratico del cancelliere Schroder tra il 2000 ed il 2003 con le misure di riforma del mercato del lavoro che prendono il nome di “leggi Hartz” (come l’ex direttore del personale della Volkswagen, incaricato di delineare le riforme necessarie per combattere la disoccupazione a due cifre e aumentare il tasso di occupazione). Se nel 1968, dunque, i lavoratori con un biglietto di 1ª classe nel mercato del lavoro (a tempo indeterminato con conseguente immissione nel circuito della protezione sociale) erano il 65% del totale, oggi sono meno della metà. I contratti di lavoro interinale sono arrivati, nel giro di un quinquennio, a coinvolgere un milione di persone. Durante la stagnazione di inizio secolo, sempre secondo il Financial Times, le imprese tedesche hanno sostituito lavoro stabile con lavoro flessibile. Il problema adesso è che i lavoratori entrati nel mercato con un biglietto di 2ª non riescono a convertirlo, nemmeno a distanza di anni, con uno di 1ª classe. E’ pur vero che l’occupazione è cresciuta, nonostante il rallentamento dell’economia dei primi anni 2000, ma più posti di lavoro hanno significato anche peggiori e mal pagati posti di lavoro.

Quali sono i rischi che il famoso quotidiano finanziario ravvede in una simile situazione? In primo luogo un problema di sostegno alla domanda interna. Durante il cosiddetto “ciclo fordista” sono stati i salari dei lavoratori a sostenere la domanda interna di beni dell’economia nazionale. Un impoverimento dei salari rischia di tradursi in un indebolimento della domanda interna. In seconda battuta si pone un problema di sostenibilità del sistema di protezione sociale. Il Welfare State, infatti, è finanziato in maniera consistente dai contributi e dalle tasse dei lavoratori dipendenti (a tempo indeterminato) che si pagano così pensione e assistenza sociale. I lavoratori flessibili pagano, in proporzione alla durata ed alla protezione dell’impiego, meno contributi e meno tasse. Questo pone un problema di sostenibilità nel medio e lungo termine dello Stato Sociale. In ultima analisi, la permanenza prolungata nel mercato del lavoro secondario (nella 2ª classe del nostro metaforico treno) rischia di erodere gli “skills” e la professionalità dei giovani “viaggiatori”. A lungo andare questo si traduce in un impoverimento di competenze e professionalità generalizzabile all’intera economia.

Tutto questo ci ricorda qualcosa?