Meno Stato più privato. Una sfida gigantesca

Meno Stato e più privato. Dopo mesi di dibattito interno al governo e al Partito comunista questa sembra essere la formula decisa dal vertice cubano per la actualización (modernizzazione) economica (e sociale) necessaria per «continuare la costruzione del socialismo cubano».
In sostanza si tratta di una serie di misure «necessarie e improcrastinabili» annunciate lunedì da un lungo comunicato della Central de Trabajadores de Cuba – Ctc, il sindacato unico dell’isola – che disegnano una riorganizzazione del sistema produttivo dell’isola («per renderlo più efficiente») e un impressionante trasferimento di lavoratori dal settore statale (che attualmente controlla circa il 95% dell’economia di Cuba) a quello cooperativo e privato.
Entro il 2015 (ma probabilmente prima) si ritiene che circa un milione e 300 mila persone (un lavoratore su cinque) dovrà lasciare l’inflazionato organico delle «imprese e entità produttive e di servizi dello Stato». Di questi, ha annunciato il sindacato, mezzo milione (circa 100 mila solo all’Avana) saranno trasferiti entro il primo trimestre del 2011 al «settore non statale». A parte coloro che accetteranno una pensione anticipata, gli altri lavoratori dovranno orientarsi verso cooperative (soprattutto agricole e della costruzione) o iniziare un’attività por cuenta propria, ovvero privata. Secondo il sindacato, entrambi i settori (cooperativo e privato) dovranno assorbire «centinaia di migliaia di lavoratori» (si parla di 450 mila posti di lavoro nel settore privato entro il prossimo anno).
Il mese scorso il governo aveva annunciato una serie di misure per favorire lo sviluppo del settore privato: licenze per lavoratori por cuenta propria o per imprese familiari, dai tassisti agli idraulici, dai parrucchieri a chi vuole aprire un’attività nella piccola restaurazione. Non solo, per la prima volta, viene concesso ai privati di assumere personale, naturalmente pagando le relative imposte.
Secondo la Oficina nacional de Estadísticas nel 2009 la popolazione lavorativa cubana era di 5.7 milioni di persone (circa due milioni le donne) dei quali solo 143 mila 800 (30 mila 300 le donne) sono lavoratori por cuenta propria. Quest’ultimo settore non comprende i contadini proprietari delle terre che lavorano, ma le cifre sopraesposte danno comunque l’idea della gigantesca sfida che il governo cubano ha deciso di lanciare al modello (economico e sociale) di socialismo fin qui praticato. Il pieno impiego garantito dallo Stato, l’egualitarismo salariale, la libreta che assicura a tutti i cubani una serie di prodotti alimentari a bassissimi prezzi, i comedores obreros (mense operaie), non sono più sostenibili da un’economia in forte crisi e minacciata da un vero e proprio collasso.
Il comunicato del sindacato – diffuso dai mass media – mette in luce anche le conseguenze sociali che comportano le misure decise dal governo di Raúl Castro. «Il nostro Stato non può continuare a mantenere…un organico inflazionato che genera perdite economiche ..e deforma la condotta dei lavoratori». In chiaro, come aveva già detto il presidente in suo discorso, il fatto che il pieno impiego sia possibile solo con salari inadatti ad assicurare il mantenimento delle famiglie cubane genera corruzione e furti generalizzati a danno dello Stato.
La riduzione dell’organico del settore statale porterà anche a una riforma del salario con la fine dell’egalitarismo: «bisogna rivitalizzare il principio di distribuzione socialista, pagando secondo la quantità e qualità del lavoro effettuato. Il sistema di salario vincolato al risultato sarà la via per aumentare la produttività», recita il comunicato della Ctc.
Come si è detto, le misure annunciate sono il prodotto di un lungo, e probabilmente duro, dibattito interno al vertice politico cubano (alcuni analisti, soprattutto fuori Cuba, cercano anche di personalizzare, parlando di un contrasto tra Fidel e Raúl Castro). Il compito di metterle in pratica – dunque di rompere l’immobilismo degli ultimi anni – comporterà una mobilitazione sociale (così chiede il sindacato) e soprattutto un vertice politico compatto.
I tagli all’organico statale sono impressionanti: la decisione di come applicarli – soprattutto la trasparenza delle scelte nei posti di lavoro -, il riorientamento di una parte importante dell’economia rappresentano una sfida anche per il modello sociale fin qui praticato.
Secondo l’economista Omar Everleny Pérez, citato dall’agenzia Ips, bisognerà recuperare – seppur criticamente – l’esperienza delle piccole e medie imprese (Pymes) che non riuscirono a decollare negli anni ’90 del secolo scorso. Assieme al lavoro privato, queste forme di integrazione tra economia privata e statale potrebbero assicurare maggior impiego, miglioramento di salari e soprattutto una decentralizzazione produttiva che porterebbe ad un aumento dell’offerta di beni e servizi. Una sfida, come appare in tutta evidenza, gigantesca e decisiva.