Meno manutenzione e più black out: il “regalo” delle privatizzazioni

Liberalizzare il mercato dell’energia per ridurre i costi e migliorare i servizi. Il mantra, ripetuto da anni in tutte le lingue dell’Unione europea, viene raramente messo in discussione soprattutto dai suoi migliori cantori, i sacerdoti officianti delle privatizzazioni che scrivono sui giornali economici.
Il 12 ottobre scorso, però, sulla prima pagina del Financial Times è comparso un breve editoriale che metteva in guardia contro i black out in arrivo. Pare che più di un decennio di privatizzazioni vere (o almeno un po’ più vere di quelle condotte in Italia) non abbiano affatto portato i risultati sperati. Al contrario, la maggior parte dei paesi europei ha perso la propria spare capacity ovvero la capacità di compensare con le scorte un eventuale eccesso di domanda causato da condizioni climatiche estreme – troppo caldo o troppo freddo, ad esempio – o da qualsiasi altro imprevisto.

Al contrario, da cinque anni a questa parte molti importanti paesi – Gran Bretagna, Francia, Belgio ma anche Grecia e Spagna – hanno visto ridursi in modo consistente la propria spare capacity e non sarebbero assolutamente in grado, al momento, di compensare un’emergenza. Il motivo, secondo Colette Lewiner di Capgemini (la società di consulenza che ha condotto lo studio) è che «un ambiente più commerciale e competitivo per l’energia europea è stato in parte responsabile dell’erosione di questo margine».

Detta in parole povere: una volta affidata la gestione dell’energia alle capienti mani del mercato ci si è accorti che le compagnie preferiscono mettere in vendita tutto quel che producono piuttosto che conservarne una parte per le situazioni d’emergenza, come usavano fare le compagnie pubbliche e come, diciamolo, consiglierebbe il buon senso.

Si è scoperto inoltre che le suddette compagnie investono una percentuale sempre minore dei profitti nella manutenzione della rete di distribuzione – si è passati dal 18 per cento del 2000 al 10 per cento nel 2004 – con il risultato di buttare letteralmente via l’energia dalla finestra. In Italia pare vada perduto un 20-30 per cento di energia elettrica ma anche il resto della rete europea non se la passa bene, proprio in un momento in cui bisognerebbe riuscire a risparmiarne il più possibile.

Il fallimento della stagione liberalizzatrice non riguarda dunque soltanto quei paesi dove le privatizzazioni hanno partorito ibridi inquietanti, come in Italia, ma si registra anche lì dove sono state condotte in modo meno banditesco; segno quindi che certe cose è meglio che restino fuori dal mercato soprattutto ora.

Il motivo è presto detto: la finanziarizzazione dell’economia, com’è noto, premia la speculazione e non certo la semplice fornitura dell’energia elettrica – o del petrolio, o del gas – necessari a fare andare avanti un paese. Se invece di tener da parte le eccedenze per le eventuali crisi – come si è fatto finora – metto tutto sul mercato i guadagni sono molto più elevati e possono convenire anche a uno Stato che fa sentire la sua voce soltanto in quanto azionista, come avviene nella maggior parte dei paesi dove il pubblico mantiene la cosiddetta golden share. E’ una scommessa conveniente anche perché la compagnia non rischia mai niente: in caso di crisi sarà lo Stato a pagare, stavolta nella sua veste di collettore di soldi pubblici.

Ai ben noti flagelli della finanziarizzazione, che premiano il gioco d’azzardo di borsa più che qualità e capacità produttive in qualsiasi campo, qui si somma il problema dell’esaurimento dei combustibili fossili che ha fatto schizzare in alto il prezzo del petrolio rendendo quindi ancor più conveniente la speculazione. Perché investire per migliorare i servizi quando gli stessi soldi, movimentati in acquisizioni più o meno virtuali, rendono molto di più?

Diciamocelo, se al capitalismo conviene produrre, al capitalismo finanziario convengono i disastri – basta guardare alle spinte propulsive che Katrina o lo tsunami hanno dato ai Pil dei rispettivi paesi – e le crisi: cosa c’è di meglio di un bel black out per spremere soldi dai governi?

Lo dimostra il tentativo di pompare la crisi del gas dello scorso inverno, tentativo cui hanno abboccato quasi tutti i media (non Liberazione) e che ancora viene presentato dalla dirigenza delle compagnie nostrane come un dato di fatto, malgrado la condanna dell’Authority.

L’altro fattore riguarda il carattere particolare di questa merce: senza energia non siamo assolutamente in grado di vivere, cosa che ci rende tutti dei “clienti” ben poco liberi – un tempo infatti ci chiamavano “utenti” ma la propaganda ha fatto un gran bel lavoro per cancellare dal linguaggio comune questa fondamentale distinzione. Il ricatto rende il gioco delle compagnie ancora più sporco perché alla fine gli amministratori pubblici sono chiamati a tirare fuori i soldi – nostri – per infrastrutture iper-moderne e costosissime destinate a produrre l’energia che le compagnie buttano allegramente via.

Del resto i nostri manager fanno esattamente quello che fanno gli amministratori delegati delle grandi corporation petrolifere che lasciano andare in malora piattaforme e raffinerie – insieme ai lavoratori che ci stanno dentro – e poi vanno a battere cassa per mega-progetti fantascientifici che magari non arriveranno mai a funzionare ma che servono a dragare la liquidità necessaria a comprare le fiches per partecipare al gioco della finanza.

Così, paradossalmente, mentre le compagnie battono tutti i record di profitto, i loro investimenti calano ogni anno che passa, per mera avidità, sostiene qualcuno, o perché sono consapevoli che stiamo raschiando il fondo del barile e che non ci sarà tempo di recuperare gli investimenti prima che il petrolio o il gas comincino sostanziosamente a calare – come sostengono i teorici del picco petrolifero.

La cosa in realtà aprirebbe interessanti prospettive se avessimo una classe politica coraggiosa. Dopo anni di delirio iper-liberista, il privato ha di nuovo bisogno dello Stato e quest’ultimo potrebbe usare questa leva per costringere le compagnie a rinunciare a parte dei loro scandalosi profitti per occuparsi un po’ di quello che dovrebbero fare per mestiere: risparmiare energia, trovare modi più efficienti e meno inquinanti per produrla e magari contribuire a pagare i costi ambientali e sanitari dell’inquinamento da loro stesse prodotto – costi sempre a carico della collettività. E sarebbe la cosa più sensata da fare in vista di una crisi più volte annunciata che, quando arriverà, avrà conseguenze inimmaginabili soprattutto in quei paesi che hanno fatto poco o niente per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

Invece, com’è noto, la ricetta è sempre la solita: più mercato. Certo l’ibrido italiano è quanto di peggio si possa immaginare ma, come dimostra lo studio pubblicato dal quotidiano britannico, in certi settori chiave il liberismo produce soltanto disastri, come da tempo sostenuto da più parti.

Infine, un’ultima considerazione. Quest’anno l’Enel, e soprattutto l’Eni, hanno toccato il massimo storico dei profitti mentre, contemporaneamente, le bollette italiane sono le più salate dell’Unione europea. Non ci sarà una qualche connessione fra le due cose? Diciamolo: ci vuole tanta ma proprio tanta propaganda per cancellare dalla mente dei cittadini questa operazione logica elementare…