Meglio vivere oziosi che essere merce in vendita

La rinascita di un’idea di cultura passa attraverso una completa trasformazione del concetto di tempo. Come viviamo, oggi, e subiamo, il tempo? Come un inesauribile spot dell’effimero, una sequenza incalcolabile di eventi minimi mutuati dal linguaggio pubblicitario diventato modello esistenziale. Un’ansia di disciogliersi costantemente nell’attimo precario e irriducibile, nella certezza del presente sempre più risicato, sempre più prossimo a se stesso ed ineffabile e solo per questo concreto. Un attimo assoluto che non prevede né passato né futuro.
La fine della cultura è stata questa continua riduzione dei margini dell’esperienza umana e quindi della sua possibilità di essere capita e raccontata. Pensate alla trasmissione di conoscenza come quella prospettata dalla “vera storia” degli italiani raccontata da Silvio Berlusconi in formato settimanale scandalistico e spedita a milioni di cittadini. Una storia svuotata di qualunque senso che non sia la propaganda ridotta a effetto della televisione e del suo sistema, da leggere al bagno o dal parrucchiere, da consumare immediatamente e da dimenticare altrettanto immediatamente se altra carta, in una logica puramente quantitativa, non ci riproponesse le stesse finzioni.

Si tratta di porre un freno alla dissipazione della cultura e di rovesciare il rapporto tra qualità e quantità, secondo quella dialettica che, da Hegel a Engels, è stata superata da una condizione di perenne carnevale delle istituzioni. Cos’altro non è stata, “la casa delle libertà”, se non l’abolizione, a fini di mercato, del proprio mercato, di tutti i parametri qualitativi? Il pensiero ridotto a merce, la cultura come un supermercato di cui gli scaffali strapieni non sono più in grado di attirare nessuno se l’offerta ha superato la domanda: è questo quello che è successo.

Precarietà del pensiero e precarietà di chi l’ha coltivato in un panorama devastato nel giro di un ventennio.

Mi viene in mente un episodio significativo degli anni che ci siamo lasciati alle spalle. L’ex direttore dell’istituto di cultura italiano di Berlino, poi silurato dal governo Berlusconi, si lamentava, cinque anni fa, del fatto che non gli venivano più finanziate le letture e le presentazioni di poesia. Gli si chiedeva di promuovere quanto fosse realmente rappresentativo della cultura italiana nel mondo, e cioè la moda e lo sport. Si era quindi trovato, questo ex direttore di un istituto di cultura, a fare il venditore di articoli di lusso, buttando nella spazzatura il suo sapere e quello dei suoi collaboratori.

Anche il dominio della parola stessa, “cultura”, è stato scalfito fino ad usurarsi del tutto per entrare nel campo semantico forte, fortissimo, dell’ideologia di mercato travestita da necessità, da verità indiscutibile e indiscussa.

Le case editrici si sono trasformate in aziende che producono oggetti pronti per il consumo e pronti ad invadere nuovi mercati, ad esempio quello delle edicole, ridotte ormai a bazar multicolori dove tutto viene venduto indistintamente. Anche quelle case editrici che un tempo furono portatrici della cultura, della cultura antagonista e che adesso devono rispondere delle vendite dei loro prodotti in un mercato saturo e incomprensibile a se stesso.

Non c’è tempo, appunto.

Né per capire né per fare, anche se in questa assenza di tempo si colloca la necessità di produrre comunque e il più possibile, al minor costo possibile, in un regime di libera concorrenza dei saperi spinto al massimo dell’efficienza e dello svuotamento dei valori, valori vissuti come impedimento alla proliferazione incontrollata delle merci che, nell’autoreferenzialità assoluta, parlano ormai a se stesse. Soltanto a se stesse. Bisogna ripartire dal tempo.

«La cultura – diceva Roland Barthes – non serve a niente». L’accento non è su “niente”, ma su “non serve”. Sulla mancanza di utilità immediata. Il contrario di “negotium” è “otium”.

Quel “non fare nulla” (nel senso di non produrre) che è la cultura. Riprendiamoci il nostro tempo. Riprendiamoci la cultura.

Rifondiamo una cultura dell’ozio. L’unica possibile di fronte ai mostri della produzione.