Mediterraneo di guerra

Un sottomarino Usa da attacco nucleare, l’Oklahoma City, è entrato in collisione, il 13 novembre, con un mercantile nel Mediterraneo. Ne ha dato notizia ieri il quartier generale della Sesta flotta a Gaeta, precisando che l’incidente è avvenuto in acque internazionali nel Mediterraneo occidentale: in altre parole, fra lo Stretto di Gibilterra e la Sardegna. Il sottomarino ha urtato la nave mentre era in fase di emersione a quota periscopica, riportando danni alla struttura verticale in cui è alloggiato il periscopio. Nessuno degli oltre 100 uomini a bordo è rimasto ferito. Dopo l’emersione, l’equipaggio ha avvistato un mercantile che si stava allontanando e che non ha risposto al messaggio radio lanciato dal sottomarino. L’Oklahoma City si è quindi diretto «in un porto per le riparazioni» – un porto senza nome. Questa è la dinamica dell’incidente, secondo il comando della Sesta Flotta. Nonostante il tono tranquillizzante del comunicato, la notizia è allarmante. Anzitutto perché le autorità militari (non solo statunitensi) tendono a occultare gli incidenti che coinvolgono loro unità e, quando ne danno notizia, cercano di minimizzarne le conseguenze. L’incidente di un sottomarino da attacco a propulsione nucleare, quasi certamente con armi nucleari a bordo, non è un incidente d’auto. Per di più, dato che la base d’appoggio dei sottomarini nucleari Usa nel Mediterraneo è quella della Maddalena, è probabile che il sottomarino danneggiato sia stato portato qui o, in alternativa, in un altro porto italiano. Non è poi chiaro perché il mercantile, dopo la collisione (che non poteva passare inosservata) con un sottomarino di 419 tonnellate lungo 110 metri, si sia allontanato senza rispondere al messaggio radio e non sia stato successivamente localizzato e contattato da altre unità navali o aeree, che avrebbero dovuto essere avvertite dell’incidente. La Marina italiana non ha nulla da dire?

Allarmante è la notizia anche perché rivela ai nostri occhi un minaccioso mondo sommerso: non solo quello dei sottomarini nucleari, ma di tutte le attività militari che si svolgono nel massimo segreto attorno a noi. L’Oklahoma City, come gli altri sottomarini nucleari Usa che navigano nei nostri mari, è agli ordini del comandante della Sesta Flotta (40 navi, 175 aerei, 21mila uomini), a sua volta agli ordini del comandante delle forze navali Usa in Europa, a sua volta agli ordini del Pentagono. Contemporaneamente il comandante della Sesta Flotta ha anche la responsabilità delle forze navali Nato, restando però anche in questa sua seconda mansione nella catena di comando Usa.

I sottomarini nucleari nel Mediterraneo operano dunque nel quadro della strategia statunitense e agli ordini del Pentagono. I Trident II, armati di 24 missili balistici D5 a 8 testate nucleari (192 per sottomarino), sono sempre pronti, ventiquattr’ore su ventiquattro, all’attacco nucleare (con poco più della metà delle sue testate, un sottomarino di questo tipo potrebbe spazzare via tutte le città italiane capoluogo di provincia). Altri, come l’Oklahoma City della classe Los-Angeles, sono armati di missili da crociera Tomahawk con testate nucleari W-80 da 200 kiloton, ma possono usare anche missili a testata non nucleare. Come specifica la marina statunitense in un comunicato ufficiale (Submarine Group Eight), i sottomarini della Sesta Flotta nel Mediterraneo hanno effettuato nel 1991 «attacchi contro l’Iraq con missili da crociera Tomahawk». Successivamente, gli stessi missili sono stati usati nel 1999 nella guerra contro la Jugoslavia.

Ora i sottomarini statunitensi si stanno preparando al secondo attacco all’Iraq: l’Oklahoma City e altri possono colpire, dal Mediterraneo orientale, la stessa Baghdad, avendo i loro missili da crociera un raggio d’azione di oltre 1.100 km. L’incidente è avvenuto certamente nel corso di una di queste esercitazioni nel mondo sommerso dei preparativi di guerra.