Medio Oriente, video di Hamas. Ucciso ostaggio israeliano

La rivendicazione: «Era una spia. E’ solo il primo». Tel Aviv annuncia altri omicidi mirati

Ariel Sharon dunque ce l’ha fatta – contro tutte le previsioni – a sconfiggere, sia pure di stretta misura, il suo rivale Benjamin Netanyahu: confermato alla guida del Likud, vede allontanarsi l’ipotesi di un anticipo delle primarie interne al partito, ma con esse anche, secondo ogni ragionevole previsione, di un anticipo delle elezioni politiche.
“Il vincitore”, titolava a caratteri cubitali un giornale israeliano; ma un vincitore che non si accontenta e che non ha fermato finora la nuova ondata di attacchi militari contro la striscia di Gaza. Anche la notte scorsa ci sono state cinque incursioni a Khan Yunis e nel nord della Striscia, che hanno colpito sedi di Hamas, ma anche di Al Fatah (il partito del presidente dell’Anp Abu Mazen) e tronchi stradali usati come basi per i razzi Qassam, lanciati a ripetizione nei giorni scorsi contro la cittadina di Sderot nel Negev. L’accostamento fra il risultato delle votazioni al Comitato centrale del Likud e le incursioni aeree su Gaza non è affatto casuale, al contrario. Non c’è dubbio che lanciando sabato scorso le escalation militari, Sharon aveva l’occhio puntato sul braccio di ferro all’interno del suo partito: un mezzo insomma per respingere con i fatti l’accusa di avere con il ritiro da Gaza messo in pericolo la sicurezza di Israele o compiuto comunque un atto di debolezza; senza trascurare al tempo stesso la volontà di dare contestualmente “una lezione” ai palestinesi e soprattutto all’Anp, considerata al di sotto dei suoi compiti, quantomeno per quel che riguarda la neutralizzazione o il contenimento dei gruppi armati.

Una operazione politico-militare dal duplice risvolto, dunque, dalla quale Sharon sembra avere ottenuto i risultati che si proponeva, sia sul piano interno che verso i palestinesi. Su questo versante infatti ha incassato ieri la conferma, da parte non solo di Hamas, ma anche delle altre organizzazioni, della fine dei lanci di razzi contro il territorio israeliano. Il presidente del comitato di coordinamento tra i vari gruppi Abu al Nadjha ha detto infatti che «tutte le fazioni si sono messe d’accordo per porre fine alle operazioni di resistenza armata a partire dalla striscia di Gaza, nell’interesse del nostro popolo». Come è noto Hamas aveva deciso lo stop alle operazioni già domenica sera, ma non c’era stata una analoga pronuncia da parte della Jihad islamica, che anzi aveva promesso vendetta per la uccisione proprio quel giorno di uno dei suoi capi militari a Gaza. Ora invece il rispetto della tregua è promesso da tutti, e questa è una decisione che soddisfa in modo particolare il presente Abu Mazen, il quale ha bisogno di far vedere che il governo dell’Anp è in grado di mantenere la legge e l’ordine nel territorio della Striscia e che ha visto rinviare, per ora sine die, il suo atteso vertice con Sharon.

Come si è detto, tutto questo non è servito – almeno fino a questo momento – a fermare la operazione “Prima pioggia”, come il comando israeliano ha chiamato gli attacchi su Gaza; vedremo nelle prossime ore se all’annuncio dei gruppi palestinesi corrisponderà un analogo gesto da parte israeliana. Il ministro della Difesa Shaul Mofaz ha ieri ostentatamente visitato le batterie di artiglieria piazzate intorno ai confini della Striscia e ha detto che gli omicidi mirati “di capi terroristi” continueranno. Sharon ha evidentemente interesse a dare “una prova di forza”, anche alla luce del ridotto margine di superiorità ottenuto nei confronti di Netanyahu (meno di cento voti di maggioranza su quasi tremila votanti). E comunque vadano le cose a Gaza, le operazioni continuano da ambo le parti in Cisgiordania, come hanno detto esplicitamente i leader sia di Hamas che delle Brigate di Al Aqsa. Qui gli israeliani hanno rastrellato da sabato non meno di 400 palestinesi, sbrigativamente definiti “terroristi di Hamas o della Jihad”; ma qui si è anche verificato l’oscuro episodio dell’uccisione del commerciante israeliano di dolciumi Sasson Nuriel, il cui cadavere è stato trovato due giorni fa a Ramallah. L’omicidio era stato attribuito ad Hamas, che ieri ha dato conferma della sua responsabilità diffondendo un video del commerciante con gli occhi bendati sullo sfondo della bandiera verde dell’organizzazione; l’uomo sarebbe stato ucciso perché accusato «di essere una spia»: «E’ solo il primo di una lunga serie», è stato il messaggio dell’organizzazione. Un episodio destinato probabilmente a non restare senza conseguenze.

Intanto sul piano politico Sharon è impegnato a consolidare il suo successo nel Likud in vista del successivo appuntamento, quello delle primarie di primavera. Netanyahu non ha nessuna intenzione di darsi per vinto ed ha anzi promesso di recuperare lo svantaggio; e lo stesso Sharon non ha mai smentito le voci che nelle ultime settimane lo davano pronto, se necessario, ad uscire dal Likud e a fondare un nuovo partito. Con il 51% dei voti a suo favore e il 49% a Netanyahu, infatti, il Likud appare spaccato esattamente a metà; una rimonta dello sconfitto non è dunque del tutto esclusa. Ma il primo ministro ha molte frecce al suo arco; i più avveduti (o i meno accecati dal fanatismo nazionalista-religioso) fra i dirigenti e i quadri del Likud sanno benissimo che con un suo partito Sharon potrebbe ottenere l’appoggio dei laburisti e dei centristi dello Shinui per vincere così alle prossime elezioni la battaglia per la premiership e ridurre il suo vecchio (e attuale) partito ad un ruolo marginale; il che per molti degli attuali deputati significherebbe la perdita del seggio alla Knesset. La rimonta di Netanyahu non è dunque impossibile ma sarebbe comunque molto difficile e contrastata. Tanto più che in questa fase il premier, dopo il ritiro da Gaza, ha il sostegno incondizionato dell’Amministrazione Bush e l’approvazione e la simpatia dell’Unione europea. Molto dipenderà in questo quadro da come riuscirà a gestire nell’immediato il suo rapporto con l’Anp, che la prosecuzione dei raid contro Gaza e della repressione in Cisgiordania rischierebbe di rendere più che precario. La ripresa del processo negoziale si rivelerebbe in tal caso una pia illusione.