Medio Oriente, monito di Abbas: «Posso sciogliere il governo»

Sabato a tarda sera Hamas e Al Fatah avevano annunciato un accordo, senza precisarne il contenuto, per mettere fine agli scontri ed evitare un ulteriore deterioramento della situazione; ma quello che è accaduto nelle ultime 48 ore dimostra che si trattava più di una pia intenzione che di una realtà.
Domenica ci sono stati a Gaza nuovi e più duri scontri che hanno coinvolto anche la polizia dell’Anp dopo che uomini armati, probabilmente di Al Fatah, hanno attaccato l’edificio del ministero della Sanità provocando una sparatoria molto estesa, fortunatamente senza gravi conseguenze; e ieri la battaglia, per così dire, si è spostata al massimo livello politico. Il presidente Abu Mazen ha infatti rivendicato esplicitamente il suo potere costituzionale di revocare il governo e di scavalcare la sua opposizione a un eventuale accordo con Israele ricorrendo a un referendum popolare; e il movimento islamico ha reagito rabbiosamente minacciando, in tal caso, un ritorno alla clandestinità e il rifiuto di qualsiasi tregua. Come si vede, se pensiamo al precedente scambio di accuse con Kaled Meshaal, leader massimo di Hamas, i margini sembrano restringersi in modo preoccupante.

Per ora c’è di fatto una pausa di riflessione, Abu Mazen si trova in visita in Turchia ed è proprio alla rete satellitare Cnn-Turk che ha rilasciato le sue dichiarazioni. In campo c’è anche la iniziativa del presidente egiziano Mubarak, che intende invitare prossimamente e separatamente il presidente dell’Anp e il premier israeliano Olmert al Cairo.

Ieri si è aggiunto anche un tentativo del primo ministro britannico Tony Blair, il quale ha detto di «riconoscere pienamente il mandato governativo di Hamas, hanno vinto le elezioni palestinesi libere e competitive, sono il governo eletto». Ma ha aggiunto che per andare avanti nel processo di pace («e noi – ha detto – siamo ansiosi e vogliamo questo») devono riconoscere Israele, perché non è possibile che «una delle parti del negoziato affermi di volere la eliminazione della controparte». Una apertura verso Hamas significativa, alla luce della posizione ufficiale di Europa e Usa; ma si tratta comunque di iniziative che richiedono tempi più o meno lunghi, mentre nei territori palestinesi i nodi sono già al pettine e Abu Mazen dovrà affrontarli al suo ritorno.

Le parole del presidente dell’Anp sono state ieri inequivoche: «La Costituzione – ha detto – mi dà l’autorità chiara e definita di rimuovere dal potere il governo, ma non vorrei usarla; tutti però dovrebbero sapere che tale potere è per legge nelle mie mani. Hamas deve prendere atto della realtà e aprire un dialogo con Israele: mi preoccupa il fatto che questa situazione (di blocco degli aiuti internazionali) possa trasformarsi in un prossimo futuro in una tragedia». E qui è venuto l’affondo finale: «Hamas può sostenermi o meno; quando avrò trovato la strada per una soluzione con Israele, la sottometterò a un referendum: il popolo palestinese è al di sopra di Hamas e degli altri politici».

Il monito è evidente e pesante al tempo stesso: Abu Mazen rivendica il diritto di procedere direttamente sulla via del processo di pace anche scavalcando il governo se questo si ostinerà a non riconoscere Israele e contando ovviamente sul sostegno internazionale. Resta da vedere se riuscirà davvero a farlo e soprattutto se Olmert gli offrirà una sponda. Ma la dura reazione di Hamas è più che comprensibile: «L’allontanamento dal potere – ha detto un suo alto dirigente – avrebbe un prezzo molto alto per tutti, speriamo che non si arrivi a tanto».