Mattatoio a Testaccio: report dell’assemblea sulla Palestina

In una sala dove molti portano kefia e loden Salah Salah arriva in giacca e cravatta, con passo spedito e sicuro, sorride per chiedere scusa del ritardo e inizia subito il suo intervento. Nella sala del Mattatoio a Testaccio che ospita la facoltà di architettura in mobilitazione scende subito il silenzio. Cinquantasette anni di lotta per il diritto al ritorno dei palestinesi sulla propria terra, raccontati in poche e chiare parole. Una storia che tutti, nella sala, conoscono, ma che tutti vogliono nuovamente ascoltare. La pulizia etnica, l’”ebraizzazione” di Gerusalemme, le tante, sempre inascoltate, risoluzioni dall’Onu, a partire dalla 194, quella che riconosce a oltre un milione di palestinesi il diritto al ritorno. La distruzione delle case, degli alberi da frutto, l’uccisione degli animali domestici, il muro dell’apartheid che continua inesorabilmente a chiudersi intorno ai campi profughi e alle città dei territori occupati, nonostante la sentenza della Corte Internazionale dell’Aja. Salah Salah -membro del Consiglio Nazionale Palestinese, nel quale occupa il ruolo di responsabile per i rifugiati in Libano- attacca l’UE e gli Stati Uniti, accusa il governo Sharon di voler produrre una guerra civile all’interno del popolo palestinese, respinge senza tentennamenti il piano americano che vorrebbe così risolvere il problema dei profughi: un terzo in Libano, un terzo a Gaza, un terzo ospiti di Stati Uniti, Canada e Australia, una nuova diaspora che tanto ricorda quella degli attuali carnefici. “Non rinunceremo al diritto al ritorno, per noi è una condizione irrinunciabile per raggiungere la pace”. Una pace, certo, ancora lontana: Gaza è libera dai coloni, ma è una prigione nella quale gli israeliani controllano lo spazio aereo e i confini; poi i nuovi insediamenti in Cisgiordania (proprio mentre la Rice benediceva l’accordo sul controllo dei confini di Gaza e affermava la sua contrarietà ai nuovi insediamenti, Israele annunciava la costruzione nei territori occupati di 1200 nuove unità abitative), il tentativo americano di destabilizzare l’intera regione, Libia, Siria, Iraq e Iran. La lotta è ancora lunga e difficile, dice alla platea il politico palestinese. E ci ricorda che la vittoria dipende anche da noi, dalla capacità della sinistra italiana ed europea di spezzare l’isolamento della Palestina, di contestare qui, nell’”occidente” che si vorrebbe assediato, la bilancia con due pesi e due misure che si nasconde dietro la retorica della lotta al terrorismo.

Stefano Chiarini, de Il Manifesto, animatore del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila parla alla fine del lungo applauso che conclude l’intervento di Salah Salah. Chiede ancora scusa per il ritardo, giustificato dal viaggio tra Marano, vicino a Napoli (dove si è svolta una cerimonia per l’intitolazione di una strada a Yasser Arafat) e Roma. E raccoglie la richiesta che ci proviene dalla Palestina: forse la manifestazione nazionale in solidarietà al popolo palestinese che ogni anno si è svolta a Roma, proprio quest’anno non sarebbe dovuta mancare. Dinanzi ai tentennamenti di tanta “ex-sinistra” e all’attacco della destra dei fiaccolatori una risposta è necessaria.

Gli fa eco Oliviero Diliberto, appena arrivato da via Ripetta, dove si svolge dalla mattina l’assemblea della camera di consultazione. Ricorda, Diliberto, l’, felice neologismo che, nell’ormai troppo lontana prima repubblica descriveva la tradizionale politica estera italiana, basata sul dialogo interreligioso e sull’amicizia verso i popoli arabi. E, come parlando del prossimo governo di cui -ammette lo stesso Diliberto- non conosciamo le linee guida della politica internazionale, candida Roma a ospitare una conferenza di pace per il Medioriente. Dopo, ovviamente, aver ritirato le truppe dall’Iraq. Senza perdite di tempo né tentennamenti.

Quando l’unico parlamentare presente in aula- cinica ma necessaria ammissione- saluta la presidenza e lascia la sala uno stuolo di giovani lo segue e un brusio accompagna l’intervento di Alfio Nicotra, responsabile pace del Prc. Che porta l’adesione e la partecipazione del PRC “in tutte le sue componenti”, e auspica che l’invio degli osservatori europei al valico di Rafah, unica finestra sul mondo della prigione di Gaza, possa essere uno spiraglio perché finalmente le Nazioni Unite possano inviare un proprio contingente di interposizione.

Ma il fantasma che preoccupa tutta la sinistra che riempie solo per metà la grande sala di Architettura è costretto a ricordarlo Sergio Cararo, di Radio Città Aperta. E anche qui un neologismo è d’aiuto: , così Cararo definisce la politica estera italiana, dove all’accordo tra maggioranza e opposizione rappresentato dalla sciagurata fiaccolata sotto l’ambasciata iraniana, si aggiunge un convitato di pietra: il governo di Tel-Aviv, che con l’Italia ha stretto un accordo politico militare che distrugge anni di dialogo e di sostegno alla causa palestinese.

Poi è il turno di Bruno Steri, del Comitato Nazionale per il ritiro delle truppe dall’Iraq. “Anche a sinistra ci sono timidezze, quando non connivenze, che non possono essere tollerate”, attacca Steri. “Vogliamo ben capire i contenuti di una politica estera dell’Unione, che si vorrebbe alternativa a quella di destra”.

La sala comincia a svuotarsi, quando sono ormai le otto di sera. Interviene Fabio Marcelli, portavoce del comitato giuristi democratici. Da studioso del diritto racconta quali gravissime violazioni dei diritti civili si nascondano nelle carceri israeliane. E rilancia la campagna per la liberazione di Marwan Barghuti e degli 8000 prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, riprendendo il filo di un discorso che la moglie del popolare leader palestinese, Fadwa Bargouti, aveva intrapreso il giorno prima, in un’assemblea al villaggio globale. “Non so se qualcosa del genere esiste anche da voi”, aveva detto Fadwa, avvocato e militante del comitato per la liberazione di Marwan Barghouti “ma in Palestina i nostri militanti sono trattenuti senza la convalida di un giudice, con detenzione amministrativa”. Come nella Bossi-Fini, dunque. Come nel Military Order che istituisce Guantanamo, come nelle prigioni irachene e nella Gran Bretagna di Tony Blair. La difesa della Palestina, dunque, è forse insieme difesa della pace e dei fondamenti della nostra democrazia. Di questo l’Unione non sembra essersi accorta. Per chi, invece, ha partecipato alla due giorni romana, è ora il momento di rispondere all’appello che Fadwa e Salah ci hanno mandato. Rimettere al centro dell’agenda la questione palestinese. E fare chiarezza, dinanzi all’attacco della destra e a una sinistra all’interno della quale le distanze sembrano sempre più ampie e incolmabili.