Matematica di regime: meglio senza opinione

C’è, nella storia italiana, una strana coincidenza. La fine della «primavera dei numeri», negli anni ’20 del secolo scorso, si consuma mentre il fascismo conquista il potere. Il declino della «potenza matematica» del paese coincide col declino della democrazia. C’è una corrispondenza tra l’evento culturale e quello politico? È il regime di Mussolini la causa che determina il tramonto di una delle stagioni più felici della cultura scientifica italiana?
A queste domande – che, come vedremo, hanno una loro straordinaria attualità – rispondono Angelo Guerraggio, dell’università Bocconi di Milano, e Pietro Nastasi, dell’università statale di Palermo, nel libro che hanno appena pubblicato per i tipi della Bruno Mondadori (Matematica in camicia nera. Il regime e gli scienziati, pagg. 280, euro 26,00). Un libro di estremo interesse. In primo luogo perché ricorda a un paese non sempre cosciente della sua storia che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo l’Italia era, appunto, una «potenza della matematica». La comunità dei matematici italiani, nata dopo l’unità, non aveva nulla da invidiare a quella francese e tedesca. Dalla geometria all’analisi, dalla logica alla fisica matematica: non c’è settore ove i matematici italiani non siano tra i primi assoluti. Qualche nome? Giuseppe Peano e Vito Volterra in analisi. Il triumvirato composto da Federigo Enriques, Guido Castelnuovo e Francesco Severi che lavora a Roma e fa della capitale d’Italia il maggiore centro al mondo nel campo della geometria algebrica. Vito Volterra (ancora), Gregorio Ricci-Curbastro e Tullio Levi-Civita in fisica matematica. Questi ultimi due daranno un contributo decisivo all’elaborazione della relatività generale da parte di Einstein.
Il valore dei matematici italiani è riconosciuto all’estero. Non a caso Roma nel 1908 e Bologna nel 1928 sono scelte per ospitare due congressi mondiali di matematica. E nel 1908 il francese Henri Poincaré indica nel Circolo di Palermo la più importante organizzazione matematica del mondo. Poi viene la guerra, la Prima guerra mondiale. E viene il fascismo. Nulla è più come prima. I matematici si schierano. E, come spesso accade, il ventaglio delle posizioni è vasto. C’è chi, come Vito Volterra (e Renato Caccioppoli) è per un’opposizione irriducibile al regime di Mussolini. C’è chi, come Enriques, pur avversando il fascismo pensa che la matematica debba restare fuori dalla politica. E c’è, infine, chi come Francesco Severi e Mauro Picone vestono con disinvoltura e persino con entusiasmo la camicia nera.
In questo passaggio la grandezza assoluta della matematica italiana subisce un’erosione. È il fascismo la causa del declino? Il regime può essere accusato di molte colpe gravissime. In primo luogo di aver imposto agli accademici italiani, nel 1931, un giuramento di fedeltà. Cui solo Vito Volterra tra i matematici (e solo 12 tra l’intero corpo docente) si sottrae. Poi, colpa ancora più grave, di aver varato nel 1938 le leggi razziali, che deprivano l’università di grandi intelligenze. Il fascismo può essere accusato di aver occupato, con sistematica protervia, tutti i gangli del potere, compresi i gangli del potere culturale: Vito Volterra (ancora lui) viene cacciato da quel Cnr che aveva fondato, a vantaggio di Guglielmo Marconi. Infine il regime può essere accusato di non aver avuto un progetto scientifico, di non aver coltivato l’eccellenza e di aver lesinato i fondi per la ricerca (motivi per cui il fisico Enrico Fermi lascia l’Italia). Alcuni matematici, primo fra tutti il grande Francesco Severi, possono essere accusati a ragione di aver cavalcato la tigre di Mussolini per fini di carriera. E di averlo fatto talvolta con eccesso di zelo: Severi, per esempio, ha messo pesantemente lo zampino nella vicenda del giuramento di fedeltà al regime. Tuttavia, come notano Guerraggio e Nastasi, il regime non tentò – non in maniera sistematica, almeno – di «fascistizzare la scienza». E nessuno in Italia cercò di proporre una «matematica italiana», a differenza di quanto accadde in Germania, dove molti scienziati nazisti cercarono di imporre una fantomatica «matematica tedesca» o una fantomatica «fisica tedesca».
Per tutti questi motivi, sostengono Guerraggio e Nastasi, non è possibile affermare che, nell’immediato, il fascismo abbia prodotto il declino della matematica italiana. Che era iniziato già prima dell’avvento di Mussolini al potere e le cui cause vanno ricercate nell’incapacità del paese di «credere» nella scienza. Ottant’anni fa, come oggi. Tuttavia il regime non è passato senza produrre danni profondi. Il principale, sostengono Angelo Guerraggio e Pietro Nastasi, è quello di aver «normalizzato» gli uomini di scienza. Di averli costretti in una dimensione puramente tecnica. Di averli tagliati fuori dal dibattito politico e culturale.
E sì che i matematici italiani nel loro periodo aureo avevano partecipato alla vita sociale in maniera creativa. Il senatore Vito Volterra, per esempio, aveva intuito che lo sviluppo di un paese moderno passa attraverso la scienza e si era fatto promotore di uno sviluppo attraverso la ricerca. Federigo Enriques aveva intuito che la conoscenza scientifica è un punto di riferimento importante per la filosofia, ma aveva anche capito che la metafisica ha molto da offrire alla scienza. Per questo diventa il primo presidente della Società italiana di filosofia ed entra in polemica con l’idealismo di Croce e Gentile, che alla scienza non riconosce alcun valore culturale. Tutto questo – e altro ancora – viene spazzato via dal fascismo. Il ruolo culturale e politico dei matematici e degli scienziati in genere viene drasticamente ridimensionato: dimostrate teoremi e non disturbate il manovratore.
Di questo processo di espulsione degli scienziati dalla vita culturale e politica la società italiana porta ancora i segni. A oltre sessant’anni dal crollo del fascismo, l’Italia non è riuscita a darsi una «cultura scientifica». È l’unico paese, tra quelli avanzati, che persegue uno «sviluppo senza ricerca». Questa è la causa accertata del suo declino economico. E il conformismo verso il potere e l’idiosincrasia per il dissenso, ancora presenti nel nostro mondo accademico, sono una delle cause del declino culturale del paese.