Massacri di civili, Usa sotto accusa

Bush tiene l’ennesimo discorso – questa volta non annunciato – per dire al mondo che in Iraq, nonostante i trenta morti quotidiani negli scontri tra sciiti e sunniti, non c’è nessuna guerra civile, ma a vanificare la propaganda di guerra statunitense arriva la notizia di un massacro di civili che sarebbe stato compiuto mercoledì scorso dai marines a nord di Baghdad. La polizia irachena accusa gli americani di aver ucciso undici persone (cinque bambini, quattro donne e due uomini) nel corso di un raid a Ishaqui, a un centinaio di chilometri dalla capitale. Sarebbero stati prima giustiziati e poi sepolti sotto le macerie della loro casa distrutta dai soldati. «Si tratta senza dubbio di un crimine» ha dichiarato alla Reuters il colonnello Farouk Hussein, aggiungendo che i cadaveri delle vittime, con le mani legate dietro la schiena, sono stati ritrovati con colpi di arma da fuoco alla testa, sotto i resti della loro abitazione rasa al suolo dagli occupanti. Il Pentagono ieri hanno fatto sapere che indagherà sull’accaduto. Ma la settimana scorsa, subito dopo il raid, il loro comunicato parlava chiaro: «Un nemico ucciso. Due donne e un bambino uccisi nello scontro a fuoco. L’appartamento è stato distrutto». «A causa di questa discrepanza (tra la versione ufficiale e le denunce irachene, ndr ) abbiamo aperto un’inchiesta», ha dichiarato ieri da Baghdad il colonnello Barry Johnson. La notizia dell’indagine è arrivata proprio nel giorno in cui sono stati spediti dagli Usa gli investigatori che dovranno fare luce sulle notizie – diffuse dal settimanale Time dopo le denunce di organizzazioni irachene per la difesa dei diritti umani – dell’uccisione di altri 15 civili ad Haditha il 19 novembre dell’anno scorso. In quell’episodio la prima spiegazione dei militari era stata quasi certamente una bugia: civili ammazzati da una mina che aveva ucciso anche un marine. Gli inquirenti infatti ora la scartano del tutto e dovranno scoprire se sono morti per fuoco incrociato o se sono stati ammazzati deliberatamente dai soldati, un atto che costituirebbe un crimine di guerra. Ieri il presidente Usa, a domanda esplicita da parte dei giornalisti, si è rifiutato di fornire un calendario per il ritiro delle truppe. «Questo certamente è un obiettivo, ma verrà deciso dai futuri presidenti e governi dell’Iraq», ha detto George W. Bush. Nel paese che continua a non avere un governo (a oltre tre mesi dalle elezioni) ci si aspettava un bagno di sangue per il quarantesimo e ultimo giorno dell’Arbain, l’annuale commemorazione con la quale gli sciiti ricordano il martirio dell’Imam Hussein. Almeno quattro pellegrini di ritorno da Kerbala sono stati ammazzati, nulla a che vedere con le autobomba che fecero strage l’anno scorso e nel 2004. La guerriglia sunnita invece ha assaltato una prigione a Muqdadiyah (cento chilometri a nord di Baghdad) uccidendo 18 agenti e quattro civili e liberando almeno 33 detenuti dopo una battaglia di un’ora in cui sono rimasti uccisi anche dieci guerriglieri. Si è trattato di un’operazione in grande stile, condotta da un centinaio di combattenti (di al Qaeda secondo la polizia) armati di tutto punto, che mette in evidenza l’inefficienza delle forze armate a cui gli Usa vorrebbero affidare la gestione della sicurezza dopo un ritiro che sembra farsi sempre più lontano.