Marxisti oggi

Analisi e Ricerche

*******************************************

Roma, Settembre 2005

Questo saggio sarà pubblicato nel prossimo numero della rivista “Mondo Nuovo”, nella rubrica Analisi e ricerche, che uscirà entro la prima settimana di ottobre. Data l’importanza strategica e teorica dei temi che tratta ho creduto bene anticiparne la diffusione per un confronto vero, propositivo e aperto.

°°°°°°°°°

Con la votazione dei crediti di guerra finì la II Intenazionale e con la prima guerra imperialistica (primo conflitto mondiale) si concluse tutta un’epoca del movimento operaio e socialista.
La rivoluzione scoppiò in Russia, non nell’occidente capitalistico come aveva previsto Marx e pappagallescamente avevano ripetuto i suoi seguaci ortodossi della II Inrternazionale, perché quel paese era, come aveva sottolineato Lenin, “l’anello debole della catena imperialistica mondiale”.
La mancata rottura rivoluzionaria nei paesi a capitalismo avanzato determinò un forte dibattito e scontro politico e teorico sia nel partito bolscevico russo sia nel movimento comunista internazionale. Gli esiti più significativi del dibattito furono la drammatica lacerazione del partito bolscevico e il ripiegamento pratico (tattico), con l’affermazione della direzione staliniana sul partito e sul paese, alla teoria “del socialismo in un solo paese” da un lato, e il contributo politico e teorico lasciato da Gyorgy Lukàcs e Antonio Gramsci dell’altro. Il resto è storia recente, fino al crollo del “socialismo reale” in Urss e nei paesi dell’est.
Una serie di recenti studi dimostrano che una delle ragioni principali del crollo dell’Urss va ricercata proprio nell’immaturità delle condizioni di partenza, cioè nell’arretratezza della sua economia rispetto allo sviluppo capitalistico dell’occidente; per cui lo sviluppo estensivo dell’economia (socialista) sovietica altro non era che la realizzazione, tramite la pianificazione, dello “sviluppo del sottosviluppo”. E’ del tutto evidente che questo tipo di “sviluppo” non aveva la forza necessaria di introdurre elementi economici qualitativi in grado di competere, soprattutto nella fase della globalizzazione, appunto con l’occidente. A conferma di tutto ciò basta ricordare che gli scambi commerciali sovietico-occidentali seguivano la tipica dinamica neocoloniale, cioè una crescente dipendenza del paese dal mondo capitalistico: l’Unione Sovietica importava tecnologie, capitali e beni di consumo ed esportava materie prime, in particolare petrolio. Insomma, non vi fu nel paese quella “rivoluzione tecnico-scientifica” che cambiò l’occidente, che aveva uno dei suoi pilastri nella rapida diffusione delle informazioni.
Il pensiero comunista si è successivamente arricchito con l’esperienza della rivoluzione cinese e cubana e con la lotta di liberazione vietnamita; ma queste “rotture rivoluzionaruie” avvengono in situazioni particolari e comunque in paesi dove il capitalismo era, come in Russia, relativamente sviluppato.
Dunque, il filo comune che si dipana nella storia dei partiti comunisti al potere, dal ’17 in poi (eccezione fatta per qualche paese europeo), è lo sforzo continuo, enorme, di uscire dal sottosviluppo utilizzando una sensibile “crescita economica” da distribuire, sotto forma di bisogni primari, alla collettività. E’ evidente che la possibilità di poter socializzare un diverso modello di sviluppo, competitivo con il capitalismo sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo, si scontra con il fattore storico dell’immaturità delle condizioni di partenza, cioè con l’arretratezza del paese, “anello debole dell’imperialismo”.
La questione della “rivoluzione in occidente”, posta con grande forza da Gramsci, resta ancora oggi il nodo teorico irrisolto dei comunisti. Molti allora dicono: “Torniamo a Marx”. Anche questo semplice ritorno non è possibile perché nel frattempo abbiamo dal novecento imparato che le diverse tesi di Marx sul crollo del capitalismo (crisi generale del capitalismo) contenute ne Il Capitale si sono dimostrate inadeguate e per molti aspetti fuorvianti. Quante volte il capitalismo è sembrato giungere all’apice del suo sviluppo, ma non si è autodistrutto, anzì ha sempre trovato l’energia e le risorse per rirpodursi?
L’ipotesi di una crisi generale o finale del capitalismo attraverso la “caduta del saggio di profitto” o come quella legata alle “difficoltà di realizzo”, quindi alla sovrapproduzione, sono ipotesi delle quali Marx non dà sufficienti giustificazioni. Si deve altresì rammentare che la teoria marxiana della crisi finale del capitalismo non si esaurisce nelle due ipotesi fin qui esposte. C’è infatti una terza ipotesi contenuta nei Grundrisse, ma non ripresa ne Il Capitale, che è quella del “crollo della produzione mercantile di tipo capitalistico attraverso l’uso capitalistico della macchina”. E’ da evidenziare che questa ipotesi sul crollo viene collegata da Marx, a differenza delle altre due, in modo diretto alla teoria del valore.
Dall’insieme di queste riflessioni sulle differenti ipotesi sulla crisi generale del capitalismo sorge l’interrogativo se Marx abbia avuto una teoria del crollo. In termini politici e filosofici si. Infatti Marx pensava che la base oggettiva su cui si svolge la lotta anticapitalistica del proletariato è una base la cui possibilità di funzionamento entrerà progressivamente in crisi con lo sviluppo del capitalismo stesso, rendendo così la lotta di classe sempre più efficace. Ma è anche vero che Marx non è riuscito a fornire una argomentazione compiuta e conclusiva sul tema del crollo del capitalismo, dunque su come rendere efficace e vittoriosa la lotta di classe in occidente. Lenin e Gramsci avevano intuito talmente bene la debolezza del pensiero di Marx su questo punto che introdussero, per far uscire il marxismo della II Internazionale dalle secche del determinismo, il primo, la teoria “dell’anello debole della catena imperialistica”, il secondo, il concetto della “rivoluzione contro Il Capitale “, prevedendo sia l’uno che l’altro che la rivoluzione bolscevica si sarebbe estesa in tutta Europa.
Così non fu. La speranza svanì irrimediabilmente. Nel 1919 Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, dirigenti e fondatori del partito comunista tedesco, furono assassinati a seguito di una sanguinosa repressione promossa dal governo socialdemocratico e attuata dai “capi franchi”, squadracce formate da elementi nazionalisti, ai quali fu lasciata mano libera per spargere il terrore contro ogni tentativo insurrezionale della sinistra rivoluzionaria e comunista.
E’ vero che con la globalizzazione è in atto un tendenziale declino della fase espansiva del capitalismo occidentale e del concetto stesso di “modernità” connesso con la centralità dell’occidente, ma questo declino non si manifesta come “crisi generale del capitalismo”, bensì come crisi della fase appunto espansiva del capitalismo in occidente, cioè di un modo di produrre capitalistico “eurocentrico”, profondamente segnato dal fordismo. Anzi, come osserva Gtramsci in Americanismo e fordismo, il fordismo rappresenta per il mondo occidentale, in particolare per gli Usa, il maggiore sforzo collettivo mai visto dalla storia per creare, con grande rapidità, un tipo di lavoratore e di uomo pienamente cosciente del suo ruolo e del suo fine. Forse potrebbero essere proprio i paesi occidentali, quelli dove si manifesta una tendenza al declino della fase espansiva del capitalismo, “gli anelli deboli” oggi “della catena imperialistica”.
E’ bene quindi tornare a Marx tenendo conto però della lezione leniniana e della storia del pensiero comunista così come concretamente si è determinato. Insomma, riproponendo la questione delle questioni: quella del superamento del capitalismo in un punto alto del suo sviluppo. Questo è oggi il compito storico dei marxisti col crollo dell’Urss e la nuova fase apertasi con la globalizzazione: avviare la transizione verso il socialismo in un punto maturo dello sviluppo capitalistico.
In questa ricerca teorica e politica non si parte da zero. Per esempio, di grande validità resta l’insegnamento di Lenin che senza teoria rivoluzionaria non c’è partito rivoluzionario; come resta attuale l’analisi di Togliatti sui tre capitoli principali che determinano tutto lo sviluppo dell’azione e del pensiero di Lenin: una dottrina dell’imperialismo, una dottrina della rivoluzione e quindi dello Stato, del potere; una dottrina del partito. Sono tre capitoli strettamente uniti, ricorda Togliatti, fusi quasi l’uno nell’altro e ciascuno di loro contiene un tema e una pratica in costante sviluppo.
Ecco, questo è sicuramente un terreno di ricerca e d’intervento sul quale misurare la capacità di ripresa collettiva d’analisi marxista per il formarsi sia di una teoria rivoluzionaria che del partito rivoluzionario. Una capacità di ricerca e d’intervento che non prescindano –è bene ricordarlo se effettivamente si vuole essere adeguati alla fase- da come si manifesta oggi il conflitto di classe.
Non vi è dubbio che la contraddizione capitale-lavoro resta la fondamentale forma di antagonismo nell’ambito del sistema capitalistico. Ma nella società moderna il processo di valorizzazione della merce viene determinato dal lavoro complessivo, sia in rapporto alla produzione che alla commercializzazione (lavoro socialmente necessario appunto alla commercializzazione della merce). Il moderno capitalismo si basa su questa elementare legge: le merci, una volta prodotte, qualunque sia la loro utilità o la loro dannosità, ad esempio per l’ambiente, devono essere vendute. Questa evoluzione supera tutte le distinzioni tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, tra produzione di plusvalore e commercializzazione, in quanto la valorizzazione della merce si sposta dalla fase produttiva alla fase di mercato.
Con lo sviluppo del terziario avanzato, che cessa di essere un settore di sostegno all’industria fino ad atomizzarsi, si affermano nuovi lavori e si manifestano nuove e più sofisticate forme di sfruttamento. Tutto ciò ha portato alla crisi del modello fordista e del sistema keynesiano che con quel particolare modello di produzione si è fortemente intrecciato, con la conseguente dislocazione di una parte considerevole dell’industria manifatturiera nei paesi in via di sviluppo, e la parcellizzazione del lavoro, in particolar modo nei paesi a capitalismo avanzato.
Il lavoro flessibile diviene quindi il tratto distintivo del postfordismo, o meglio della “accumulazione allargata territoriale”. Se non vogliamo fare del termine globalizzazione un grande contenitore, dove mettere tutto e il contrario di tutto di questa fase del capitalismo e della “rivoluzione industriale” che lo ha segnato, occorre sempre tener presente che “l’accumulazione allargata territoriale”, si caratterizza per una notevole flessibilità nei confronti dei processi produttivi, sia sul mercato del lavoro che sul mercato dei beni e dei modelli di consumo. Questa flessibilità permette al capitale di esercitare maggiori pressioni sul controllo della forza-lavoro. E’ questo un tipo di processo produttivo che dunque prevede: a) livelli relativamente alti di “disoccupazione strutturale”; b) drastica riduzione o addirittura annullamento della forza-lavoro interna all’impresa e ricostituzione di una “nuova” forza-lavoro su basi territoriali (parcellizzata); c) forte ridimensionamento del sindacato.
I processi di parcellizzazione e di terziarizzazione del lavoro, di finanziarizzazione dell’economia, soprattutto nei grandi centri metropolitani, possono dare l’impressione che sia superata o fortemente attenuta la concezione del conflitto di classe, proprio perché è più facile incontrare individui (singoli lavoratori parcellizzati e precari) e non nuclei operai (classe) e dunque, di conseguenza, dare per superata la contraddizione capitale-lavoro. Anzi, al suo posto, proprio perché la si vorrebbe marginale, dovrebbero subentrare altri conflitti, come quello ambientale o di genere. La ricerca da parte del capitale del massimo profitto ci dice invece che così non è. Infatti, per realizzare il suo massimo profitto il capitale ha bisogno del massimo sfruttamento possibile degli oppressi, cioè dei salariati (anche di quei lavoratori dipendenti mascherati da lavoratori autonomi) e questa sua necessità continua ad identificarsi –ecco il punto- con la sua volontà non solo di sopravvivenza, ma anche di riproduzione mediante forme nuove di sviluppo.
Si rafforza, insomma, la contraddizione tra impresa (capitale) e gli strati deboli della società, sottoposti a forme di sfruttamento che Marx avrebbe definito assoluto della forza-lavoro, e che coinvolge innanzi tutto il lavoro femminile, gli immigrati e gli emarginati, cioè tutta quella forza-lavoro a basso costo.
C’è da dire, infine, che questi mutamenti strutturali (superamento del fordismo) sono stati accompagnati e in parte introdotti dal crescente ruolo e peso politico delle teorie neoliberiste e della vittoria di governi fortemente conservatori in alcuni paesi strategici, come Reagan negli Usa e la Thatcher nel Regno Unito. Cultura neoliberista e politiche conservatrici hanno dunque segnato profondamente l’ultima parte del secolo che ci siamo lasciati alle spalle.
Nel passaggio, dunque, da una produzione di tipo fordista a una forma di produzione cosiddetta di “accumulazione allargata territoriale” cambiano profondamente le regole, mutano le condizioni dello sfruttamento e i rapporti tra le classi; per questa via, con la riduzione del tasso di occupazione e nel contempo con la drammatica crescita della precarizzazione, si sono duramente colpite, indebolendole notevolmente, le organizzazioni sindacali, che non sono state in grado, insieme con i partiti della sinistra, di contrastare questi processi.
Il problema è che si tarda a dare una risposta sia in termini di riorganizzazione della vita sindacale e sia in termini di radicamento del partito nei luoghi di lavoro e di produzione. Avrebbe detto il leninista Togliatti: di quale partito abbiamo oggi bisogno? E inoltre, di quale politica economica c’è bisogno, occorre portare avanti? Come garantire insieme crescita degli investimenti e crescita dell’occupazione -riducendo però anche la disoccupazione come dato strutturale- tenendo conto però della domanda aggregata? Come intervenire con una adeguata azione pubblica sulla dispersione territoriale del lavoro? Questi sono alcuni dei quesiti che dovrà risolvere chi vuole candidarsi sul serio e non a parole ad essere soggetto di una possibile trasformazione della società, per una maggiore giustizia sociale.
Molte delle previsioni indicate da Marx, ma anche dallo stesso Lenin (si pensi alla sua teoria sulla “estinzione dello Stato”) -come si è visto- non si sono avverate. In molti casi la storia è andata diversamente.
L’interrogativo da porsi è allora il seguente: le modificazioni del capitalismo di questo secolo hanno messo in discussione il pensiero marxista? Cosa resta di valido, di attuale di Marx? In altre parole, le tante modificazioni intervenute nei rapporti di produzione hanno messo in discussione, fino a superale, le categorie economiche marxiste?
A questi interrogativi occorre aggiungere che il crollo dell’Urss e più in generale la crisi dei partiti comunisti hanno lasciato un cumulo di macerie sul piano politico, culturale, ideologico ed ideale. Si sono così decisamente spostati i rapporti di forza a favore del capitalismo e delle sue componenti più reazionarie. Il polverone è, a distanza di anni, ancora denso, la confusione tanta e raramente “eccellente”. Lukàcs avvertiva, forse intuendo quello che sarebbe successo, che finché non si era in grado di creare una teoria socialista da importare nei paesi del “socialismo reale”, non si sarebbe rinnovata la straordinaria forza d’attrazione del socialismo che si manifestò dopo la rivoluzione d’ottobre.
Del resto, in nome del socialismo e del comunismo –non dobbiamo nascondere la testa come fa lo struzzo- si sono compiute distorsioni, fatti errori, commessi abusi e crimini di ogni genere, anche se sono ben poca cosa rispetto ai crimini contro l’umanità consumati dal capitalismo o dal cristianesimo. Ma questo confronto non può giustificare ciò che non si sarebbe assolutamente dovuto fare. E’ questa un’altra delle lezioni del novecento: non è vero che il “fine giustifica i mezzi”, il metodo è sostanza. Si pensi alle degenerazioni dello stalinismo, al genocidio di massa attuato dai “khemer rossi” (Partito comunista cambogiano) di Pol Pot, ma anche a situazioni meno drammatiche, ma non per questo meno gravi, come al ruolo antirivoluzionario svolto dal Partito comunista nicaraguense contro i sandinisti, o di quello cubano, che considerava Fidel Castro un avventuriero.
Come è un’impresa, a dir poco ardua, convincere le nuove generazioni dell’occidente che la Cina è un paese socialista. Chi non è di parte sa molto bene che in Cina vi è un regime che è stato in grado, attraverso il pieno controllo dei mezzi di produzione, di far uscire questo enorme paese, con oltre un miliardo e trecento milioni di abitanti, dalla miseria, dalla fame, dal sottosviluppo. Chi osserva la Cina con occhi obiettivi sa molto bene che una eventuale soluzione positiva, sia pur in modo graduale, lenta e contradditoria, dei drammatici problemi economici e sociali di questo immenso paese, potrebbe addirittura cambiare il mondo, indicare un diverso futuro per l’intera umanità. E’ questa una grande scommessa per tutti. Ma con la stessa obiettività si deve riconoscere che coloro che guardano la realtà cinese attraverso gli spessi occhiali della ideologia “marxista-leninista” rischiano di cadere nel ridicolo se questa visione distorta li porta seriamente a sostenere che un giovane europeo, anche il più povero, possa convincersi della superiorità del socialismo sul capitalismo, avendo la Cina come modello. No, così non si va molto lontani.
A quasi un secolo dagli avvenimenti del ‘17 è giusto dunque lasciare alla storia ciò che va lasciato alla storia e alla politica ciò che è utile per il suo proseguimento. Occorre utilizzare un criterio storiografico per la rivoluzione d’ottobre, come d’altronde si è fatto con la rivoluzione francese. L’averla infatti fissata -finora prevalentemente così si è fatto nel movimento comunista- come un modello fondamentale da imitare ha avuto, ricorda Manfred Kosssok, conseguenze devastanti per i comunisti nella pratica politica-sociale. Anzi, tutte le rivoluzioni successive al ’17 sono state inserite in uno schema teologico di traguardi e di successi del movimento comunista mondiale come se la strada verso il socialismo fosse stata, una volte per tutte, tracciata dalla rivoluzione d’ottobre. Naturalmente così non era.
Nessun negherà il valore storico della rivoluzione inglese di Oliviero Cromwell e delle sue “teste rotonde”o della guerra d’indipendenza americana; come nessuno metterà in discussione cosa ha rappresentato per l’umanità la rivoluzione francese dell’89, con i suoi principi universali di libertà, di uguaglianza e di fraternità, che nella costituzione giacobina del’93 si tradurranno nelle proposte del suffragio universale, del diritto al lavoro, all’istruzione e all’assistenza e della abolizione della schiavitù. Ma soprattutto nessun storico sarà oggi così insensato da misurare tutte le rivoluzioni sul metro classico della rivoluzione francese del 1789, come nessun esponente del pensiero liberaldemocratico deciderà di svolgere la sua attività politica avendo come modello fisso e indiscutibile la rivoluzione francese e il club dei giacobini.
Se il pensiero borghese ha impiegato, da Cromwell a oggi, oltre quattro secoli (a questi bisogna aggiungere la lunga fase della formazione degli Stati assolutistici come momento di passaggio dal feudalesimo alle borghesie nazionali) per poter affermare il suo principio di libertà, passando per il colonialismo, lo schiavismo il nazismo e l’imperialismo, non si comprende perché il pensiero socialista, dopo appena un secolo e mezzo dal Manifesto del partito comunista, debba essere messo da una storiografia di parte fuorigioco e debba essere presentato agli occhi dell’umanità come un qualcosa di morto e di sepolto.
Il crollo dell’Urss non vuol dire morte del comunismo e anche se questo fosse imprescindibilmente legato, intrecciato con le sorti dell’Urss, non significherebbe, come risultato storico, la morte del socialismo. Sarebbe come affermare che con il congresso della restaurazione di Vienna del 1815 ci fu la morte della borghesia. La reazione aristocratica ci provò a decretarne la morte, ma le cose –come si sa- andarono in altro modo. Il revisionismo storico decreta la morte del socialismo solo perché un’esperienza, come quella sovietica, che tentava di andare in quella direzione non c’è l’ha fatta, come non c’è la fece, sul piano politico, Robespierre.
Non è questo il modo di leggere ed interpretare la storia. Solo in Francia furono necessarie altre tre rivoluzioni, 1830, 1848 e 1871, per realizzare le finalità dell’89, per costituire il nuovo ordinamento borghese. Il processo rivoluzionario in Francia potrà considerarsi consolidato ma non concluso solo nel 1871. Dopo il II conflitto mondiale ci sarà un ulteriore assestamento del regime con il passaggio alla V Repubblica di De Gaulle.
Lo stesso si può dire della Gran Bretagna dove, dopo la rivoluzione cromwelliana del 1649, venne la “gloriosa” rivoluzione del 1668-9. Anche per la Gran Bretagna il processo rivoluzionario poté considerarsi chiuso nel 1832, con le riforme necessarie per consolidare il potere della nuova classe: la borghesia. Il processo rivoluzionario durerà esattamente 183 anni, anche se non è pienamente compiuto, perché il modello democratico-borghese inglese non è proprio il più avanzato (monarchia costituzionale e bipolarismo con sistema elettorale maggioritario).
In Germania vi furono due rivoluzioni democratiche borghesi (1848-1918), e tra l’una e l’altra vennero le drastiche riforme del decennio 1860-70 realizzate da Bismark con “il ferro e il sangue”.
Negli Stati Uniti ci fu, oltre la guerra d’indipendenza, la sanguinosa guerra civile (1862-5), e anche qui, tra l’una e l’altra guerra, vi fu la vittoria elettorale di Jackson nel 1828 che diede un grande impulso allo sviluppo democratico del paese. E come non ricordare le famigerate campagne anticomuniste di Mac Carthy, le grandi battaglie fra gli anni ’50 e ’60 contro la segregazione razziale e il periodo kennedyano a conferma che il processo rivoluzionario negli Usa si è sostanzialmente chiuso pochi decenni orsono.
Pure il risorgimento italiano, per affermare l’idea dello Stato borghese unitario e il principio della libertà, è passato per ben tre guerre d’indipendenza, una spedizione militare di natura insurrezionale (dei Mille) e la prima guerra mondiale; e c’è voluta la Resistenza per realizzare uno Stato democratico e moderno. E anche in Italia l’era giolittiana, tra le due guerre mondiali, ha dato un forte impulso al processo di democratizzazione del paese.
Anche in Europa sono state necessarie due guerre mondiali, la seconda apertamente contro il nazismo e il fascismo, per imporre in ognuno dei suoi paesi un sistema democratico basato sulla libertà. Tuttavia, ancora negli anni ’60 l’Europa “democratica” giustificava nel suo ambito e in qualche misura ne era complice ben tre regimi fascisti: in Spagna, Portogallo e Grecia.
La rivoluzione d’ottobre è portatrice, come la rivoluzione francese, di alcuni valori universali di libertà e uguaglianza sociale, insomma di democrazia socialista. In questo senso si può affermare che la rivoluzione russa del ’17 non è stato solo un evento storico, ma un evento straordinario che continua ancora oggi a fare, come la rivoluzione francese, la storia.
Pochi sono appassionati alla discussione, a meno ché non sia svolta in un convegno di studi storici, se il club della gironda fosse migliore di quello giacobino o viceversa, ma soprattutto nessuno è interessato alla loro ricostituzione. Molti sono invece interessati alla realizzazione piena dei valori universali contenuti nella rivoluzione francese; allora non si comprende perché lo stesso ragionamento non debba valere allo stesso modo per la rivoluzione d’ottobre. L’interesse sui valori dovrebbe essere di gran lunga superiore al dibattito sui “limiti storici e i crimini del comunismo”. Questo, tra l’altro, è un terreno scivoloso, dove la faziosità del revisionismo storico e i potenti mezzi di comunicazione di massa (meglio, di manipolazione delle coscienze) hanno quasi sempre il sopravvento. Per un marxista ciò che dovrebbe più di ogni altra cosa contare non è un ragionamento filologico, stabilire cioè se alcune categorie marxiane d’interpretazione del ciclo produttivo capitalistico (così come si presentava agli occhi di Marx) sono valide o no. Ciò che marxisticamente interessa è conoscere come si riproduce e si alimenta, nella fase della globalizzazione dell’economia, il sistema capitalistico, quindi come si modifica e si sviluppa. In ultima analisi, le forme dei rapporti sociali di produzione che ora, in questo momento storico, determina. Né Marx né Lenin potevano immaginare che il telefono cellulare avrebbe consentito la comunicazione da un estremo all’altro del pianeta alla velocità della luce e che attraverso questo semplice sistema trilioni di dollari in azioni, monete ed altri titoli, senza muoversi dal loro sito, sarebbero passati ogni giorno “da un ignoto titolare all’altro”, consentendo così “agli ignoti titolari” di realizzare enormi profitti speculativi.
Non va dimenticato che il capitale finanziario significa capitale unificato. I settori del capitale industriale, commerciale e bancario, un tempo molto lontano divisi, vengono posti sotto la direzione comune dell’alta finanza, appunto del capitale finanziario, nel quale si realizzano nuovi legami ed interessi comuni dei gruppi economici più forti. Diviene dunque un potente agente di trasformazione delle strutture sociali. Lo sviluppo del capitalismo non sarebbe certo potuto prodursi in ogni angolo del mondo per germinazione spontanea, senza il formarsi del capitale finanziario. Per impiantare oggi una nuova industria, per esempio in un paese del terzo mondo, non occorre passare per tutte le fasi dello sviluppo storico del capitalismo e ciò vale ancor di più per ogni attività economica o dell’impresa terziaria. Il capitale finanziario, infine, rafforza la posizione della rendita fondiaria, proprio perché ha bisogno, per conservare e per aumentare il suo potere, dell’intervento dello Stato, che gli garantisca, da una parte, un regime di non concorrenzialità (alla faccia del mercato!), dall’altra, la possibilità di attuare nuove operazioni speculative. Il capitale finanziario dunque non solo concilia il contrasto tra capitale industriale e rendita fondiaria, ma getta le basi di una nuova alleanza tra gli interessi della rendita fondiaria e gli interessi dei grandi gruppi economici e finanziari.
Per tornare con un’ultima riflessione a proposito su cosa deve più interessare un marxista che voglia essere tale, c’è da dire che anche “l’identità “rivoluzionaria” non va ricercata negli aggettivi o negli appellativi, ma nella forza e nell’attualità dei valori che si esprimono e si portano avanti attraverso una azione politica che abbia appunto una visione rivoluzionaria aderente alla realtà del mondo contemporaneo. Fuori da questo contesto si è, nel migliore dei casi, dei malinconici sognatori.
Occorre rammentare ai critici del marxismo che nessuna teoria dell’impresa riesce a negare la ovvia esistenza delle categorie del “profitto” e del “salario”, perché nessuna teoria economica nega che il primo obiettivo dell’impresa è quello di realizzare il massimo profitto e dunque, in ultima istanza, il massimo plusvalore. Nessun critico del marxismo può insomma negare che siamo in un regime capitalistico dove vigono le leggi economiche del sistema capitalistico. Ma l’origine, la causa di tutte le contraddizioni capitalistiche sta sempre nel processo produttivo e di commercializzazione della merce, dove si forma il plusvalore. A questo punto anche un non marxista comprenderebbe, se avesse la mente libera da pregiudizi, che nel processo di produzione si contrappone chi possiede i mezzi di produzione (il capitalista) e chi è costretto a vendere come merce la sua “forza-lavoro” o il suo “sapere” (il lavoratore); dunque è insita nel processo di riproduzione capitalistica la fondamentale contraddizione del sistema capitalistico: il conflitto di classe.
La contraddizione capitale-lavoro si manifesta, esiste anche quando il sistema tenta di attenuarla o di nasconderla; meno evidente è invece far derivare il materialismo storico (e l’analisi della transizione) da questa contraddizione. Il passaggio da un sistema all’altro, cioè superamento di un determinato sistema economico attraverso lo sviluppo della classe che il sistema stesso ha prodotto, si realizza, secondo Marx, con l’inasprirsi della lotta di classe a seguito della “proletarizzazione” di ceti medi (piccola e media borghesia). E’ questa un’ipotesi affascinante che Marx solo in parte e in modo incompleto ha approfondito. Intanto egli non prende in esame la questione della transizione dal feudalesimo al capitalismo, che avrebbe dato maggiore scientificità al materialismo storico (per via della mancanza di un’analisi in prima persona di Marx, numerose sono state le polemiche tra studiosi maxisti sulla questione della transizione dal feudalesimo al capitalismo; la più famosa e anche la più importante è quella che contrappose Dobb a Sweezy); in secondo luogo, come si è già detto, le diverse ipotesi marxiane sul crollo del capitalismo sono del tutto inadeguate. Non vi è stato nessuno sbocco della crisi del capitalismo che ha avuto come via d’uscita l’alternativa tra “socialismo o babarie”
A proposito, anche Lenin e Gramsci ci insegnano, con la loro costante e instancabile lotta contro il determinismo e il meccanicismo della II Internazionale, che non è automatico il passaggio dal capitalismo al socialismo, come non è mai stato automatico, nella storia dell’umanità, il passaggio dal feudalesimo al capitalismo. La storia è fatta di percorsi diversi, spesso tortuosi, di tempi e di modalità spesso imprevedibili. Quindi, come il passaggio al capitalismo è stata una possibilità per l’umanità in determinata aree geografiche, così il passaggio al socialismo non è detto che sia il risultato di un processo dettato dalla necessità, bensì dalla spinta rivoluzionaria, cioè dal ruolo del soggetto rivoluzionario.
Il dibattito non è certamente nuovo, cioè quale peso si attribuisce ai fattori oggettivi (strutturali) rispetto ai fattori soggettivi (sovrastrutturali); per dirla con Gramsci quanto conta nel processo storico il valore dell’iniziativa politica. Questo tema del ruolo del soggetto nella storia è stato affrontato a più riprese dalla filosofia. E’ un tema che non sempre nel marxismo ha trovato un giusto equilibrio tra situazione oggettiva e funzione del soggetto. Così spesso si è caduti, da una parte nel determinismo e nel meccanicismo, dall’altra nel volontarismo, nell’astrattismo, nell’idealismo del “dover essere”. La lezione gramsciana su questo punto è di grande valore teorico e politico, di straordinaria attualità. Egli pone lucidamente il valore dell’iniziativa politica in rapporto sia con la struttura che con la sovrastruttura; anzi, per Gramsci, quanto più la funzione dell’iniziativa politica è tesa a modificare nel contempo sia la struttura economica che tutti gli aspetti sovrastrutturali della lotta politica quanto più il soggetto esercita l’egemonia attraverso la quale attivare ulteriori processi rivoluzionari. Dunque, in ultima analisi, Gramsci ci parla del ruolo decisivo del soggetto rivoluzionario: del partito espressione degli interessi di classe dei lavoratori e dei salariati.
Questa riflessione dà lo spunto ad un’altra considerazione. Il valore dell’iniziativa politica si trasforma in Togliatti, una volta preso atto della non praticabilità in Italia della “rottura rivoluzionaria”, in azione riformatrice volta a lavorare per il superamento del capitalismo proprio perché è tesa a modificare, come insegna Gramsci, nel contempo sia la struttura economica che la sovrastruttura politica.
La formazione del partito come soggetto rivoluzionario, grande intuizione del Lenin del Che fare?, è questione dirimente. Sorge a questo punto naturale domandarsi: i partiti comunisti, così come storicamente si sono determinati (almeno in Europa), sono in grado di portare avanti una iniziativa politica adeguata allo scontro politico e sociale in corso nei loro paesi e nell’ Europa stessa? Tutto sta a sapere, risponderebbe Togliatti, se sono “l’espressione di un movimento reale, il quale parte dalla sostanza stessa della vita economica e sociale, e giunge a manifestarsi in un diffuso progresso della coscienza politica di importanti gruppi sociali, e quindi in una forte ed efficace organizzazione, adeguata alla necessità dell’azione, che il partito vuole e deve condurre” Allora quel partito è una necessità e più si ripeteranno i tentativi per cercare di distruggerlo più questi sono una prova indiretta della sua necessità storica.
La domanda a questo punto si trasforma in questo modo: quanti partiti comunisti in Europa ”si nutrono di un movimento reale”e quanti invece più semplicemente rispondono, quando va bene, a situazioni politiche contingenti, di corto respiro, del tutto transitorie? Un partito diventa storicamente necessario, ricorda Togliatti, quando le condizioni della sua vittoria, della sua conquista del potere sono almeno in via di formazione e lasciano prevedere ulteriori sviluppi. Lenin trasforma la fazione bolscevica del Partito socialdemocratico russo in Partito comunista e fonda, sulla spinta dell’ottobre, l’Internazionale comunista (III Internazionale) perché è certo del trionfo, anche in occidente, nel breve periodo, del movimento comunista. I partiti comunisti non nascono dunque per condurre una battaglia di lunga lena, non è questa la prospettiva indicata dai comunisti russi, ma per fare da subito la rivoluzione in quanto imminente. La sostanza della analisi dei bolscevichi è: avendo il capitalismo raggiunto l’ultima fase, quella dell’imperialismo, siamo in una situazione, almeno per quanto riguarda l’Europa, che potrebbe, da un momento all’altro, precipitare in una “situazione prerivoluzionaria”, ma il movimento operaio europeo non è attrezzato al compito di trasformare una “situazione prerivoluzionaria in una situazione rivoluzionaria”, in quanto è diretto da partiti socialisti o socialdemocratici che hanno rinunciato, o per calcolo ideologico o per scelta politica, appunto alla prospettiva rivoluzionaria. Per questo bisogna che si formino nel brevissimo periodo i partiti comunisti per fare la rivoluzione e conquistare il potere attraverso la “dittatura del proletariato”. I partiti comunisti, solo dopo alcuni anni dalla loro nascita, che tra l’altro coinciderà con la sconfitta operaia in Europa, cercheranno –e non tutti- di riorganizzarsi per darsi una politica di lungo respiro, che doveva anche tener conto del ripiegamento del Partito comunista russo, con Stalin, sulla teoria “del socialismo in un solo paese”.
Quello appena descritto era –sia pur in grandi linee- il contesto storico che portò alla nascita dei partiti comunisti, ma non è detto che questo contesto sia ancora attuale –ecco il problema- e dunque debba politicamente, a distanza di quasi un secolo, essere riproposto nel nuovo millennio. Non è sufficiente avere un nome e una storia gloriosa per continuare ad essere necessari!
Attenzione, non si vuol affermare che non vi sia in Italia come in Europa la necessità di un soggetto rivoluzionario che abbia l’obiettivo storico del superamento del capitalismo. Questa è e resta la questione delle questioni, che va posta all’ordine del giorno nel dibattito teorico e politico. Il problema è verificare se i partiti comunisti –o una parte di essi- così come sono nati, si sono formate e sviluppati – sono ancora capaci di condurre una adeguata iniziativa politica, se sono, in ultima istanza, strumenti utili per rilanciare e rendere più efficace la lotta di classe o se non sono soltanto formazioni storicamente residuali, senza nessuna prospettiva. Insomma, l’interrogativo da porsi, in ultima analisi, è se le ragioni storiche che portarono negli anni ‘20 alla separazione dei marxisti in due diversi tronconi, quello socialista o socialdemocratico e quello comunista sono tutt’ora valide o superate dagli accadimenti della seconda parte del novecento..
Da queste considerazioni sul partito discende un altro aspetto decisivo nella lotta politica e di classe in questa fase: l’inadeguatezza della dimensione nazionale come prassi rivoluzionaria. Certamente resta di grande importanza la lotta politica nazionale, ma sia le lotte del movimento antiglobalizzazione sia quelle del movimento pacifista ci dicono che occorre dar vita, proprio per essere all’altezza della fase, a un nuovo soggetto politico della sinistra che competa, su scala globale, col capitalismo. Un soggetto che si confronti con i movimenti e i comportamenti sociali nuovi. Anche per questa ragione occorre ripensare allo strumento partito rispetto a come lo abbiamo conosciuto nel corso del novecento.
Non si tratta di riproporre un centro unico, sul tipo della III Internazionale, dei partiti comunisti o questi più altri, ma della costituzione di Federazioni transnazionali, avendo come riferimento grandi aree geografiche storiche e omogenee, come l’Europa, l’America latina, il mondo arabo, tanto per fare alcuni esempi, la cui struttura non potrà che essere federale. L’ipotesi su cui lavorare è la costituzione di una Confederazione mondiale della sinistra comunista e alternativa, composta da federazioni continentali (Federazione della sinistra europea) o subcontinentali ( per esempio, Federazione della sinistra dei paesi scandinavi). Il processo di costruzione dall’alto di questo nuovo soggetto dovrà essere accompagnato da tanti processi regionali e locali di costruzione dal basso. Un soggetto politico che abbia, se si vuole dare concretezza a una possibile prospettiva socialista, una visione di classe e nel contempo internazionalista e globale.
Del resto, se si riconosce che il socialismo è una possibilità vuol dire anche ammettere, sia pur implicitamente, che il sistema capitalistico non marcia nella irreversibile direzione di un suo crollo, di una sua crisi generale, ma che ha elementi sufficienti, come storicamente ha dimostrato, per autoriformarsi, per riprodursi, per evolversi. Questo suo dinamismo non attenua le contraddizioni di cui è portatore, anzi ne genera di nuove e più drammatiche, con ulteriori tragedie ed orrori, ma sviluppa anche la capacità di trovare, nello scontro con il lavoro, nuovi equilibri per continuare a realizzare il massimo profitto, sia pur attraverso un durissimo e altissimo prezzo sociale ed ambientale. Per il capitale la “nuova barbarie” è quella società dove non si realizza il profitto. Per questo i paesi del “socialismo reale” erano “l’impero del male” e i comunisti dei miscredenti “mangia bambini”.
Si potrebbe obiettare che si finisce con l’esaltare oltre misura la funzione del partito come soggetto rivoluzionario se si considera il socialismo non una necessità della storia ma una possibilità. Ma visto come sono andate finora le cose è preferibile cadere nell’astrattismo, nel soggettivismo e nel settarismo; insomma, è meglio “torcere il bastone” del materialismo verso l’idealismo pur di non vederlo più piegato verso il determinismo.
I partiti comunisti hanno evidenziato, soprattutto dagli anni ’70 in poi, una fragilità teorica pari a quella, se non in alcuni casi superiore, ad altre formazioni della sinistra. Con l’esistenza del “campo socialista” aveva perso di significato strategico la ricerca teorica sulla rivoluzione in occidente; il “socialismo reale” –si credeva- avrebbe dimostrato la sua superiorità sull’imperialismo attraverso la competizione pacifica (“coesistenza pacifica”) tra due modelli tra loro alternativi: quello dell’Urss e quello Usa. Bastava per i comunisti occidentali, ad esempio, fare la cosiddetta “scelta di campo” per sentirsi parte intrigante di una grande comunità socialista: fatta questa scelta ci si dedicava con determinazione nel proprio paese a promuovere, là dove si aveva una certa influenza e ruolo, lotte sociali e conflitti per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori o a condurre, prevalentemente, là dove si era forza minoritaria o del tutto marginale, una battaglia ideologica e di propaganda a favore del “socialismo reale”.
Il movimento comunista tentò, in quegli anni, di svilupparsi in Europa praticando o la strada della politica fondata sull’azione riformatrice (senza mettere in discussione la “scelta di campo”) o quella della coerenza ideologica del pensiero marxista-leninista. Ciò comportò un’articolazione assai complessa del movimento comunista dell’Europa, che è alla base anche delle scelte che la sinistra comunista ha compiuto negli anni successivi al crollo dell’Unione Sovietica.
Il bisogno di un maggiore coraggio teorico fu sentito da pochi in quegli anni e con scarsi successi. Tutti sappiamo come andò a finire e per i partiti comunisti non restò, in conclusione, che il dilemma se cambiare o no il nome per poi trasformarsi in un’altra cosa (riformista o liberaldemocratica), comunque non più comunista, ma neppure marxista e rivoluzionaria.
Per riepilogare: a) il crollo dell’Urss non sta per morte del comunismo, a maggior ragione del socialismo; b) è doveroso mettere in discussione -come si è fatto- molti aspetti della teoria marxista, in quanto non tutto è andato nella direzione prevista da Marx; c) resta di grande attualità del pensiero di Marx però la contraddizione capitale-lavoro, che è alla base del conflitto di classe; d) occorre considerare la rivoluzione d’ottobre non un modello da perseguire, ma un passaggio significativo che ha modificato la storia dell’umanità, che ci ha lasciato un patrimonio di valori di grande attualità; e) è forse necessario ripensare al ruolo del soggetto rivoluzionario, ai partiti comunisti così come si sono storicamente determinati, ma non all’idea della rivoluzione, che nella società moderna si porta avanti attraverso una iniziativa politica in grado nel contempo di modificare sia la struttura che la sovrastruttura; f) occorre considerare il socialismo non una necessità, ma una possibilità da perseguire.
Il crollo dell’Urss ha rappresentato un terribile terremoto per la sinistra, la quale per essere tale –è giunto il momento di ricordarlo- non può che contenere nella sua azione l’idea di trasformare la società. Uno di sinistra potrà essere riformista o rivoluzionario, ma se la sua azione non è rivolta alla mutazione e al cambiamento, insomma alla modificazione dei rapporti di forza tra chi detiene i mezzi di produzione e il mondo dei lavori, è altro: non è sinistra.
La genialità e l’attualità di Marx sta proprio nell’aver colto la fondamentale contraddizione tra capitale-lavoro.
Nel pensiero moderno, scaturito dalla rivoluzione francese, vi sono “due anime” della libertà e della democrazia: non a caso entrambe erano contenute nella costituzione giacobina e contribuirono a dare quel consenso di massa alla “politica del terrore”.
La prima, la “libertà civile” è teorizzata da Locke, Montesquieu, Kant, tanto per citare alcuni pensatori e filosofi; la seconda, la “libertà sostanziale”, basata sull’uguaglianza sociale, è teorizzata da Rousseau e ripresa con forza e originalità da Marx ed Engels e da una generazione di giganti del marxismo, come Lenin, Gramsci, Lukàcs e Togliatti, tanto per citare, anche qui, alcuni pensatori.
Il concetto di destra e di sinistra è mutato nel corso dei secoli che ci separano dalla rivoluzione francese. Questo perché, una volta concluso il processo rivoluzionario, con il pieno affermarsi delle borghesie nazionali e l’ordinamento statale di cui sono portatrici, le forze rivoluzionarie progressivamente si trasformano in forze della conservazione della sola “libertà civile”. Si pensi, a proposito, ai tanti patrioti dell’Italia risorgimentale, che da convinti garibaldini si trasformarono, col tempo, in esponenti della destra più conservatrice.
Comunque, la “libertà civile” nel suo senso storico e teorico è la libertà o complesso delle libertà dei membri della “società civile”, in quanto società (di classe) di individui produttori. In ultima analisi, l’insieme delle libertà o diritti dell’iniziativa economica individuale. Strumenti giuridico-politici delle libertà civili sono la separazione dei poteri dello Stato e il sistema parlamentare.
L’altra libertà, quella che fa perno sul concetto della “uguaglianza sociale” (democrazia socialista) esprime invece una istanza universale non di natura politica ma appunto sociale, cioè il diritto di qualunque essere umano al riconoscimento sociale delle sue personali capacità. Ecco perché è di sinistra. Perché è l’istanza del diritto al lavoro garantito e del potenziamento sociale dell’individuo umano. E’ appunto libertà sostanziale, effettiva, perché è una libertà maggiore poiché è basata sulla giustizia sociale, appunto sull’uguaglianza. “Io pensavo -protestava Rousseau- che essere provvisto di talento fosse la più sicura risorsa contro la miseria”.
Dunque, il contrasto tra le “due anime” della democrazia moderna, tra le sue diverse istanze di libertà, comporta in termini politici il conflitto tra liberalismo (libertà senza uguaglianza, ossia senza giustizia sociale) e socialismo (libertà con giustizia sociale per tutti, ossia uguaglianza). Ecco, di nuovo rifà capolino la lotta di classe!
Questo conflitto politico e di classe resta ancora oggi di straordinaria modernità; anzi, rispetto alla tendenza sempre più forte del capitalismo di concentrare i capitali in poche mani anche la “libertà civile” –ora dai monopoli e dei potenti gruppi finanziari in parte negata alle stesse borghesie nazionali- diventa, come insegna il vecchio Engels, un terreno strategico da difendere. Il moderno capitalismo mira, per riprodursi, a restringere o a negare gli spazi di democrazia, poiché solo così riesce a “governare le proprie”contraddizioni, allora diventa compito non rinunciabile della sinistra difenderli, come, per esempio, fece nella lotta contro il nazi-fascismo. Le libertà individuali sono dunque da considerarsi il terreno più avanzato di lotta per realizzare la democrazia socialista. Da qui, la grande intuizione strategica di Togliatti della “democrazia progressiva” basata sul “nesso profondo tra democrazia e socialismo”, dalla necessità cioè di coniugare le “due anime” storiche insieme, ripensando dalle fondamenta al ruolo dello Stato, un po’ come fece Montesquieu rispetto all’assolutismo, in quanto la bandiera delle libertà individuali, è sempre più, con l’inasprirsi dello sviluppo capitalistico, bandiera di progresso e di giustizia.
Occorre pertanto applicare non solo al pensiero economico, ma anche a quello filosofico il criterio di non considerare la teoria marxista come qualcosa di compiuto e intangibile. Il primo a pensarla così –come si è visto- fu Lenin ed è forse per questo che è grande quanto Marx. Non a caso un filosofo raffinato come Galvano Della Volpe lo ha definito, utlizzando una espressione un po’ forte, il “Machiavelli del nostro secolo”.
Un’ultima questione. Il mondo in questi anni è cambiato rapidamente. Il secolo che si è chiuso è stato definito il “secolo breve”. Nella sua ultima fase si è caratterizzato per le pesanti, gravi, drammatiche sconfitte per la sinistra, tanto che addirittura si è tentato di entrare nel nuovo millennio decretando la morte della sinistra, il primato del capitalismo, la fine della storia. Ma proprio in questo nuovo millennio “uno spettro s’aggira per l’Europa”: quello di una sinistra, che pian piano sta prendendo corpo, che è consapevole di quali sono stati i suoi errori e i suoi limiti, che sa interpretare le istanze di riscatto del moderno proletariato, del popolo degli sfruttati. E’ questa una sinistra, che sia chiaro, non ha nessuna intenzione di recarsi a Bad Godelsberg. In quella cittadina renana la socialdemocrazia adottò nel 1959 un programma di gestione capitalistica; fu l’ultimo atto della socialdemocrazia europea, oggi è ben oltre: invade militarmente paesi, fa le guerre, reprime con metodi polizieschi come qualsiasi governo di destra.
La sinistra che sta muovendo i suoi primi passi in Germania, in Francia, in Spagna, che può affermarsi anche in Italia, con l’unità di tutta la sinistra alternativa, ripropone, con grande passione e determinazione, ma anche con lucidità e cognizione politica, la lotta per il superamento del capitalismo come obiettivo storico dell’umanità.
E’ una sinistra che non abiura la sua storia, che non considera il novecento un secolo da rimuovere, da azzerare, in quanto lastricato solo di crimini, limiti e sconfitte. Anzi, è una sinistra che proprio sulle due principali esperienze storiche ereditate dal novecento, quella comunista e quella socialdemocratica, vuole ragionare, senza opportunismi e radicalismi; per questo si interroga, cerca vie nuove tenendo conto dei contributi e degli aspetti positivi lasciati da entrambe le esperienze. E’ una sinistra dunque più matura, che vuole convincere che è possibile realizzare il socialismo attraverso la scesa in campo di grandi masse popolari e un’ulteriore estensione delle libertà e della democrazia.
Bibliografia
AA.VV, Il comunismo difficile – Dedalo
AA.VV, La transizione dal feudalesimo al capitalismo – Savelli
AA.VV, Problemi della transizione al socialismo in Urss – La città del sole
AA.VV, L’economia mondiale in trasformazione – Manifesto-libri
Giuseppe Boffa, Storia dell’Unione Sovietica – Mondadori
Edward H. Carr, Il socialismo in un solo paese – Einaudi
Maurice Dobb, Problemi di storia del capitalismo – Editori Riuniti
Karl Kautsky, La questione coloniale – Feltrinelli
Karl Kautsky, La via al potere – Laterza
Manfred Kossok, Lo specchio della rivoluzione – La Contraddizione, marzo-aprile 1993
Antonio Gramsci:
Americanismo e fordismo; Il materialismo storico; Note sul Machiavelli: Scritti politici – Editori Riuniti
Massimo A. Grandi, La città del dopo-crisi – Alinea
Georges Labica, Dopo il marxismo-leninismo.
Gianfranco La Grassa, L’inattualità di Marx – Franco Angeli
Lenin:
Marxismo e revisionismo; Il fallimento della II Internazionale; Stato e rivoluzione; Che fare?;
L’imperialismo fase suprema del capitalismo – Editori Riuniti
Domenico Losurdo, Hgel, Marx e la tendenza liberale – Editori Riuniti
Gyorg Lukàcs, Cultura e potere. I compiti della sinistra nella società occidentale -Editori Riuniti
Gyorg Lukàcs, Cultura e potere. I miei cinquant’anni di marxismo – Editori Riuniti
Livio Maitan, Tempeste nell’economia mondiale. Dal boon degli anni ’50 alle crisi asiatiche – Datanews
K. Marx-F. Engels:
Manifesto del partito comunista; L’ideologia tedesca; Critica al programma di Gotha: Il Capitale.
Grundrisse; Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850; Anti-Duhring – Editori Riuniti
Claudio Napoleoni, Il futuro del capitalismo – Laterza
Ernesto Ragionieri, Il marxismo e l’Internazionale – Editori Riuniti
Marco Revelli, Oltre il novecento – Einaudi
Franco Rodano, Sulla politica dei comunisti –Boringhieri
Ruggero Spesso, L’economia italiana dal dopoguerra a oggi – Editori Riuniti
Rousseau, Opere – Sansoni
Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano – Einaudi
Palmiro Togliatti:
Gramsci e il leninismo; Il Partito Comunista Italiano; Discorsi alla costituente; Scritti politici – Editori Riuniti
Alessandro Valentini, La vecchia talpa a l’araba fenice – La città del sole
Alessandro Valentini, Guerra americana e lotta per il socialismo – La città del sole
Galvano della Volpe, La teoria marxista della emancipazione umana – Editori Riuniti