Marx, l’economia classica e la decrescita

1) Anche se da diversi decenni molti economisti di sinistra hanno subito l’offensiva della scuola del sovrappiù, credo che tutt’oggi una parte di essi ritenga che l’unica fonte del profitto sia il lavoro. 2) Oltre a essi, altri ancora ritengono che nelle economie di mercato l’accumulazione del profitto sia l’elemento strategico determinante a cui vengono subordinati la soddisfazione dei bisogni, le compatibilità sociali e quelle ambientali. 3) Tutti gli economisti infine usano grosso modo la definizione del saggio del profitto come rapporto tra il profitto realizzato in un dato periodo e lo stock di capitale impiegato.
Con queste tre premesse, non occorre scomodare la “legge della caduta tendenziale del saggio del profitto” di Marx per dedurne che, a fronte di un capitale che tende incessantemente ad accrescere di valore, deve di pari passo crescere, non secondo leggi naturali ma secondo le esigenze dell’accumulazione, il numero degli uomini da cui estrarre lavoro vivo. E questo è solo l’inizio del problema per l’ambiente. Infatti l’aumento della produttività determinato dalla rivoluzione tecnologica fa sì, pena la crisi, che sia la quantità fisica dello stock dei beni costituenti il capitale sia quella delle produzioni idonee a valorizzarlo, debba crescere assai più del loro già crescente valore. Il mercato lasciato a sé stesso procura una metastasi incontrollabile di merci, con le conseguenze ben note in termini di sprechi energetici e ambientali, di rilascio di agenti inquinanti, di preoccupanti modificazioni climatiche, di reflui da smaltire ecc., senza enumerare gli aspetti sociali…
Il capitalismo è governato dall’esigenza di accumulare ricchezza a prescindere dall’utilità o meno delle produzioni e della loro sostenibilità e tende a subordinare ogni aspetto della vita a questa logica, travolgendo ogni limite che questa finalità assoluta si trova di fronte. Oggi però si imbatte contro limiti che si possono scavalcare, fino a un certo punto, solo con pesantissimi prezzi per l’umanità e per l’ecosistema.
La produzione, in ogni formazione sociale fin qui esistita, è lo strumento con cui l’uomo adatta il suo ambiente di vita per accrescere il suo benessere, o come diceva Marx “media il ricambio organico tra la sua riproduzione e la natura”. Nelle società capitaliste questa mediazione è stata degradata a mezzo per accumulare ricchezza in forma di denaro. La contraddizione è risolvibile solo superando il rapporto di denaro, sostituendo alla regolazione impersonale da parte del mercato la consapevole programmazione dei fini della società da parte degli uomini liberamente associati. Nel contesto di questa programmazione dovranno, ovviamente, essere assunti anche i limiti di sostenibilità ambientale, sociale, culturale ecc. della produzione. E, se decrescita dovrà esserci, dovrà essere stabilito come si ripartiscono le sue conseguenze, visto che i più, anche nell’ambito della crescita, sono rimasti fin qui impoveriti. Quindi l’economia di mercato è alla base del problema ambientale. La soluzione vera sta nella fuoriuscita dal capitalismo.
Suppongo che ci siano ancora economisti della sinistra critica, di alternativa o radicale che dir si voglia consapevoli di tutto questo, e sospetto che tra questi si possa arruolare Emiliano Brancaccio. Quest’ultimo però, per interloquire con Patrizia Sentinelli a proposito dell’ambientalismo di Sartori e per dare un contributo alla discussione sulle politiche del futuro governo dell’Unione, ha preferito “scendere” dai grandi sistemi a un più prosaico terreno: il calcolo dei costi dei una politica ambientale. Credo lo abbia fatto anche perché, proponendoci di discutere del programma con Prodi, Sartori ecc. incontreremmo qualche problema a proporre al primo posto del programma l’abbandono dell’economia di mercato, dei criteri monetari, del calcolo economico. Premettendo con precisione i limiti del suo intervento, Brancaccio ha voluto domandare alla compagna Sentinelli cosa ne penserebbe Sartori di far pagare il costo del risanamento ambientale al padronato (mi scuso per il temine demodé), cioè a coloro a cui vanno i benefici di questo modello di sviluppo. Il suo limitarsi a parlare di costi di smaltimento delle “esternalità” della produzione – stigmatizzato dalla compagna Ravaioli – era, ragionevolmente, solo una metafora per evocare, in generale, il problema dei costi di una politica ambientalista. Anche la decrescita comporterebbe dei costi. E quali costi!
Ma nel contesto del pur stimolante dialogo tra sordi che sta contrapponendo da diversi mesi su Liberazione “economisti” e “ambientalisti” (metto i termini tra virgolette perché non mi piace questa divisione di ruoli), l’evidente e esplicitato carattere provocatorio dell’intervento di Brancaccio o si è finto di non comprenderlo (non voglio essere così maligno da pensarlo) o non lo si è compreso, il che è assai demoralizzante.
Le compagne Sentinelli e Ravaioli vanno giù duro, accusando Brancaccio di non essere in grado di uscire dall’impostazione monetarista, di essere prigioniero dei limiti dell’economia classica la quale queste cose non le può capire e così via. La polemica raggiunge anche Alberto Burgio, colpevole di aver compreso lo scopo della provocazione di Brancaccio, di averlo chiarito ulteriormente e di averne approfondite le ragioni. In precedenti interventi era stato redarguito anche Andrea Ricci che nientemeno aveva osato supporre che uno sviluppo socialmente qualificato, abbia qualcosa a che vedere anche con una riconversione ecologica dell’economia e con un maggiore rispetto dell’ambiente.
Ammetto di essere in contraddizione e vengo meno al fioretto prima annunciato, quello di non essere maligno. Non sarà mica che, per nascondere l’impossibilità di ottenere da Prodi, Sartori & C. risposte socialmente eque alle emergenze ambientali fuggiamo verso i “massimi sistemi”?