Marx, il libero scambio e i movimenti

Difficile dire se l’articolo di Luigi Cavallaro “Non so se Carlo Marx sarebbe d’accordo con voi” (il manifesto, 4 agosto) sarà interpretato così come viene presentato: “Provocazione al popolo di Seattle”. Non ho idea di quale possa essere l’interesse di questo “movimento” per ciò che Carlo Marx pensava della liberalizzazione del commercio internazionale nel 1848, un tempo, per altro, in cui si commerciava abbastanza poco rispetto ad oggi e gran parte delle economie dei paesi allora più industrializzati non erano toccate dagli scambi internazionali. Magari si potrebbe essere più interessati a ciò che Marx avrebbe pensato se avesse dovuto esprimere una opinione oggi. Ma anche questa sembra una questione un po’ troppo accademica. Dopo tutto, se proprio vuole, ci sono dei “marxismi” in circolazione, che qualche passo in avanti l’avranno anche fatto. E non sembra necessario appendere un pensiero critico sulla “globalizzazione” a ciò che Marx pensava del “libero commercio” nel 1848. Marx, poi, ha una reputazione come osservatore della realtà e magari avrebbe avuto un idea diversa, oggi. Inoltre, ci sono altri programmi di ricerca sui quali fondare un pensiero sulla globalizzazione. Ma forse il cosiddetto “popolo di Seattle” su “Marx e la globalizzazione” ha qualcosa da dire e raccoglierà la provocazione.
Le tesi espresse da Cavallaro, comunque, sembrano una divagazione piuttosto che una provocazione, rispetto ai fatti e alla logica economica. Naturalmente, i fatti e l’analisi non tengono in gran conto questo tipo di provocazioni (e divagazioni), di questi tempi poi. E questa è la ragione per cui sono veramente tanti coloro che si preoccupano dei cambiamenti che stanno avvenendo nelle relazioni economiche internazionali, preoccupazioni che sono cominciate qualche decennio fa e che ora, per ragioni diverse, sono diventate drammatiche e angoscianti. Pace Carlo Marx, dei cambiamenti della natura e della intensità delle relazioni economiche internazionali si preoccupano, e non poco, i “paesi forti” che intendono (a modo loro) orientarle. Se ne preoccupano i “paesi deboli”, anche se la loro voce non è facile sentirla e difficilmente riescono ad articolare un pensiero condiviso. Se ne preoccupano, da anni, molte persone comuni, che credono di avere – e in effetti hanno – altri valori e altre metriche per valutare gli effetti delle trasformazioni in atto.
Che il “liberismo” – nella forma suggerita da Paul Krugman o da Carlo Marx annata 1848 – sia la risposta intelligente e corretta (e, certo, “di sinistra”) ai problemi posti dai nuovi processi di globalizzazione è, in effetti, una affermazione paradossale. Per dare un fondamento teorico alle ideologie liberiste non bastano certo i modelli teorici di Krugman i quali, peraltro, quando letti analiticamente e non ideologicamente, sembrano suggerire ai paesi deboli ben altre strade per aprirsi una strada sui mercati internazionali che non il ricorso alla libertà di scambio. Ma neanche le interpretazioni standard del commercio internazionale sono in grado di fondare analiticamente (ed eticamente) i processi di liberalizzazione degli scambi internazionali. Che il mercato sia il meccanismo di esplorazione più efficace dei vantaggi del commercio internazionale non l’ha mai dimostrato nessuno, neanche l’Hayek di questi tempi così amato.
Ciò è tanto vero che da sempre – da sempre, vale ripeterlo – esiste uno stupefacente sistema di regolamentazioni istituzionale del commercio internazionale. Pace, questa volta, tutti gli ideologi del libero scambio, compresi i loro tardi e disattenti esegeti. E il “liberismo” è sempre stato un espediente retorico per giustificare modificazioni di questo sistema di regolamentazioni – che nessun “paese forte” vuole oggi abolire, ma semmai modificare a proprio favore sullo sfondo dei vantaggi competitivi – che innovazione tecnologica e altri fattori hanno determinato o stanno determinando.
C’è qualche paese sviluppato che ha globalizzato il mercato del lavoro interno, permettendo ai lavoratori di altri paesi di entrare e uscire dal mercato del lavoro a piacimento? Lo hanno fatto gli Stati Uniti, forse? Gli Stati Uniti e la Germania hanno forse totalmente liberalizzato gli scambi commerciali? Si apprestano a farlo dopo Genova? Certamente no. Neanche a parlarne. Il tema chiave è come modificare il sistema di regolamentazioni sullo sfondo delle nuove configurazioni di vantaggi competitivi. La configurazione delle relazioni economiche internazionali ha un fondamento politico – ed ora sono in molti coloro che desiderano che ciò sia esplicitamente riconosciuto – con tutte le conseguenze del caso, compresa la trasparenza delle scelte e l’accettazione dell’esistenza di altre metriche e valori per esprimere un valutazione sugli effetti dell’integrazione economica.
Ma c’è un altro punto fondamentale, rispetto al quale “Carlo Marx sul libero commercio” non ci aiuta: i costi sociali delle transizioni (o trasformazioni). Nessuno può negare – e nessuno ha mai negato – che cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro possono creare, come ogni innovazione, squilibri e costi sociali, disoccupazione e danni ambientali localizzati. L’atto di fede, un po’ assurdo, che si dovrebbe fare per credere che in ogni caso questi squilibri saranno nel lungo periodo (quanto lungo?) riassorbiti, conducendo ad un incremento di benessere per tutti, non è poi così facile farlo. Ecco perché questo profondo interesse dell’opinione pubblica mondiale per gli effetti reali (non sperati o sognati) dei nuovi processi di integrazione economica. C’è ben poca ideologia e molto pragmatismo nella critica ai cambiamenti in corso nella sfera delle relazioni economiche internazionali. C’è un’attenzione ai fatti, alle conseguenze delle decisioni di chi ha il potere di decidere.
Tanto per fare un esempio, si potrebbe provare a convincere il governo della Polonia, con qualche citazione di Marx (magari sono ancora sensibili al suo pensiero) a liberalizzare totalmente gli scambi nel settore agricolo con l’Unione Europea. Chissà perché non lo fanno? Perché sono “senza cervello”, come direbbe Krugman, o perché ce lo hanno e non sono disposti a sopportare le drammatiche conseguenze di breve-medio periodo della distruzione del loro settore agricolo. Prima che le loro mele siano competitive con quelle del Trentino, qualcuno teme a ragione che l’agricoltura scompaia e citare Krugman e Marx, indicando il radioso futuro che si avrà in virtù del libero scambio, non solo sarebbe di scarsa consolazione ma apparirebbe anche come “una storia vecchia che ci eravamo lasciati alle spalle”. Che delocalizzazioni della produzione, esaurimento o degrado del capitale naturale locale e sconsiderate aperture commerciali possano distruggere le economie e le società locali e creare drammatici squilibri, lo hanno capito proprio tutti, a questo punto. Che bisogna smetterla con gli atti di fede e “radiosi futuri, a venire” sono in molti a pensarlo. I temi della globalizzazione non sono accademici: sollevano questioni fondamentali e concreti, sullo sfondo di una situazione che è oggi drammatica.
C’era un volta un pensiero critico (di sinistra?) – una volta, prima di mettere insieme Marx, Hayek e Krugman (che mostro sia uscito fuori è sotto gli occhi di tutti) – per il quale il tema del fondamento etico delle relazioni economiche internazionali era al centro dell’attenzione. C’era un tempo, non molto tempo fa, in cui il tema dello “scambio ineguale” era nell’agenda di molti, come un fatto, non da aggirare o da negare bensì da interpretare e cambiare. C’era un tempo in cui si pensava che il mercato dovesse avere dei limiti e che le società dovessero avere altri tipi di meccanismi per garantire equità e libertà. C’era un tempo in cui si pensava che il mercato permettesse di articolare dei valori, non che fosse un valore in sé. Non c’è stato alcun cambiamento analitico o metodologico nella scienza sociale che ha reso questi temi obsoleti o mal formulati, c’è stato, invece, uno spostamento ideologico che li ha nascosti. Ma soltanto per un po’, perché ora sembrano ritornare all’attenzione dell’opinione pubblica, e con maggiore forza.
Non so dire della reazione del “popolo di Seattle”, certo però che per molti Marx che difende nel 1848 il libero commercio non sembra un argomento pertinente: divagazioni, piuttosto che provocazioni.