Mario Agostinelli, l’alternativa giusta in Lombardia

La sinistra – ammesso che in Italia ci sia ancora una sinistra – non si capisce se abbia paura di vincere o una straordinaria voglia di perdere. Quasi tutti i leader (quelli che dovrebbero spiegare il che fare) non fanno altro che ripetere che bisogna dire qualcosa di chiaro, ma continuando a tacere. Siamo ormai in piena campagna elettorale e ancora manca del tutto non solo un abbozzo di programma, ma anche di unità di gruppo: il nome dell’alleanza è ancora ballerino, sono cominciate le piccole coltellate e anche il leader massimo, Romano Prodi sta prendendo un po’ di gomitate nella pancia. Questo è ancora oggi, a pochi mesi dalle regionali e con la possibilità di politiche anticipate, il quadro d’insieme. Poi ci sono, più a caldo, i casi delle regionali annunciate per i primi giorni di aprile. In tante regioni c’è ancora maretta, tuttavia ci sembra esemplare il caso della Lombardia, dove – anche dopo e per i falliti attacchi della Lega – il regno di Formigoni non è più tanto sicuro.

Già agli inizi del passato novembre circa duecento donne e uomini appartenenti alla sinistra di derivazione Pci, all’associazionismo laico e cattolico, all’ambientalismo, alla rete di Lilliput, dei Nuovi Municipi, al commercio equo e solidale, alla Cgil, del mondo universitario (significativa la presenza di Giorgio Lunghini) presentava un documento di sette punti programmatici per le elezioni regionali. Primo firmatario Mario Agostinelli.

Di tutto questo ha scritto su il manifesto del 12 novembre e non solo Manuela Cartosio, che questa storia la conosce assai meglio di me. Si può aggiungere che il primo di dicembre nella sede della Camera del Lavoro di Milano sul documento dei duecento ormai arrivato a 400 adesioni, c’è stata una importante discussione con la partecipazione di Alberto Asor Rosa, Maura Cossutta, Paolo Ferrero Patta, Gianni Rinaldini e altre personalità di rilievo.

Un buon inizio dunque. Ma a questo punto la «sinistra», la Gad o come altro si voglia chiamare che cosa fa? La risposta purtroppo è assai semplice: nulla. L’alleanza di sinistra perde tempo, mette in giro altri nomi di possibili candidati oltre ad Agostinelli, ma non decide. Si parla di Riccardo Sarfatti e di Carlo Monguzzi (persone assolutamente rispettabili), non si fanno nomi dei big che temono una bocciatura in Lombardia. Non si discute del programma, della trasformazione della società lombarda, delle prospettive di sviluppo sostenibile che stanno al centro dell’iniziativa dei 400 e che hanno suscitato interesse e partecipazione vastissime. Si aspetta, si rimanda al tavolo nazionale facendo finta di ignorare che in questa circostanza l’attesa produce dissensi e risentimenti all’interno e incoraggiamenti o iniezioni di fiducia nel campo avverso.

Se Mario Agostinelli appare all’attuale sinistra troppo di sinistra lo si dica. Si discuta apertamente di progetto e squadre e, se si arriva a conclusioni condivise, si metta in corsa un altro candidato, ma aspettare fa solo danno, anche perché almeno a noi Mario Agostinelli sembra il candidato con più carte in mano nella difficile partita contro Formigoni e la sua compagnia.

Il caso Lombardia pone con tutta evidenza un problema nazionale: il che fare per quelle forze che ancora si dicono di centrosinistra o di sinistra. Non si può più continuare a non decidere: non decidere su punti definiti di programma e sulla formazione che scende in campo e il suo leader.

Il disordine è grande e la situazione non è eccellente finirebbe col dire anche il vecchio Mao, il quale, forse, suggerirebbe l’inchiesta. In questa ottica, l’inchiesta potrebbe essere il convegno-confronto che, su suggerimento di Alberto Asor Rosa, il manifesto ha programmato per il 15 di gennaio e che in Lombardia avrà una utile anticipazione. Incontriamoci: cerchiamo di dire pane al pane e vino al vino e, soprattutto, sforziamoci di accelerare i tempi delle scelte: più questi tempi si allungano e più rischiamo di arrivarci morti.