Mariela Castro Espín: un altro Socialismo è possibile!

LA HABANA, 23 Giugno 2009 – Riconosciuta per il suo lavoro in difesa dei diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali, travestiti e transessuali, Mariela Castro Espín sostiene la promozione di un socialismo più giusto, dialettico, inclusivo e, soprattutto, partecipativo. (continua…) Castro Espín è direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale (Cenesex) e la principale promotrice di una risoluzione che approvò, a metà del 2008, la realizzazione di operazioni di cambio di sesso nel sistema sanitario statale cubano.La partecipazione potrebbe essere la chiave del socialismo nel XXI secolo, sostiene l’esperta, che ha 46 anni ed è figlia del Presidente di Cuba, Raúl Castro, e di Vilma Espín, una lottatrice per i diritti delle donne e delle minoranze sessuali, leader storica della Rivoluzione Cubana, scomparsa nel 2007. Durante la conversazione con l’agenzia IPS, la donna che il 16 di Maggio scorso ha guidato la prima conga di strada contro l’omofobia nella storia dell’isola caraibica, ha parlato dei momenti che hanno marcato la sua vita fino a portarla ad essere quello che è attualmente, della partecipazione socialista e delle speranze di una Cuba senza il blocco degli Stati Uniti.

IPS: Nel 2004, Lei ricevette un gruppo di travestiti e transessuali che cercavano aiuto. Oggi le viene riconosciuto il merito di un gurppo di riforme a favore dei diritti della diversità sessuale a Cuba. E’ sempre stata comprensiva verso questa diversità?

MCE: Tutto questo è parte di un processo di presa di coscienza come cittadina cubana che vede la realtà, ascolta e domanda. La vita in questo paese mi ha insegnato a non essere una semplice interprete della realtà, ma a far parte di questa, a partecipare, compreso a cercare di cambiare quello che non mi piace o che credo sia giusto debba cambiare.

IPS: Qual’è stato un momento importante per arrivare ad essere la persona che è oggi?

MCE: Sono stati Molti. Quando ero al primo anno dell’Università, ho vissuto il processo di approfondimento della coscienza rivoluzionaria nelle fila dell’Unione dei Giovani Comunisti, un processo che non mi è piaciuto e che ho affrontato come ho potuto e come ho creduto meglio.

Mi molestavano molto l’estremismo, i pregiudizi e detestavo la frase diversità ideologica perché la vedevo come uno strumento degli opportunisti.

Mi colpì molto anche l’esodo massiccio dal porto di Mariel nel 1980. Per me fu un sorprendente vedere come molte di quelle persone che erano molto estremiste al tempo dell’approfondimento rivoluzionario, scappavano correndo verso Mariel mentre invece, ancora oggi, molti di quelli che erano stati puniti sono ancora qui e stanno partecipando alla Rivoluzione.

Mi ha segnato molto pure il periodo speciale ( la crisi economica iniziata a principio degli anni 90). Mi fece tornare a pensare su qual’è il socialismo che vogliamo. E’ molto interessante vedere tutto quello che abbiamo raggiunto in 50 anni di Rivoluzione, con la piena sovranità e in cerca della giustizia sociale, però dobbiamo ancora avanzare molto in termini più ampi.

IPS: Su cosa scommetterebbe? Come dovrebbe essere il socialismo perché continui ad essere una valida opzione, tanto nel presente quanto nel futuro della nazione?

MCE: Io continuo a scommettere sul socialismo, però per uno basato su di una focalizzazione dialettica, dove siamo obbligati a soddisfare tutte le contraddizioni che nascono e segnando i cambiamenti verso lo sviluppo.

IPS: Come potrebbe attrarre questa giovane generazione di cui oggi si dice che non sente compromessa con niente e nessuno?

MCE: Attraverso i meccanismi di partecipazione. Per me è fondamentale una democrazia socialista partecipativa. Non solo a livello di dichiarazione politica o a livello teorico, ma anche nella creazione di meccanismi nella pratica sociale.

Questa è la salvezza del socialismo cubano come opzione storica e l’unica maniera di fare in modo che la gioventù senta di formare parte di questo progetto perché Vi partecipa e perché vi apporta i propri criteri, inquietudini e critiche.

Alla gioventù deve essere creato un po di spazio dove possa entrare a far parte di una realtà da inventare, da creare, nella quale si sperimenti e nella quale si possa compromettere perché forma parte di questa realtà; deve sentire che anche lei la sta costruendo.

IPS: Ha portato questo principio alla attuale campagna del Cenesex a favore delle diversità sessuali?

MCE: E’ esattamente quello che stiamo facendo. Il Cenesex apre spazi di partecipazione perché da solo non può e non deve farcela; quello che facciamo è aprire lo spazio ed iniziare progetti congiunti. Non c’è niente di più affascinante della partecipazione, perché tutti ci assumiamo delle responsabilità.

Se i meccanismi di partecipazione si sviluppano e si perfezionano nella società cubana, andranno ad arricchire molto il nostro processo e anche il socialismo, dato che questo è stato il suo punto debole in tutta la storia.

Cuba, questo paese che è tanto autentico, originale, delizioso e così contraddittorio, può apportare al sistema del socialismo, il suo socialismo “creolo” Caraibico.

Altrimenti è come mettersi un abito che non ti serve, che non ha a che vedere con te.

IPS: Con l’arrivo di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, si è parlato molto di una flessibilizzazione delle sanzioni Usa contro Cuba. Come immagina quest’isola senza l’embargo?

MCE: Una Cuba senza embargo è una Cuba prospera. E’ quello che chiesi a San Pietro quando andai in Vaticano: prosperità per Cuba. Prima pensai di chiedere la fine dell’embargo, però mi risposi che questa sarebbe stata solo una parte della soluzione. Prosperità, con o senza embargo.

Il giorno in cui ci tolgano l’embargo, ci toglieranno un peso molto grande per sopravvivere in relazione con il mondo.

Pero, insieme a questo, sarà fondamentale perfezionare i meccanismi della democrazia socialista, perché l’eliminazione dell’embargo così da solo non darà impulso alla prosperità. Dobbiamo migliorare il nostro sistema sociale.

IPS: Cosa pensa della teoria che il sistema socialista cubano non resisterà all’impatto dell’eliminazione dell’embargo?

MCE: Essere vivo è pericoloso e la Rivoluzione Cubana è sempre stata in pericolo. Credo che sia impossibile un pericolo più grande di quello che abbiamo vissuto. Credo che sarebbe una opportunità, pericolosa, però una opportunità e dobbiamo approfittarne al massimo.

Sarebbe fondamentale per Cuba, come per qualunque altro paese. Quale paese può sopravvivere ad un embargo? Cuba è sopravvissuta, però ad un prezzo molto caro, in molti sensi.

IPS: Condivide l’opinione che viviamo in un paese nel quale tutto è visto attraverso il prisma delle relazioni con gli Stati Uniti?

MCE: Tutto passa di li. Abbiamo elaborato la cultura dell’embargo e dovremo elaborare un apprendistato della Cuba senza embargo che vuole sopravvivere con un sistema socialista e, nel mio criterio, più sviluppatore, più inclusivo e più dialettico.

Il socialismo non potrebbe distaccarsi da una focalizzazione dialettica d’interpretazione e di sviluppo, se riusciamo a resistere all’impatto dell’eliminazione dell’embargo. Tutto quello che facciamo dovrà essere in funzione di garantire la sovranità, senza trascurare i meccanismi interni che non devono essere tanto stretti come sono stati.

Io ho ancora energia, illusione e forza per continuare a lottare per questo socialismo. So che la Rivoluzione ha sviluppato molti meccanismi di difesa davanti all’ostilità costante e con molti espedienti dell’imperialismo statunitense.

E non è una frase di rito, è un sistema imperiale espansivo, molto crudele e dobbiamo continuare a lottare per non cedere di fronte alla violenza, di fronte alle pressioni che continuiamo ad avere. Quando c’è la convinzione in un cammino non si deve cedere, però l’importante è che questo cammino sia percorso nella maniera più intelligente possibile.

IPS: Que non si ritorca contro la popolazione cubana?

MCE: Esattamente. Che non si ritorca contro noi stessi. Per questo lo sviluppo dei meccanismi di partecipazione è la chiave di tutto. Come vogliamo che sia il socialismo cubano? Come vogliamo farlo? E quali sono i principi nei quali non possiamo cedere?

Certamente ci sono, dignità nazionale, sovranità, giustizia sociale, perché cercando sviluppo non si vada a cadere in meccanismi di sfruttamento; però ci sono meccanismi, forse di cooperazione nel piano di economia, che ci possono permettere di prosperare, soddisfare le necessità crescenti della popolazione e rafforzare, forse attraverso il sistema fiscale, le possibilità dello Stato.

IPS: Cosa si aspetta da Obama?

MCE: Secondo il mio criterio personale, non ha molti buoni assessori, ne per Cuba, ne per l’America Latina. Magari potessimo avere un dialogo, un avvicinamento. Per la sua biografia personale mi pare una persona meravigliosa, però già quando assume il ruolo di presidente, deve utilizzare un altro vestito. Ed è molto difficile. Mi immagino che lui vorrebbe fare molte cose che non può fare.

IPS: Pensa che, anche se Obama non realizzi cambi sostanziali durante il suo mandato, il solo fatto di essere stato eletto sia un importante sintomo di cambio?

MCE: Si, però il mondo ha bisogno di una risposta da Obama. Il mondo ha bisogno di cambi negli Stati Uniti, questo paese che esige tanti cambi dal mondo, in funzione degli interessi di piccoli gruppi di potere.

Il mondo sta esigendo dagli Stati Uniti cambi profondi per poter sopravvivere.

Non possiamo aspettarci che gli Stati Uniti smettano di essere l’impero, per adesso, e ancora meno che lo faccia solo Obama, però almeno possiamo sperare che il fatto che gli statunitensi lo hanno eletto, sia un sintomo che pure loro vogliano dei cambi.

Come dicono nella Santeria (religione afrocubana) quando si augura buona fortuna a qualcuno, dico sempre Aché per Obama. Aché perché possa fare tutto quello che può, tutto quello che gli sia possibile. (FIN/2009)