Manuali e strategie, così la Cia perfeziona gli interrogatori per la guerra permanente

Abu Ghraib e Guantanamo. Cause e precedenti vanno ricercate indietro negli anni, fino al 1963, quando – in piena contrapposizione al blocco sovietico-comunista – la Cia scrive un manuale d’addestramento chiamato Kubark Counterintelligence Interrogation (Kubark è un nome cifrato per indicare la Cia).
Quella che per i servizi di controspionaggio è la “bibbia dell’interrogatore” presentava metodi, coercitivi e non, che dovevano portare alla “regressione della personalità” della fonte. Man mano che l’individuo, attraverso l’impiego dell’isolamento prolungato, dell’ipnosi, della narcosi o di tecniche d’inganno, regredisce a stadi sempre più infantili, perde le proprie difese e per prime iniziano a cadere quelle che rendono ostico il lavoro dell’interrogante. Tra le non coercitive, ce ne sono alcune con nomi curiosi. Ad esempio, “Ivan è un imbecille” voleva far credere alla fonte di essere stata abbandonata dal servizio di appartenenza, mentre “Alice nel paese delle meraviglie” era un metodo d’inganno che voleva creare uno stato di confusione e ansia nell’interrogato.

Vent’anni dopo la Cia si aggiorna con un nuovo manuale, lo Human Resorce Exploitation, e attraverso due distinte inchieste della metà degli anni Novanta, una del Congresso e l’altra del Dipartimento della Difesa, si scopre che le tecniche dell’intelligence vengono regolarmente insegnate e presumibilmente utilizzate anche in ambito strettamente militare. In particolare nella famosa School of the Americas. Famosa per aver curato la formazione di alcuni dei più sanguinari guerriglieri e dittatori dell’America Latina come Manuel Noriega (Panama), Roberto Galtieri e Diego Viola (Argentina) e Hugo Panzer Suarez (Bolivia). Famosa perché ormai numerosi cittadini americani pensano che sia inevitabile e necessario chiudere questa scuola, operante dal secondo dopoguerra a Panama e poi dal 1983 a Fort Benning, Georgia.

Dopo l’11 settembre 2001 cambia la strategia d’intelligence, in seguito agli attentati portati dal terrorismo internazionale e la conseguente Guerra al terrore condotta personalmente dal presidente Bush. L’interrogatorio di contro-spionaggio è sempre più uno strumento indispensabile nella lotta al movimento guidato da Osama bin Laden. Sono numerosi i memoranda top secret dell’amministrazione Bush declassificati e resi pubblici dopo lo scoppio della bomba Abu Ghraib. In questi documenti ufficiali troviamo la corrispondenza tra i legali civili e militari che provano a studiare il modo di aggirare il diritto umanitario internazionale e la tutela universale dei diritti dell’uomo, in nome del particolare stato di urgenza venutosi a creare. Così si interpretano le Convenzioni di Ginevra del 1949 in modo da affermare che i membri di Al Qaeda e i talebani catturati in Afghanistan non potessero reclamare i diritti e le tutele riconosciute al prigioniero di guerra. Particolarmente attivo e prodigo di analisi è stato lo staff di esperti giuristi della base navale situata proprio nella baia di Guantanamo a Cuba.

A gennaio del 2002 iniziano ad atterrare gli aerei carichi di detenuti che vivranno (e molti tuttora vivono) in una situazione di legalità piuttosto sospetta. Un memorandum dell’aprile successivo porta all’attenzione di Rumsfeld una serie di tecniche d’interrogatorio necessarie all’ottenimento delle informazioni fondamentali per la sicurezza nazionale. Si parla, tra le altre, di incappucciamento costante, isolamento della durata anche di settimane, privazione del sonno e manipolazione della dieta, privazione dei simboli e dei testi religiosi, obblighi a restare a lungo in posizioni dolorose, induzione di stress, ansia e stati di panico (anche tramite cani aizzati contro il soggetto), alterazione degli stimoli sensoriali attraverso simulazioni di annegamento, soffocamento o elettroshock. Il segretario alla Difesa approva tutte le tecniche più “lievi” e pone delle riserve su quelle maggiormente aggressive, dando una giustificazione non di carattere legale o morale, ma semplicemente di opportunità. Teme la negativa reazione degli alleati europei e, in generale, la disapprovazione dell’opinione pubblica mondiale. Per questi motivi il carcere di Guantanamo è stato sempre protetto da occhi indiscreti e inchieste approfondite, tanto che anche il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha sempre avuto difficoltà a compiere il suo lavoro. Per non parlare dei giornalisti. I pochi che hanno avuto accesso alla struttura non hanno potuto vedere le celle né tanto meno incontrare i detenuti.

Dopo l’ingresso in Iraq, si pensa bene di “guantanamizzare” le tecniche di interrogatorio. Le notizie sulla localizzazione delle armi di distruzione di massa non vengono fuori e nemmeno prove dei rapporti tra Saddam e Osama. Un team guidato dal generale Geoffrey Miller, massimo responsabile a Guantanamo, arriva nell’agosto 2003 ad insegnare le pratiche di “sfruttamento delle fonti resistenti”. In particolare, Miller consiglia di affiancare il lavoro dell’intelligence militare con quello delle truppe della polizia militare. Il loro compito doveva essere quello di “ammorbidire” i detenuti prima degli interrogatori, mansione svolta anche da numerosi contractors privati che avevano libero accesso alle sezioni di massima sicurezza, specie ad Abu Ghraib. Amnesty International ha parlato anche di decine di “detenuti fantasma” (senza nome e numero di matricola) gestiti da agenti dell’intelligence governativa (presumibilmente della Cia). Diverse inchieste, sia interne alle forze armate che esterne e indipendenti, hanno denunciato l’illegalità dei metodi di arresto, detenzione e interrogatorio, nonché pratiche di vera e propria tortura. Questo tema è trattato ampiamente nei memoranda segreti, con varie interpretazioni delle Convenzioni in merito e i precedenti giudicati dai fori internazionali. Secondo i giuristi di Bush, la tortura è un atto estremamente grave (che va oltre il trattamento degradante, inumano e crudele) intenzionalmente compiuto con l’obiettivo di provocare un danno fisico e soprattutto mentale di carattere permanente. Nel rapporto del generale Antonio Taguba, il primo che ufficializzò le accuse ai soldati e ai loro superiori, è presente una valutazione psicologica fornita dal maggiore Nelson, psichiatra dell’Esercito. Parla della situazione di Abu Ghraib usando una formula: predisposizione + opportunità = comportamento criminale. Sommiamo la mancanza di una ben delineata “catena di comando” alla quale il personale carcerario deve rispondere delle proprie azioni, l’ingombrante presenza dell’intelligence governativa e di professionisti civili con mansioni improprie, la pessima qualità della vita all’interno delle strutture e la situazione di costante pericolo dovuta allo stato di guerriglia e ai tentativi di rivolta interna ed evasione. Il risultato è l’emergere di sentimenti dominanti tesi a comportamenti crudeli e inusitati. I detenuti non sono visti più come individui titolari di diritti inviolabili riconducibili alla tutela dell’integrità fisica e mentale e alle prerogative concesse a chi è stato privato della propria libertà (sia in condizioni di normalità che durante situazioni di crisi e conflitto), ma come oggetti o animali su cui sfogare le proprie frustrazioni e meschinità.

Quando vennero pubblicate le foto degli abusi compiuti ad Abu Ghraib, Bush parlò di poche “mele marce”, ma il quadro si è rivelato ben più complesso e sconcertante. Nonostante le numerose pressioni internazionali e interne al Congresso che chiedono lci chiudere Guantanamo e di rivedere il sistema detentivo iracheno, Rumsfeld, stabilmente seduto sulla sua poltrona, ha promesso il trasferimento dei detenuti dal carcere di Abu Ghraib ad un’altra struttura controllata in loco dagli Stati Uniti.

Guantanamo è ancora là, attiva dal gennaio 2002, con solo un condannato e una decina di detenuti processati su un totale di 460 individui trattenuti. Chissà ancora per quanto.