Manovra: un freno alle pulsioni liberiste

«Nel 2007 lo sviluppo dell’economia italiana, scontando gli effetti della manovra correttiva di bilancio, subirà un lieve rallentamento rispetto all’anno in corso». Questa la cupa previsione del governo contenuta nella Relazione che accompagna la finanziaria. Insomma, se quest’anno l’economia italiana è andata male possiamo star certi che il prossimo andrà peggio. Parola del ministro Padoa Schioppa.
A cospetto di questa previsione negativa circa gli effetti della finanziaria, credo che la sinistra politico-sindacale non abbia molto da rallegrarsi per i risultati spuntati nella contrattazione con le forze moderate dell’Unione. Per intenderci: il fiume di parole di questi giorni sulla revisione delle aliquote Irpef, quasi che l’Italia si fosse incamminata d’un tratto sulla strada del socialismo, è del tutto sproporzionato rispetto alla modesta sostanza della riforma.
Si badi bene: lungi da me sottovalutare l’impatto, forse soprattutto simbolico, della variazione in senso progressivo della curva fiscale. L’Italia è ai primi posti in Europa per iniquità nella distribuzione del reddito e una ridefinizione del regime fiscale che accentui, seppur minimamente, il meccanismo redistribuivo non può che essere benvenuta, anche per l’evidente discontinuità con gli anni tristi del governo Berlusconi. Si tratta, insomma, di un risultato politico di rilievo.
Senonché ci sono numerosi elementi che inducono a ridimensionare drasticamente gli entusiasmi: il fatto che la manovra trasferisce verso i redditi bassi una quota estremamente ridotta del Pil, non giungendo nemmeno a ripristinare la progressività fiscale antecedente al governo Berlusconi; il rischio di incremento delle imposte a livello locale, che annullerebbe i benefici per le famiglie bisognose; la circostanza che una vera manovra redistributiva si fa potenziando lo stato sociale. E soprattutto: gli effetti deprimenti sul Pil della «manovra correttiva»; e se è vero che sarebbe ridicolo pensare che le variazioni del Pil misurino il benessere è anche vero che la stagnazione generà una «decelerazione nella dinamica dell’occupazione» (sempre parola di Padoa Schioppa) abbattendo il potere contrattuale dei lavoratori.
Insomma c’è il forte rischio che la ridefinizione dell’Irpef si riduca a una grande operazione di «marketing», finalizzata ad acquisire un «via libera» alla finanziaria da parte della sinistra politico-sindacale. Un prezzo che le forze moderate dell’Unione sembrano disposte a pagare, visto che la finanziaria rischia di riversare proprio sui lavoratori gli effetti negativi causati dalla sua natura fortemente restrittiva.
E qui veniamo all’essenza di questa finanziaria: la «manovra correttiva», il cosiddetto «risanamento dei conti pubblici». I «rigoristi» dell’Unione non hanno sentito ragioni. Non c’è stato verso di proporre una strategia di negoziazione della riduzione del deficit con la Commissione Europea, né sembra abbia minimamente scalfito i loro dogmi l’appello degli economisti per la stabilizzazione del debito pubblico.
Ora i dati Istat confermano che la situazione dei conti pubblici non è così disastrosa e che – anche adottando interpretazioni prudenziali e tenendo conto della sentenza della Corte di giustizia sulla detraibilità dell’Iva – sarebbe sufficiente una manovra correttiva molto contenuta per soddisfare il «vincolo» europeo relativo al deficit e stabilizzare, dunque controllare, il debito. Ciò consentirebbe davvero il rilancio delle politiche per l’equità e lo sviluppo.
Speriamo che il mondo del lavoro e la sinistra politico-sindacale trovi la forza per spingere il dibattito parlamentare a ridiscutere sul serio la finanziaria, arginando le pulsioni liberiste verso il pareggio del bilancio e ridimensionando significativamente i tagli alla spesa.