«Mandare a casa Berlusconi. Ma non solo…»

«D’Alema, Fassino, Veltroni, Epifani, Rutelli e tanti altri. Che abbiano deciso di manifestare insieme a personaggi come Ferrara, è un fatto che mi lascia sbigottita». Luciana Castellina non c’è, ma lascia il suo segno attraverso l’intervista che ha appena rilasciata all'”Ernesto”, e che Fosco Giannini cita ad effetto nel suo intervento qui alla Casa della Cultura di Milano, dove viene presentato il libro “Per l’alternativa sociale e politica” (edito a cura della stessa rivista).
Diciamo che questa dell'”Ernesto” è una iniziativa politica in forma di libro. Sono almeno 500-600 stipati nella sala bianca di via Borgogna ad ascoltare un lungo “corso dei lavori” che, iniziati con prussiana puntualità alle 9,30, sono proseguiti imperterriti, con una sola striminzita pausa, fino a sera. Piatto ricco mi ci ficco; e infatti al microfono si alternano non uno, né due, né tre, ma ben quindici oratori. Una bella sequenza di bei nomi. Non c’è nemmeno il tempo di annoiarsi, temi e idee corrono veloci, un ripasso generale e anche, niente male, una salutare ginnastica mentale.

Parla Nori Brambilla Pesce, sottile, con voce sottile, «c’è da difendere l’Italia nata da lì, dalla Resistenza, e non si tratta affatto di retorica». Parla un ironico, tagliente don Franzoni (associazione “L’Iraq agli iracheni”), «diversi dirigenti ds ora si sono ricordati all’improvviso di aver studiato da gesuiti, maestri della riserva mentale»; e va giù duro appunto su Iraq e dintorni: «Collaborare con questa guerra è collaborare con gli assassini».

Giulietto Chiesa non c’è per motivi familiari «ma sono vicinissimo a voi», manda a dire. Andrea Catone (storico del movimento operaio) invece c’è, il suo tema verte su “un’Europa di pace e antiliberista”; ma, parlare di Europa – avverte – allo stato delle cose, non è facile. «Siamo di fronte al tentativo della borghesia pensante di costruire un proprio Superstato», una sorta di «condominio imperiale con gli Usa», calpestando (sia pure tra contraddizioni e qualche crisi) persino la sin qui sacra sovranità nazionale. Contrastare questo disegno di dominio del grande capitale, diventa oggi, dice, il difficile compito del movimento operaio internazionale.

Sempre di Europa, versante Nato, parla anche Manlio Dinucci, che prende in esame, seguendo il filo cronologico, tutto ciò che non si dice della “cosa” chiamata Nato. Della sua “mutazione”, ad esempio, del suo allinearsi al nuovo concetto strategico Usa, del suo vertice che ubbidisce soltanto e completamente alla catena di comando Usa. Con qualche brivido: «Sono 90 le bombe nucleari made in Usa dislocate in Italia», c’è ben poco da ridere.

Armi, guerra e pace: uno dei temi clou della giornata milanese dell'”Ernesto”. «Sono stufo di quelli che scrivono begli articoli dietro una scrivania – dice don Albino Bizzotto (Beati Costruttori di Pace) – Bisogna fare i conti con la realtà, anche di chi le bombe le lancia e le produce». Non è mite: «Ciò che viene speso in armi, anche coi soldi nostri, è un furto e un crimine».

Chiarante non può esserci, ma manda un intervento scritto, lui è fortemente critico (e fortemente scontento) della interpretazione leaderistica in funzione Prodi che è uscita dalle primarie: «Indispensabile – dice – liberarsi della mitologia del maggioritario e del premierato». La “questione meridionale”, è il tema di Piero Di Siena (per esempio «ha un grande valore meridionalistico l’obbligo scolastico fino a 18 anni»; per esempio «è una scelta meridionalistica la lotta alla Bolkestein»). Delfina Tromboni, storica, parla di libertà e autodeterminazione delle donne; Sergio Lo Giudice (presidente nazionale Arcigay) di rivoluzione libertaria («laicità non è una parolaccia»); Virginio Bettini di sviluppo e qualità ambientale; Armando Petrini, docente di storia del teatro, di aziendalizzazione e precarizzazione dell’università (previa riforma Moratti).

Una giornata piena di voci critiche: «Contro Berlusconi è scontato»; ma ombre e interrogativi si allungano anche sul prossimo venturo governo di centrosinistra e sulle sue possibili ipoteche “moderate”. «C’è una diffusa tendenza nel centrosinistra che va nella direzione di cacciare Berlusconi per continuare tutto come prima senza Berlusconi», dice Alberto Burgio a un certo punto del suo intervento. «Per questo, mettere in differita la questione del programma, per la sinistra sarebbe puro lesionismo, e ancora di più lo sarebbe per Rifondazione».

Programma anche per voltare pagina urgentemente. Bruno Casati illustra l’italico declino industriale oggi in atto in tutti i settori (e per esempio «il Nordest si è trasferito in Romania»); Alessandro Santoro (docente di politica economica) informa che l’evasione fiscale riguarda almeno «4 milioni di soggetti» e Franco Arrigoni, segretario regionale della Fiom lombarda, chiede una cosa sola al futuro governo di centrosinistra: quella di assumere, se può, nel famoso programma, «la centralità del lavoro». A partire dall’accordo di quel nefasto «23 luglio 1993».

Una tavola rotonda – con Maurizio Zipponi, segretario Fiom d Milano, Gloria Buffo, segreteria nazionale Ds, Claudio Grassi, direzione nazionale Prc – chiude la assolutamente densa giornata. «Quale prospettiva per il futuro governo di centrosinistra? – chiede il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, qui giunto in veste di moderatore – Riuscirà detto governo a tenere insieme le sue due anime, quella riformista e quella radicale? Insomma, quale progetto di società? Al centro stanno i diritti o la competitività?».

Ottimismo della volontà, pessimismo dell’intelligenza. Zipponi: «Ma chi l’ha detto che Berlusconi perde? La banalizzazione dell’avversario da parte della sinistra fa paura». Gloria Buffo: «Finora non siamo riusciti a ribaltare l’avversario sul piano culturale; ecco perché siamo pessimisti, anche adesso che, forse, stiamo per mandare a casa Berlusconi». Claudio Grassi: «Il Partito Democratico? Annegano. Annacquano. Tagliano via ogni traccia socialista. Quando invece, io dico, c’è bisogno di un partito comunista».

Ombre rosse.