Mancata risposta

Romano Prodi non ha trovato il tempo o sentito la necessità di rispondere alla lettera aperta che gli avevo indirizzata perché prendesse posizione sull’aggravarsi del conflitto israelo-palestinese. Me ne dispiace, non per me che non conto molto, ma perché rappresentavo una domanda che viene da gran parte di una sinistra che vuole conoscere le posizioni della coalizione anche sul piano internazionale, prima di tutto su un tema bruciante come quello del Medio Oriente. A questa sinistra che pensa a un governo del paese come a un soggetto in grado di dire la sua e pesare sulla disastrata situazione mondiale a quattro anni dall’inizio della guerra contro l’Iraq, che non è soltanto giovanile e sarebbe assai sciocco apostrofare di estremismo, bisogna che l’Unione faccia più attenzione. Non tutti gli elettori di questa parte sono avvezzi al meno peggio cui siamo abituati noi vecchi provati e scafati, che sentiamo sulla pelle la necessità di battere la Casa delle Libertà anche per riaprire un discorso politico serio. Una parte del nostro fronte può temere che il discorso che non si apre ora non si riaprirà mai. L’esperienza di governo di centrosinistra non è stata entusiasmante. E se questo comporta qualche pericolo che non sottovaluterei sul piano elettorale, ne comporta uno ancora maggiore se l’opposizione vincerà e dovrà governare. Non si tiene il timone d’un paese disastrato come il nostro senza un dialogo con tutte le anime del blocco sociale che vuole finirla con il guasto maggiore rappresentato da Berlusconi. Posso capire che la preoccupazione immediata sia di togliere voti alla destra e al centro. Ma è difficile assistere al faccia a faccia fra Rutelli e Tremonti senza sentire nelle parole del primo una netta inclinazione ad accettare il piano del discorso centrista e, come sempre, il provincialismo d’uno sguardo che non riesce ad andare oltre la rissa nazionale. La coalizione che va al voto fra qualche settimana è composta di molte anime, e proprio al momento in cui stringe un accordo tutte le anime vanno ugualmente rispettate.

Per vincere oggi e tenere domani. Il governo francese pensa di andare a una battaglia di usura contro la protesta di massa per la crescente precarietà del lavoro, evidenziata dallo sciagurato contratto di primo impiego, perdipiù passato all’Assemblea frettolosamente senza dibattito, una sorta di colpo di stato alla fine di una giornata parlamentare. E’ sensato dichiarare, come se fosse un gioco, vince chi non mollerà per primo? Il no di una grande fascia della società, e niente affatto solo giovanilistica, resta un problema aperto anche se si riesce di silenziarla temporaneamente, non solo perché non si governa senza un progetto minimo di coesione sociale, ma perché nella stessa maggioranza si aprono falle e manovre di potere. Dominique de Villepin s’è cacciato in una trappola di cui stanno profittando Sarkozy e Chirac. Ammesso che egli riesca a prevalere con la forza su una protesta basata su condizioni reali e innegabili e che si rinnova ogni due giorni, ammesso che riesca a dividere gli stessi studenti – mai è stata più limpida la discriminante fra i pochi golden boys delle grandi scuole liberiste e la maggioranza degli studenti che si sentono condannati a un non avvenire – un problema messo a tacere sotto pressione estrema può alimentare sorprese assai sgradevoli.

Lo ha provato il no a Jospin, andato a favore di Le Pen, lo ha provato il no al Trattato europeo, lo ha provato l’ex cancelliere Schröder e lo proverà Dominique di Villepin. Lo pagheranno anche i socialisti se non riescono a farlo tornare indietro. E noi? Una alternanza può anche non arrivare alla sua scadenza elettorale. Non è il caso di giocare col fuoco. Su questo l’Unione dovrebbe riflettere in tempo. Anzi, per dirla tutta, mettere le mani avanti.