Maledetti di fatto

Forse si sarebbe potuta inserire la legge sulle unioni civili nel pacchetto di liberalizzazioni su cui il governo Prodi ha finora giocato tutte le sue carte in tema di innovazione. Avremmo così almeno avuto la consolazione di veder contrapporre la sacralità dell’economia «libertaria» a quella del Vaticano. E ci sono pochi dubbi su chi alla fine l’avrebbe avuta vinta. A ben guardare, poi, proprio di questo si tratta: di liberalizzare la morale familiare su cui la chiesa cattolica pretende di mantenere il monopolio legale dopo aver perso quello reale. D’altra parte non è che la questione sia priva di importanti risvolti economici, visto che ci sono di mezzo agevolazioni fiscali, pensioni di reversibilità, aliquote di successione e via dicendo. Così come non si può negare che, riguardo alla morale di facciata del nostro carnevalesco paese, le gerarchie cattoliche godono di una posizione dominante ben più ingombrante di quella di Berlusconi nel mercato dei media, nonché di qualunque altro mono o oligopolista in qualsiasi settore.
Però quando si parla dei diritti delle coppie di fatto i nostri timorati politici ci dicono che è tutta un’altra storia. Qui ci sono di mezzo i «valori» che non si contrastano, come spiegano Ruini e Mastella, a cominciare dalla dignità delle persone. Si potrebbe anche concordare con questa impostazione se non stessimo assistendo in questi giorni al più vergognoso dei mercatini sulla pelle di chi non vuole o non può sposarsi (perché la legge glielo impedisce) e alla faccia di quel minimo decoro rimasto al concetto di stato laico. Gli ultimi desolanti episodi della vicenda vedono protagonisti Napolitano e Prodi che accorrono a dar manforte al papa, riconoscendo la dignità di ragioni effettive alla assurdità che la chiesa ha trasformato in mantra propagandistico (l’idea che i Pacs intacchino in qualche modo le prerogative di chi preferisce la famiglia tradizionale. Ma quando mai?).
In Italia ormai abbiamo talmente superato il limite della decenza laica che i preti non sentono neppure più il bisogno della mediazione dei pur numerosi rappresentanti di cui dispongono in parlamento. Trattano direttamente con il governo, da potenza a potenza, a proposito di una legge dello stato, come dimostrano le più recenti e ripetute esternazioni della Conferenza episcopale. E hanno pure la faccia tosta di sostenere che non c’è nessuna trattativa in corso. Urlano a più non posso che questa legge è «superflua», ringalluzziti dalla reverenza che i rappresentanti dello stato esibiscono nei loro confronti. Pronti a maledire qualunque compromesso, mentre brigano per far sì che sia il più al ribasso possibile.
A Napolitano e Prodi bisogna chiedere chi difende e tutela noi, cittadini etero e gay, credenti e soprattutto non, contro l’invadenza della chiesa cattolica. E chi difende quella costituzione che in teoria garantisce pari dignità e diritti a ciascuno, a prescindere da sesso, razza, religione, ecc. Questo messaggio sembra non esistere, sommerso dalla logorrea ecclesiastica che l’intero sistema dei media riprende a pappagallo con pochi accenti critici e pochissimi diritti di replica. Per farsi sentire bisogna forse alzare un po’ la voce. Ecco due occasioni: il 10 febbraio una manifestazione contro le ingerenze vaticane promossa dal coordinamento «Facciamo Breccia» (la breccia è quella di Porta Pia); il 10 marzo, sempre a Roma, un corteo per Pacs e dintorni organizzato dal movimento Glbt (gay, lesbico, bi e trans) al completo. Ci andiamo?