Mai più autocensura

L’autocensura non è mai utile. Non lo è ora, né in futuro, e a maggior ragione se il centro sinistra governerà; come non gioverebbe un addomesticamento del conflitto sociale. Invece siamo stati zitti, pur non condividendo alcune scelte dell’area politica nella quale ci riconosciamo. Abbiamo taciuto perché, dicevamo a noi stessi, non possiamo porre un ulteriore «problema» quando è necessario mostrarsi uniti nella decisiva battaglia contro il governo delle destre, quando già troppe polemiche attraversano la sinistra antiliberista. Abbiamo taciuto pensando che il movimento fosse già sottoposto a sufficienti tensioni interne per una candidatura frutto di una scelta politica di una delle sue tante anime e presentata invece dai media come rappresentanza esclusiva di tutto l’universo no global. Per evitare fraintendimenti diciamo subito da quale posizionamento affrontiamo la questione: ci sentiamo parte del movimento sviluppatosi da Genova in poi, non siamo iscritti ad alcun partito, pensiamo sia necessario costruire l’alleanza di tutta l’opposizione per vincere le elezioni e per realizzare un governo al quale partecipino tutte leforze politiche dell’Unione, ci siamo impegnati nelle primarie insostegno a Bertinotti.

Le primarie. Non vi è dubbio che il voto di domenica abbia mostrato una forte ricerca di unità contro Berlusconi e un radicato desiderio di partecipazione. Questo desiderio si è espresso attraverso i canali che il mondo politico del centrosinistra ha messo a disposizione: la scelta del leader. Il rischio ora è che una richiesta di partecipazione venga gestita come una delega in bianco. Chi ha vinto, incoronato dalla volontà popolare, si sente legittimato a decidere tutto. Rischia di trionfare la personalizzazione e l’americanizzazione della politica. Il desiderio di democrazia partecipata può essere stravolto in una forma di democrazia d’investitura.

Una volta indette, era necessario partecipare alle primarie con un candidato alternativo a Prodi. Ma primarie così organizzate dovevano essere invocate anche da settori della sinistra antiliberista? Non sarebbe stato più opportuno chiedere di pronunciarsi, oltre che sui nomi in lizza per la leadership, anche attorno ad alcuni punti programmatici? Non programmi complessivi abbinati ai nomi dei candidati premier, ma alcuni, selezionati, fondamentali quesiti da sottoporre al voto con la possibilità di scegliere tra differenti risposte.

Avrebbe comunque vinto Prodi, ma forse vincolato sul ritiro delle truppe, o sulla chiusura dei Cpt o sul rifiuto della legge 30. O, più probabilmente, proprio per questa ragione, la maggioranza dell’Unione non le avrebbe accettate. Ma era una battaglia da fare pubblicamente e con forza, allora, quando, almeno formalmente, tutti erano ancora ai nastri di partenza.

Per il futuro prossimo: riusciremo ad aprire spazi di espressione diretta del popolo dell’Unione su alcuni punti cardinali di programma? Intanto firmiamo per la campagna «Cambiare si può», un passo in questa direzione.

La legge elettorale. Sulla sua complessa questione non aiutano reticenze o semplificazioni. Il quadro appare più o meno questo: nella maggioranza lo schieramento tradizionalmente a favore del maggioritario si batte per una riforma in senso proporzionale, nell’opposizione i sostenitori del proporzionale sembrano difendere il maggioritario. E’ il paradosso del presente.

La legge proposta dalla destra è sovversiva dell’ordine costituzionale, propone un premio di maggioranza che farebbe vergognare qualsiasi «legge truffa», impone ai cittadini di votare su liste bloccate. Altrettanto inaccettabile è una legge elettorale approvata a pochi mesi dal voto, senza il consenso dell’opposizione, anche se la modifica in extremis del titolo quinto della Costituzione nel 2001, con il minimo dei voti indispensabili, non è stato un buon esempio.

Nessun dubbio sulla necessità di opporsi «senza se e senza ma» alla proposta governativa. Ma con quali contenuti, con quali parole d’ordine? E’ doloroso ricordare che la legge elettorale voluta dal centrosinistra in Toscana presenta elementi di forte somiglianza con la proposta della destra; con l’aggiunta di un presidenzialismo assoluto, sul piano regionale, accompagnato da un considerevole aumento del numero dei consiglieri (ma in un consiglio con sempre meno poteri). Abbiamo avversato in prima persona quella proposta, i movimenti l’hanno criticata, ma con queste regole si è votato in Toscana pochi mesi fa. Ulteriori elementi del paradosso.

Se tutto questo è chiaro, altrettanto chiaro è che la sinistra alternativa debba trovare il coraggio di dire la verità: che un autentico sistema proporzionale è più democratico dell’attuale sistema elettorale e di qualunque sistema maggioritario; che le ragioni che ci spinsero a votare «no» al referendum del 1993 non sono oggi meno valide. Tacere su tutto ciò o limitarsi a sussurrarlo, non aiuta la sinistra né nella discussione del presente, né nelle scelte da compiere domani quando, eventualmente, sarà al governo. Se oggi stiamo zitti chi, fra la nostra gente, sarà disponibile a impegnarsi domani in favore del proporzionale? Sappiamo bene come la politica dei due tempi non abbia mai pagato.

Possibile che l’unica mobilitazione di massa convocata dall’Unione sia stata in difesa del maggioritario ? Non vi sono altri temi egualmente degni di mobilitazione? La lotta contro ogni forma di privatizzazione dell’acqua, l’opposizione alla riforma Moratti o alla legge Bossi/Fini, solo per fare qualche esempio, non meritavano almeno un pari impegno?

Genova e dintorni. Qualunque percorso di sinistra non può prescindere dall’assunzione dei temi sollevati dal movimento. Ci piacerebbe vedere le forze antiliberiste porre, insieme, sul tavolo dell’Unione alcuni punti discriminanti di questa comune eredità: la richiesta formale di aperture di una commissione d’inchiesta sui fatti di Genova, un netto rifiuto di missioni di guerra comunque mascherate, la chiusura e non la riverniciatura dei Cpt, l’abolizione della legge 30.Una possibilità reale. Anche considerando che le commissioni chiamate a elaborare il programma sono composte quasi unicamente da rappresentanti dei partiti e che, abbiamo ragione di temere, l’assemblea programmatica si ridurrà principalmente a un incontro di grande impatto mediatico.

Non è poi sostenibile una politica economica fondata sulla privatizzazione dei servizi e sull’avvio delle Grandi opere infrastrutturali (Ponte sullo stretto, Alta velocità ferroviaria, nuove autostrade) anziché sul sostegno ai diritti dei lavoratori e su interventi di recupero e ad alto contenuto occupazionale. E’ pretendere troppo chiedere a Prodi una pubblica presa di distanza dalla direttiva Bolkestein approvata dalla Commissione europea quando ne era presidente?

Se l’autocensura avesse riguardato solo gli autori di questo articolo saremmo di fronte a una vicenda da risolvere ciascuno con la propria coscienza; ma, senza supponenza, crediamo che molti di coloro che hanno attraversato la vita del movimento in questi ultimi anni abbiano svolto riflessioni non molto differenti. Almeno questo è ciò che abbiamo percepito nello scambio di opinioni con amici e compagni incontrati in tante recenti occasioni.

In questi anni ci siamo ripetuti reciprocamente che la forza di un governo di sinistra (o centrosinistra) sta nella sua capacità di non rinunciare mai alla dialettica sociale, nel vedere nei movimenti e nelle organizzazioni di massa dei compagni di strada, delle risorse dalle quali non si può prescindere. Perciò abbiamo sempre detto che anche in presenza di un governo «amico» (per il quale oggi anche noi ci stiamo battendo) nessuno potrà chiedere ai movimenti sociali di non svolgere il proprio ruolo, di «tacere per non disturbare il manovratore». Se su questo impegno vogliamo essere credibili per il domani, dobbiamo cominciare a sperimentarlo dall’oggi.