Madonna e Williams, tornano gli anni ’80

Ottanta non è una bestemmia. E’ risaputo che in musica le bestemmie non esistono e che chi generalizza rischia di prendere lucciole per lanterne. Sono bastate due lucciole come Madonna e Robbie Williams per dare la sveglia alle lanterne di una critica musicale abituata da tempo a considerare gli anni Ottanta come una sorta di buco nero da cui estrarre al massimo qualche
rocker di qualità. Gli ultimi album delle due amatissime icone, soprattutto quello della signora Ciccone
che ha lasciato la mimetica per una tutina rosa fucsia ed è tornata sul dancefloor, recuperano i suoni, le atmosfere e il gusto danzereccio del decennio reaganiano e della Milano da bere. Adesso che l’hanno fatto due giganti della scena mediatico-musicale se ne stanno accorgendo tutti, ma è da un po’ che gli anni Ottanta son tornati a ispirare la musica che gira intorno e non soltanto sull’onda del revival nostalgico, che pure c’è. Chi sa ascoltare se n’è accorto da tempo. Gruppi come Faint, Colder, Hot Hot Heat, British Sea Power, Rapture e Interpol, solo per citare i più conosciuti, attingono a piene mani a quel clima sonoro, rielaborandolo con curiosità e intelligenza. E che dire poi di Anthony & The Johnsons, capaci di mescolare deliziosa- mente i Culture Club con Lou Reed? Ciascuno di questi gruppi ripercorre a modo suo i sentieri obliqui del decennio che precede la caduta del muro e la
supposta “fine della storia” costringendo un po’ tutti a fare i conti con la propria superficialità d’analisi e di giudizio. Il luogo comune applicato sul periodo in questione, infatti, parla di un buco nero in musica come nelle coscienze. L’analisi non è né azzardata, né sbagliata. E’ solo incompleta. Risponde
certamente a verità la tesi che individua negli Ottanta l’origine della musica di plastica e dell’avvio da parte delle major di una strategia mirata all’appiattimento globale dei gusti. In quegli anni un po’ per dominare le coscienze e, soprattutto, per ridurre i costi aumentando i profitti la musica di plastica
diventa una scelta. Non è, però, vero che a parte il metal, un po’ di Springsteen, gli U2 e poco altro, il resto sia immondizia attirata, masticata e risputata dal buco nero. La verità è che chi si è concentrato
sul buco ha finito per non accorgersi della ciambella che gli stava intorno e oggi si mostra sorpreso, quando non infastidito, dall’improvvisa vitalità dei suoni e delle atmosfere di quel periodo. Se si guarda alla sostanza si scopre che i suoni e le atmosfere attuali attingono a esperienze nate e cresciute negli anni Ottanta e confuse per disattenzione o per comodità nel mucchio dell’edonismo danzereccio. Si dimentica che in quel periodo ai margini del buco nero si muovono realtà interessanti e per molti versi
anticipatrici della dance “intelligente” del nuovo millennio. Giusto per fare qualche esempio è proprio negli anni Ottanta che l’Acid Jazz esce dai confini ristretti dello sperimentalismo per fornire materiale danzereccio mescolando latino, soul e jazz senza rispetto per le paludate scuole di ciascun genere.
Basta ascoltare gli album Take a chance (1981) dei Dislocation Dance, Past meets present dei Weekend di Simon Booth o Sweet nothing (1985) dei Working Week per rendersene conto. Un’altra delle esperienze alle quali i moderni epigoni del recupero attingono a piene mani è anche l’algido elettropop dell’ondata blow wave che ha tra i precursori i Visage nati dall’unione degli ex Ultravox Midge Ure e Billy Curie con una costola dei Magazine e ha vissuto momenti di grande spolvero con Spandau Ballett, Bow Wow Wow, Modern Romance, China Crisis e Haircut 100. Sono suoni, ritmiche, musiche e mescole destinate a sopravvivere alla marmellata culturale di cui apparentemente hanno fatto parte e che oggi ritroviamo sulle nuove frontiere del pop intelligente insieme a quella che dovrebbe essere considerata la vera grande novità degli anni Ottanta, cioè il sintetizzatore. Venti anni dopo le esperienze di Human League, Cabaret Voltaire, Gary Numan e Orchestral Manoeuvres In The Dark l’idea che i suoni sintetici possano divenire parte della fase creativa e non soltanto una bizzarra
soluzione d’arrangiamento è ormai un dato comune. Lo prova il fatto che l’addetto ai sintetizzatori non è più considerato una sorta di tecnico accessorio, ma uno dei principali padroni del sound, corresponsabile di ritmo, arrangiamento e melodia. Negli anni Ottanta, in più, l’affievolirsi della fase creativa della new wave favorisce il recupero della psichedelia, prima sotto forma di revival e successivamente come impetuoso movimento capace di nuove e interessanti suggestioni. In molti gruppi di oggi che vengono scambiati per epigoni delle sonorità vintage degli anni Settanta si ritrova invece l’esperienza di band di nicchia del decennio successivo come i Plan 9, gli Outta Place o i Vipers
del sassofonista Jon Weiss, senza dimenticare le esperienze decisamente più conosciute delle Bangles e dei Things. Più si scava ai bordi del buco nero e più si scopre. Più si ascolta e più vien voglia d’ascoltare. Ci si accorge che il diavolo non è poi così brutto come lo si dipinge e che, forse, gli anni Ottanta non sono nemmeno il diavolo. Quelli a cui si guarda oggi con interesse sono quelli della creatività ben supportata dalle innovazioni tecnologiche, situata in una sorta di terra di mezzo che sta tra l’avanguardia e la degenerazione commerciale senza scivolare mai verso nessuno dei due opposti. Poi c’era la plastica, i primi passi dell’omogeneizzazione culturale e l’armamentario reazionario del reaganismo culturale e del thatcherismo. La musica sta cogliendo il meglio. Madonna e Robin Williams hanno il merito di aver costretto un po’ tutti ad accendere i fari su un fenomeno attivo da tempo.
Adesso speriamo non venga imbarcato anche il peggio e che la tutina rosa che esalta la Ciccone non diventi una divisa obbligatoria.