Madeleine Rebérioux, storica dalla parte dei soggetti sociali

L’Università di Bergamo, per iniziativa di Maria Grazia Meriggi, ha avuto la lodevole idea di ricordare una luminosa figura della storiografia del secondo Novecento, Madeleine Rebérioux, in occasione del primo anniversario della scomparsa, avvenuta, a Parigi, il 7 febbraio 2005, a ottantaquattro anni (era nata l’8 settembre del 1920 a Chambéry).
Età rispettabile, certo, ma avremmo voluto averla ancora con noi, questa straordinaria studiosa, che alla ricerca, condotta con passione e rigore, non volle sacrificare gli affetti, e mai si acconciò a subordinarla ad esigenze di presenza accademica o di visibilità intellettuale. Non nascose la propria “simpatia”, nel senso letterale, per i deprivilegiati, in particolare i lavoratori dell’industria, e ciò che dalla loro forza era animato, e che una volta eravamo avvezzi a chiamare “movimento operaio e socialista”, ma anche i popoli soffocati dal colonialismo europeo, a cominciare da quello francese. Nel Partito comunista francese e in altri organismi (fondò, con altri, nel 1955, insegnante liceale, un Comitato contro la guerra di Algeria e fu presidente nella prima metà degli anni Novanta della Lega per i diritti dell’uomo, diventandone poi presidente onorario), Madeleine Rebérioux non solo rimase “a sinistra”, anche dopo aver abbandonato il Pcf, ma non gettò alle ortiche il significato pregnante di una milizia intellettuale. Cercò sempre con onestà e intransigenza, senza fanatismi e senza doppiezze, di conciliare il dovere della Verità, essenza del lavoro storico, con la sua “scelta di campo”.

In tal senso, forse ha peccato di ottimismo Maria Grazia Meriggi ad osservare che i percorsi come quelli della Rebérioux, all’insegna dell’engagement, certo senza mettere la sordina agli scrupoli metodologici del fare storia, «non sono una peculiarità irripetibile ma assumono tuttora dei contorni di esemplarità». Lo assumono, ma in piccole e sempre più esangui pattuglie assediate dalle mille Sanremo pseudo nazionale-popolari, ma dalla compromissione, di potere (accademico, mediatico o direttamente politico) che inquina irresistibilmente il lavoro degli studiosi, ivi compresi coloro che si ostinanano a fare gli storici.

Difficile, in effetti, trovare nel panorama della storiografia del secondo Dopoguerra figure altrettanto coerenti tra il loro essere da una parte, sul piano ideale, e il lavoro svolto negli ambiti dell’indagine storica, dell’organizzazione culturale, dell’insegnamento (fu professore a Paris VIII, la mitica Vincennes, uno dei luoghi della contestazione, università che proprio lei contribuì a creare); difficile trovare altrettanta – vorrei dire – purezza di intendimenti e di azione politica, intellettuale e storiografica.

A Bergamo, con la partecipazione, oltre che della Meriggi, di Gilles Candar, il successore della Rebérioux alla guida della Socété d’»tudes Jaurassiènnes (l’istituzione dedicata alle ricerche su Jean Jaurès, il grande leader socialista), Françoise Blum, David Bidussa, Patrizia Dogliani, Mariuccia Salvati, Rossana Vaccaro, Francesca Melzi d’Eril, Luigi Cortesi, Bruno Cartosio, Paolo Favilli, Marco Gervasoni, Giovanni Scirocco (altri hanno assicurato la loro partecipazione agli atti, come Christophe Prochasson e Alceo Riosa), la personalità della Rebérioux, amica dell’Italia e di tanti italiani, come dimostra la lista dei partecipanti al seminario, è stata ricostruita con ampiezza. Tutto ciò, naturalmente, lontano dai riflettori dell’Italia impegnata nella kermesse di Sanremo, manifestazione ormai non più nemmeno nazionale-popolare (nel senso anche più volgarmente postgramsciano).

Lo scopo dell’incontro, come ha dichiarato in esordio la sua organizzatrice Meriggi, è stato quello di mostrare come la ricerca di Madeleine Rebériouxs non è stata tanto indirizzata, in termini di storia politica, banalmente, al versante riformistico e/o a quello rivoluzionario della vicenda del movimento socialista, ma ai soggetti sociali «in cui si sono incarnati i loro intrecci, i loro compromessi e le letture possibili delle diverse esperienze sociali e istituzionali». In tale ottica, Jaurès, il grande leader del socialismo d’Oltralpe, e fermo oppositore della guerra, al punto da essere assassinato per mano di un fanatico nazionalista suo connazionale (non già suo compatriota nella ideale, libera Città dello Spirito, dell’intelligenza e dell’autonomia del pensare), rappresenta davvero – è ancora Meriggi a parlare – «un percorso esemplare in cui si sono sviluppati gli intrecci e le contraddizioni fra l’individualismo e il collettivismo, l’inclusione del cittadino e l’autonomia del lavoratore, la repubblica possibile e quella reale».

La Rebérioux, dunque, ha lavorato, fra ricerca pura e organizzazione, nella terra delle rivoluzioni, la sua Francia, spesso in stretto collegamento con centri, istituti e singoli studiosi di casa nostra, contribuendo non poco alla nascita della storia sociale. Il fervore degli anni Sessanta-Settanta, con le loro piccole grandi rivoluzioni culturali che toccarono profondamente il modo di fare storia, e spesso gli oggetti della ricerca, la videro protagonista a pieno titolo, sempre in una felice sintesi di ricerca e passione politica. In Francia Le Mouvement Social; l’amata Società jaurèssiana; gli studi sulla Comune e sui suoi simboli; quelli sulla crisi del socialismo davanti alla Prima Guerra mondiale; la ricostruzione, attraverso i luoghi e le letture, le abitudini e le mitologie, della figura del militante socialista, e i suoi modelli pedagogici… In Italia riviste come Classe del compianto Stefano Merli, la nuova serie della genovese Movimento operaio e socialista, le innovative indagini sulla Grande guerra, una pur tardiva attenzione al socialismo francese fuori dell’immenso perimetro della Révolution, e allo stesso Jaurès, una prima, episodica riflessione sulla fotografia e il suo rapporto con la storia, il tema dei luoghi della memoria (di grande rilievo la sua vicepresidenza del Musée d’Orsay, sotto tale riguardo), e i loro simboli, la definizione di uno spazio europeo, ed anche extrauropeo, della cultura operaia, e la questione della sua autonomia e molto altro ancora: furono tutti frammenti di un discorso storiografico e civile che fu una boccata d’aria in un mondo viziato da schieramenti un po’ cristallizzati (liberali, cattolici, comunisti di partito…), in cui ciascuno coltivava il suo orticello legato, pur in senso lato, agli orizzonti della sua parte.

Oggi ci dicono che gli operai siano una specie in via d’estinzione e ad altri ceti bisogna che le forze di sinistra – la famosa sinistra “responsabile” – si rivolgano, se intendono giungere a governare: e forse una Madeleine Rebérioux non potrebbe più nemmeno esistere. Anche per questo la rimpiangiamo. Forse un po’ per nostalgia di un mondo in cui essere a sinistra significava una scelta netta dalla parte di quelle classi e delle loro rivendicazioni, delle loro attese e delle loro speranze.