Made in Italy spaziale, «alla Silvio»

Vivo all’estero da cinque anni e non mi risulta che l’Italia in questi cinque anni di governo Berlusconi abbia conquistato la stima internazionale. Come se non bastassero frasi e slogan del nostro presidente del Consiglio a diffondere imbarazzo e titoloni nei giornali di tutto il mondo, ci sono anche vere e proprie scorrettezze legate alla politica a creare disagio, e non solo disagio intellettuale. Forse pochi sanno che tra i vanti del nostro Paese c’è l’industria aerospaziale, che ha posto l’Italia fra i primi quattro paesi a livello mondiale. Ebbene, il governo di centrodestra è quasi riuscito a distruggerla – si spera non definitivamente. Posso scrivere con conoscenza di causa il racconto di questa disdicevole storia perché vi è stato coinvolto mio padre: che a sessantacinque anni e a un passo dalla pensione si è visto cacciato, lasciato senza pasti e umiliato nel posto di lavoro che occupa da oltre quarant’anni. Per di più in un paese straniero e lontano come il Kenya, neanche tanto sicuro. Ma ecco i fatti, come mi sono stati raccontati da lui, dai i suoi colleghi e dal loro manager. Fiore all’occhiello dell’Università La Sapienza di Roma è un progetto di ricerca che esiste dal 1963, il progetto San Marco. Questo progetto consiste in attività nell’area della ricerca aerospaziale che l’Università svolge tra l’Italia e Malindi, in Kenya, dove esiste una base di lancio di satelliti, il Broglio Space Centre. Oltre a professionisti italiani, alla base lavorano circa duecentocinquanta kenyani, tra tecnici e operai. Con l’Università operano anche dei dipendenti del Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche, distaccati presso la base in virtù di una convenzione che dura da oltre vent’anni. Mio padre è uno di questi. Il lavoro si svolge lungo tutto l’arco dell’anno e, a seconda degli impegni, nella base operano sempre dai dieci ai quindici dipendenti, tra kenyani e italiani. Costo della base, almeno fino a quando era gestita dall’Università, tre milioni di euro l’anno, con contratti per circa la metà.

Trasferimento di gestione

Bisogna usare il passato, «era» gestita, perché nel dicembre 2003 il governo, sotto la spinta del senatore di Allenza nazionale Learco Saporito, con un decreto legge (n.128 del 2003), ha stabilito il trasferimento della gestione della base all’Asi, l’Agenzia Spaziale Italiana, il cui presidente è Sergio Vetrella. L’Asi, come l’Università, dipende dal Miur, il ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca. La Sapienza ha accettato di stipulare l’accordo. «L’Università è stata costretta – precisa il professor Carlo Ulivieri, presidente del progetto – per mancanza di finanziamenti e per altri motivi che non posso dire». È stata una mossa per introdurre o favorire fondi privati? «Senz’altro sì – spiega Ulivieri – ne risulterebbero agevolati il Cira, Centro Italiano Ricerche Aerospaziali, di cui Vetrella è presidente, e alcune aziende vicine a An, Vitrociset e Contraves». In base all’accordo, l’Asi avrebbe dovuto assicurare la continuità delle attività di ricerca e formazione svolte dall’università, tenendo conto dell’esperienza da questa già maturata, e la continuità dei contratti esistenti. In particolare l’Asi si era impegnata a mantenere il rapporto diretto con le unità di tecnici del Cnr. Inoltre, avrebbe dovuto lasciar utilizzare la base da parte del personale dell’università. Per due anni, l’Asi si è quasi disinteressata all’intera vicenda, denunciano dall’università, tanto che questa ha maturato un debito di 3,5 milioni di euro, cifra che il 7 aprile il giudice ha condannato l’Asi a pagare. Ma improvvisamente, dal gennaio di quest’anno, cioè da quando si è cominciato a parlare di elezioni politiche, l’Asi improvvisamente si è ricordata di avere delle responsabilità nei confronti della base, ne ha occupato l’edificio, ignorando i professionisti, sia italiani che stranieri, che ci lavoravano e dunque le proprie responsabilità contrattuali Al personale universitario è stato chiesto di lasciare la base. Un’iniziativa, avrebbe spiegato Roberto Ibba, responsabile della base per l’Asi, «tesa a facilitare lo svolgimento di lavori urgenti da eseguire per porre la base in condizioni di funzionalità e sicurezza». Ma il tutto si è tradotto in pratica con una serie di persone costrette a rimanere nella struttura, per non essere chiuse fuori, ed escluse anche dal serivizio di mensa.

Tutti (quasi) fuori

«L’Asi – spiega Filippo Sanzone, dipendente del Cnr – ha scritto una disposizione per cui tutto il personale del Crpsm, Centro di Ricerca Progetto San Marco, doveva lasciare la base per consentire che questa potesse essere resa più sicura. Ma perché avrebbero dovuto allontanarsi solo i dipendenti dell’università e non anche tutti gli altri? È chiaro che questo era un pretesto per potersi impadronire delle stazioni alle quali non hanno accesso. Siamo dunque rimasti all’interno, perché chi usciva non poteva più entrare. E è diventato un assedio, in attesa che il rettore dell’università riuscisse, attraverso il ministero, a trovare al più presto una soluzione. Dulcis in fundo, il 28 marzo è stato dato ordine allo staff della cucina di non apparecchiare i tavoli e non servire cibo ai dipendenti del Crpsm. Ma i diritti umani devono essere difesi persino in guerra. Anche ai carcerati si dà da bere e da mangiare ». «Tutte queste cose sono state permesse dal responsabile dell’Asi – aggiunge Emilio Fioravanti, anche lui dipendente del Cnr – con motivazioni incomprensibili, in nome del diritto di essere gli unici gestori della base. Ma mi chiedo perché il ministero, preposto all’attuazione della convenzione, non ha mai corredato le disposizioni unilaterali dell’Asi con una lettera di assenso o dissenso? Sono loro i veri colpevoli in questa diatriba. Perché ancora oggi, con la situazione così degenerata, nessuno si sente in dovere di intervenire e costringere le parti a seguire la legge? Perché così tante persone sono costrette a subire l’umiliazione di non poter svolgere il proprio lavoro e di non poter uscire e rientrare liberamente nella base? Noi siamo in trasferta, ma per i tecnici kenyani la situazione è ancora più irreale. Il 27 marzo sono usciti di casa per andare al lavoro, qualcuno lasciando moglie e figli, e ancora oggi non hanno la possibilità di tornarci». Il pomeriggio del 29 marzo alla base è arrivato il messo giudiziario inviato dall’Alta corte di Malindi con un’ingiunzione in prima istanza Raffaele Mugnuolo, il responsabile dell’Asi prima di Ibba, e in seconda al responsabile Asi presente alla base. Ibba in un primo momento non voleva firmare per ricevuta comunicazione, poi gli hanno spiegato che sarebbero tornati l’indomani con un’ingiuzione nuova, ma gliela avrebbero consegnata direttamente i poliziotti portandolo in carcere. Copia dell’ingiuzione è a disposizione del Crpsm. Mugnuolo dovrà comparire il 12 aprile davanti al giudice. Altrimenti non potrà più entrare in Kenya, pena l’arresto immediato appena scende all’aeroporto. Ma vediamo quali sono i progetti in corso alla Base. «La Base – spiega Ulivieri – si limita alle sole attività che svolge con grande difficoltà l’Università, perchè l’Asi in più di due anni di gestione non ha combinato un bel nulla. Attualmente le attività svolte sono quelle di supporto tecnico ai lanci dei satelliti Ariane (Esa) e Delta (Boeing), ai supporti ai satelliti lanciati nelle prime fasi operative e alle acquisizioni dei dati satellitari di osservazione della Terra. In più vengono svolte ricerche con lanci di palloni sonda e misurazione delle caratteristiche atmosferiche da terra. Uso il presente – aggiunge il professore – ma in realtà dovrei parlare al passato, perché tutte queste attività sono in pericolo. La Convenzione Asi-Università infatti, firmata il 17 giugno 2004, non è stata mai onorata dall’Asi».

Discredito sull’Italia

«Il prossimo supporto Ariane 5 – incalza Fioravanti – è previsto per il 23 maggio. Invece di occuparsi di questo, l’Asi continua nella sua azione di voler sostituire il team dell’Università con un suo team operativo, nonostante nella Convenzione sia scritto molto chiaramente che l’Università di Roma è la diretta responsabile della conduzione delle operazioni necessarie per il supporto. A ciò si deve aggiungere il discredito che l’Italia ha subito nei confronti delle autorità kenyane e delle Agenzie spaziali straniere, con il conseguente annullamento di tutti i riconoscimenti ottenuti dall’Università nei quarant’anni di conduzione. Le voci di corridoio di questi enti – conclude Fioravanti – Cnes, Esa, Boeing, ci hanno confermato che sono intenzionati a eliminare la stazione di Malindi, non affidabile, dai loro programmi futuri». Tra l’altro, l’Asi non avrebbe consentito l’ingresso alla base al materiale spedito dalla Germania, necessario al funzionamento della stazione. Il tecnico dell’Esa, che avrebbe dovuto installare la nuova strumentazione, è stato costretto a lasciare la base senza aver svolto il lavoro previsto. Quali sono le conseguenze di tutta questa vicenda? Le valutazioni spettano ad avvocati ed esperti. Da giornalista, visto che l’apporto tecnico italiano sta perdendo ogni credibilità, per il futuro mi aspetto che per i satelliti europei il massimo del tocco del Belpaese sarà una firma di moda italiana che si occupi del design degli interni o la sponsorizzazione di un’azienda che fornisca pizza e spaghetti.