Macaluso: lui come gli altri leader locali, è il partito dei potentati

Per l’ex senatore PCI Emanuele Macaluso, oggi voce ascoltata e spesso pungente del riformismo, il caso campano «più che un problema per Bassolino è un problema per D’Alema e Fassino».
Sabato però il segretario dei Ds sembra aver chiuso la vicenda con il sostegno pieno al governatore.
«Il punto è che il partito, a livello nazionale, non è in grado di fare niente quando scoppia una contraddizione come quella di Napoli. Per non parlare del partito a livello locale, che è ormai senza ruolo, schiacciato dai conflitti personali. Purtroppo questa situazione è figlia dell’indebolimento dei partiti. La legge elettorale regionale e comunale ha poi rafforzato il personalismo dei leader locali eletti. I sindaci e i governatori si fanno le proprie liste, come è successo anche a Roma con Rutelli e poi con Veltroni, nominano i loro uomini nei Consigli comunali e regionali. Non rispondono più al partito, che da centro di elaborazione politica e di selezione di classe dirigente è diventato la cinghia di trasmissione del consenso personale dei poteri locali».
Non sarà certo solo colpa della legge elettorale, che peraltro ha garantito in molti casi la governabilità.
«La legge ha agevolato questa tendenza. Si è passati da uno squilibrio all’altro: l’eccesso di personalismo induce inevitabilmente all’organizzazione di strutture politiche parallele, anzi sostitutive dei partiti. Così è successo a Napoli, i Ds sono diventati la succursale del partito di Bassolino».
Vede responsabilità personali?
«Bassolino è una persona onesta. E’ un uomo politico che ha usato gli strumenti che aveva, ritenendo che fossero adatti per vincere. C’è invece qualcosa di patologico nella cultura politica, di cui nessuno si occupa pensando che sia una questione personale. In Lombardia Formigoni ha lo stesso sistema di potere di Bassolino».
Lei dice che i partiti non hanno più ruolo, ma la legge elettorale in discussione alla Camera rimetterà nelle mani dei gruppi dirigenti la scelta dell’intero Parlamento.
«Così è, apparentemente. Ma poi, i partiti non hanno ruolo nella società, nelle realtà locali, nel dibattito politico. Sono pedine di chi governa le istituzioni».
Come se ne esce?
«Non certo revocando gli incarichi in nome del centralismo democratico. Forse con una discussione approfondita su questa forma nuova di far politica».