Ma quanti sono i sequestrati (e torturati) dalla Cia?

Programma speciale, in atto da anni: gente presa ovunque (pure in Italia) e torturata in segreto in paesi compiacenti
Così da dieci anni Le «consegne speciali» vanno avanti da dieci anni. Egitto e Thailandia tra i paesi più usati per torturare i sequestrati

Nome in codice: unità speciale di rimozione. Ne fanno parte agenti della Cia incaricati di prelevare sospetti terroristi in qualsiasi paese si trovino e portarli in paesi terzi dove è abitualmente praticata la tortura, per effettuare interrogatori che così sarebbero più efficaci. Il programma è noto con il nome di extraordinary rendition, consegna straordinaria. Esiste da almeno dieci anni, ma il boom dei rapimenti si è avuto dopo l’11 settembre. Cofer Black, allora capo dell’antiterrorismo della Cia, spiegò bene nel settembre del 2002 al senato e alla camera americani che l’arresto e la detenzione dei terroristi era un’area «altamente segreta». E specificò: «Tutto ciò che dovete sapere è che esiste un pre-9/11 e un post-9/11. Dopo l’11 settembre operiamo senza guanti». Senza guanti e senza limiti territoriali: come recentemente rivelato dal Sunday Times inglese e poi da La Repubblica, un caso ci riguarda da vicino. È successo a Milano due anni fa: Osama Mustafa Nasr, meglio noto come Abu Omar, un egiziano di 42 anni, sarebbe stato prelevato da agenti della Cia e trasportato, via Aviano, in Egitto. Il pm Stefano Dambruoso aprì allora un’inchiesta per sequestro di persona. Armando Spataro ha dichiarato al Sunday Times del 6 febbraio scorso che l’intervento degli Usa rappresenta una «seria violazione della legge italiana».

E Abu Omar non è certo un caso isolato. Due anni fa Maher Arar, ingegnere canadese nato in Siria, viene preso a New York e rispedito al suo paese natale, dove afferma di essere stato torturato per mesi in carceri segrete. L’aereo che lo ha trasportato ha seguito la seguente rotta senza essere mai stato intercettato nè fermato: New York-Washington-Portland-Roma e infine Amman, in Giordania. Anche Mahmoud Habib, australiano di origini egiziane, è stato preso in Pakistan nell’ottobre 2001 e rilasciato il mese scorso, senza accuse, dopo tre anni di torture in Egitto. Mohamed Zery e Ahmed Agiza, egiziani, sono stati presi a Stoccolma nel dicembre del 2001. Erano rifugiati politici e la Svezia chiese assicurazioni concrete che non venissero torturati. Ma Zery, rilasciato nell’ottobre del 2003, in un’intervista al programma televisivo svedese Kalla Fakta, ha denunciato tutte le torture subite.

Tra i paesi privilegiati dall’unità speciale figura in primo luogo l’Egitto, secondo paese dopo Israele quanto a finanziamenti Usa e famoso per metodi a dir poco spicci. Tanto che Human Rights Watch definisce «la tortura, in Egitto, endemica». A quanto dichiarato al New Yorker da Michael Scheuer, ex agente della Cia, l’accordo Cia-Egitto sui detenuti scomodi risale al 1995. L’intesa era talmente collaudata che gli 007 egiziani del mohabarat torturavano i malcapitati secondo domande fornite dai colleghi americani. Unico accorgimento: gli agenti della Cia non dovevano mai apparire.

Ci sarebbero prigioni segrete della Cia in Giordania, Thailandia, Uzbekistan, Marocco, Arabia saudita. Le persone prelevate vengono caricate su aerei del tipo Gulfstream V, registrati a compagnie di copertura come la Bayard Foreign Marketing dell’Oregon. Questi jet sono autorizzati ad atterrare nelle basi militari Usa. Più difficile, invece, quantificare il numero di persone rapite. Hossam el Hamalawy, giornalista egiziano che da anni si occupa di questa procedura, afferma che «solo in Egitto e solo a partire dall’11 settembre 2001 sono state `riconsegnate’ tra le 150 e le 300 persone». Una volta arrivati in Egitto i prelevati svaniscono nel nulla. «Inizialmente, spiega Hossam, vengono tenuti in custodia dal mohabarat in luoghi chiamati `ville fantasma’. Poi – continua – passano agli agenti della sicurezza di stato, e torturati secondo i soliti metodi o nei locali di piazza Nazowghli o nei nuovi quartieri generali a Medinat Nasr, vicino all’aeroporto». Ma sono tutte speculazioni, visto che i prigionieri sono sempre bendati.

Oltretutto, anche nel caso in cui vengano rilasciati, non sono in molti a superare la paura di uscire allo scoperto e denunciare le torture subite. E chi lo fa viene anche denigrato da funzionari Usa come il luogotenente Flex Plexico che al Washington Post dichiarò che «fa parte dell’addestramento di al Qaeda denunciare falsi abusi di tortura».

La procedura di consegna straordinaria viola non solo la sovranità di paesi terzi, come l’Italia nel caso di Abu Omar, ma anche una legge passata dal Congresso Usa nel 1998, in cui si afferma che gli Stati uniti si impegnano a «non riconsegnare, estradare o in altro modo favorire il ritorno di persone in paesi in cui si ritiene essi possano (…) venire torturati». E viola la Convenzione Onu contro la tortura del 1994, che ribadisce lo stesso principio. Perché, allora, la Cia si macchia di tanta illegalità? Che valore hanno confessioni estorte sotto tortura, altro che quello della strumentalizzazione politica?

Un caso per tutti: Ibn al Sheikh al-Libi viene arrestato qualche mese dopo l’11 settembre in Pakistan. Gli 007 Usa non riescono a fargli ammettere altro che cose già note: gestiva un campo di addestramento in Afghanistan. Non basta. Al-Libi arriva in Egitto. Poco tempo dopo, grazie alle confessioni estorte ad al-Libi, Colin Powell afferma sicuro al Consiglio di sicurezza Onu che «un terrorista di al Qaeda» ha confessato che Saddam Hussein si è offerto di «addestrare gli uomini di bin Laden al corretto uso di armi chimiche». Si fa dire al prigioniero quello che serve quando serve. Purché lo dica fuori dalla civile terra della libertà e democrazia, perché lì, si sa, la tortura è illegale.