Ma le donne non stanno meglio

Nel terzo millennio, malgrado le dichiarazioni di principio – a cominciare dalla carta dei diritti uomani delle Nazioni unite – la parità uomo- donna è ancora lungi dall’essere raggiunta, e le donne, dappertutto nel mondo anche se con diverse sfumature, vivono situazioni di ineguaglianza, che in numerosi paesi del sud prendono aspetti drammatici. Le livre noir de la condition des femmes (XO Editions, 777 pag., 24,50 •), appena uscito in Francia, raccoglie 40 saggi che fanno il giro del mondo della condizione femminile. Constata, nelle diverse parti del mondo anche se a gradi differenti, una situazione nera dove, «se la violenza non ha sesso, ha però un genere », come scrive nella postfazione la storica Françoise Gaspard, che ora rappresenta la Francia al Cedaw (Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne, stabilita dall’Onu e ratificata oggi da 181 paesi). Questa raccolta di interventi e testimonianze non vuole essere un cahier de doléances sulla situazione delle donne nel mondo – anche se nel periodo che ha preceduto la Rivoluzione francese questi cahier di denuncia della condizione femminile sono esistiti – ma al contrario l’espressione di una determinazione a cambiare le cose. Il soffitto di vetro Da un lato, c’è la storia della secolarizzazione del diritto dei tempi moderni, che è arrivato all’eguaglianza tra i sessi solo dopo lunghe lotte. Ma dall’altro, anche quando la legge garantisce l’eguaglianza, c’è la sua applicazione lacunosa, ci sono le mentalità che non evolvono, si va dal soffitto di vetro in occidente, che blocca senza spiegazioni le carriere, alle tragedie dei paesi poveri, come ha messo in luce il recente dramma di Chittagong. Perché le donne sono una posta in gioco di primo piano delle guerre contemporanee? Quali saranno le conseguenze economiche ed umane dello squilibrio demografico di un’Asia privata, a causa della preferenza data ai bambini maschi, di circa 90 milioni di donne? E’ un caso se l’aids in Africa uccide oggi più donne che uomini? Perché, in materia di stupro e di violenze coniugali, vengono privilegiate le spiegazioni di carattere culturale o religioso per i paesi del sud mentre vengono preferite cause di ordine psicologico e individuale nei paesi del nord? Sono alcune delle domande a cui cerca di rispondere il libro. Intanto c’è un dato: il mondo ha dovuto aspettare il ’93 perché venisse definita internazionalmente la violenza sessista e venisse proclamata l’urgenza dell’applicazione alle donne dei diritti del genere umano: sicurezza, integrità, libertà, dignità, eguaglianza, «cinque parole fondamentali e universali – scrive Sandrine Treiner, che ha coordinato l’opera, curata dalla giornalista Christine Ockrent – per declinare tutto ciò che fa ancora difetto a moltissime donne all’inizio del terzo millennio». Dal ’93, tra l’altro, ci sono stati dei passi indietro anche negli organismi internazionali, cosa che porta ad interrogarci sulla perennnità dei diritti acquisiti: ne è la prova la polemica sulla terminologia che ha avuto luogo alla conferenza di Pechino, nel ’95, quando un’alleanza tra alcuni paesi cattolici, altri musulmani e gli Stati uniti ha introdotto la concorrenza tra il tradizionale termine di «eguaglianza» e quello di «equità », per limitare i diritti delle donne (anche sul fronte economico, per quanto riguarda l’eredità) o quando al vertice di Johannesburg sull’ambiente nel 2002 l’ormai solita alleanza tra Stati uniti, Arabia saudita e Vaticano ha approfittato per cercare di mettere in discussione il diritto ai «servizi sanitari di base», con lo scopo di colpire le legislazioni che legalizzano l’interruzione volontaria di gravidanza. Il primo dei diritti fondamentali è quello alla vita. Ma in Asia ci sono milioni di «donne mancanti», un fenomeno identificato dal premio Nobel per l’economia Amartya Sen, che ne valuta l’ampiezza tra i 60 e i 100 milioni, causato da un cumulo di carenze – dalla sopressione prima della nascita a una peggiore alimentazione o alla mancanza di cure rispetto ai maschi – che significa che per ogni donna mancante ce ne sono decine che vivono in un contesto di grande vulnerabilità. Secondo l’Unicef, «una morte di bambina su dieci, in India, in Pakistan e in Bangladesh è direttamente legata alla discriminazione ». In Cina si registra una situazione analoga: le donne mancanti sarebbero intorno ai 50 milioni. L’irruzione degli strumenti della modernità, come l’amniocentesi, non ha fatto che aggravare il fenomeno, al punto che il ricorso sistematico a questa pratica è stato proibito in India, paese dove la ratio uomini/ donne è la più debole al mondo. Lo scrittore Amin Maalouf ha immaginato in Le premier siècle après Béatrice, l’estrema conseguenza di questa pratica discriminatoria radicale: «l’autogenocidio della popolazioni misogine». Due esempi terrificanti Ex Jugoslavia e Ruanda sono solo i due esempi più terrificanti, tra gli ultimi di una lunga serie per un altro aspetto della violenza sulle donne: lo stupro diventato ormai un’arma di guerra come un’altra. Uno stupro che assume dimensioni non pulsionali, ma è un mezzo per intervenire sulla trasmissione identitaria collettiva del «nemico». Per lottare contro «lo stupro come tattica di guerra » è ora in corso una riflessione internazionale, su iniziativa del Secours catholique, che ha già prodotto una «cartografia» del dramma, dal ’37 a oggi. Ma lo stupro è anche una violenza quotidiana in paesi non in guerra: secondo un’inchiesta realizzata negli Usa, il 14,8% delle donne di più di 17 anni interrogate ha affermato di essere stata vittima di uno stupro o di un tentativo di stupro, nei tre quarti dei casi commessi da familiari o conoscenti (dati analoghi sono stati raccolti nella Repubblica Cèca). In Sudafrica, paese tra i più colpiti, 1,5 milioni di stupri avrebbero luogo ogni anno (sono 50mila in Francia, con 150mila tentativi). Delitti d’onore Il diritto alla vita è poi schiacciato dai delitti d’onore, che hanno luogo anche in Europa. In Messico, uno dei casi più misteriosi della storia criminale (più di 400 donne uccise a Ciudad Juarez dal ’93 a oggi) questa fattispecie ha dato vita a un nuovo termine: «femminicidio». Il rispetto dell’integrità fisica è un diritto spesso negato alle donne. Ne sono prova le mutilazioni sessuali, diffuse in tutta l’Africa – dove ci sono passi avanti nella legislazione, visto che sono numerosi i paesi dove è ormai illegale, mentre le mentalità evolvono a un ritmo molto più lento – ma ne è prova anche, in occidente, il numero elevato di violenze coniugali, che toccano tutte le classi sociali. Del rispetto dell’integrità fisica fanno anche parte tutte le questioni che riguardano la salute, mentre la mortalità per parto, ad esempio, è ancora molto elevata nei paesi poveri. In molte società, le donne sono meno libere degli uomini: non viene garantita la libertà di scelta nel matrimonio, per esempio; in alcuni paesi addiritttura quella di circolazione, in molti l’interruzione volontaria di gravidanza è illegale. In una regione come il Maghreb, che pure è entrata a pieno titolo nella modernità – e dove esistono da decenni dei movimenti femministi – le donne continuano ad essere mantenute legalmente in una posizione di inferiorità. L’avvocata Wassyla Tamzali ricorda che in Algeria, dopo le speranze sollevate dalla lotta per l’indipendenza, «la poligamia è quadruplicata in trent’anni, senza parlare del velo, che ha invaso le università, le strade, i caffé», mentre sul piano internazionale i paesi del Maghreb hanno cercato di rimettere in questione «uno dei principi di base della comunità internazionale, cioè l’universalità e l’indivisibilità dei diritti dell’uomo», con l’offensiva a favore dell’«equità» al posto dell’« eguaglianza». Come riasume la scrittrice Taslima Nasreen, significa essere considerate «esseri di seconda classe nel paese dove la sharia sta al posto della legge». Senza infine dimenticare la tratta degli esseri umani a scopo di prostituzione, il turismo sessuale (che oggi viene progressivamente giudicato nei paesi d’origine dei responsabili) e addirittura la schiavitù (non solo nei paesi poveri ma anche nei grand hotel e nei bei quartieri parigini, come denuncia da anni il Movimento contro la schiavitù in Francia, che è già riuscito a far liberare varie persone tenute in stato di servaggio, con il passaporto sequestrato, obbligate ad orari di lavoro e a condizioni di vita totalmente illegali). Anche nei paesi occidentali più avanzati, poi, la presenza femminile in politica e nei posti di potere è limitata: in Svezia – paese dove al parlamento le donne sono il 47% e l’80% delle donne ha un lavoro – Gudrun Schyman, fondatrice del partito femminista, afferma che «resta molto da fare» persino in questo paese modello. Anche in Svezia il sistema patriarcale continua e questo, secondo Schyman, avrà delle conseguenze economiche considerevoli, perché «il paese va verso la stagnazione economica». Il legame tra eguaglianza dei sessi e sviluppo economico è centrale, spiega l’economista Esther Duflo: «la discriminzione sistematica contro le donne rischia di frenare lo sviluppo di un paese, come sostiene in modo convincente Amartya Sen. In altri termini, il miglioramento della condizione delle donne è suscettibile di accelerare lo sviluppo». Le conseguenze economiche Dal punto di vista teorico, finora è prevalsa l’interpretazione che quando si verifica un miglioramento economico, migliora anche la condizione femminile. Ma oggi gli economisti stanno esplorando la strada inversa di questa relazione: il miglioramento dello status delle donne come fattore di sviluppo. Da un lato resta vero che lo sviluppo economico porta a un miglioramento della condizione delle donne (uno studio della Banca mondiale realizzato su 41 paesi mostra che la differenza di scolarizzazione tra ragazzi e ragazze è più grave per il 40% dei paesi più poveri che per il 20% dei più ricchi). Ma i dati raccolti dagli economisti diosmotrano anche che la crescita economica non è sufficiente per superare le discriminazioni. Un buon esempio è la Cina: malgrado una crescita economica folgorante, addirittura la prima discriminazione – quella che nega il diritto alla vita – è aumentata, con gli aborti selettivi, cosa confermata anche nelle regioni più ricche dell’India. Secondo James Wolfensohn, ex presidente della Banca mondiale, «l’istruzione delle ragazze ha un effetto catalizzatore in tutti i campi dello sviluppo: favorirà il calo della mortalità infantile e materna, l’aumento della riuscita scolastica sia dei ragazzi che delle ragazze, la crescita della produttività, il progresso nella gestione dell’ambiente. Tutti questi miglioramenti si tradurranno in una crescita economica più rapida e, cosa che è altrettanto importante, in una più ampia ripartizione dei frutti della crescita. Più le ragazze saranno istruite, più le donne potranno accedere a posti di responsabilità, a tutti i livelli della società».