Ma la Fortezza Europa rafforza i bastioni a sud

I fantasmi dell’Europa riemergono puntualmente da una storia non rielaborata con rigore, mediata simbolicamente con immagini di consumata ipocrisia. Un contesto perfetto per alimentare affanni e insicurezze sociali sviandole nella paura spicciola dell’ultima «invasione»: oggi ne è esempio il sospetto verso le «orde» di rumeni che potrebbero riversarsi sull’Italia, giacché sono diventati «cittadini europei» e possono non pretendersi più «immigrati».
Eppure sono già qui nel nostro presente le orde di donne e uomini dalla Romania. Da anni messi al lavoro con buon profitto, molti costretti a rimanere «irregolari», il che offre non di rado vantaggi supplementari a chi li «assume»: come poter contare che tacciano e si pieghino a condizioni non gradite. Il punto celato dietro la «comprensione» di taluno per l’«allarme sociale», dietro l’ipocrisia di scenari allestiti per l’occasione è allora precisamente il fatto che chi non sia più nella casella «immigrato» finirà per costare di più nel lavoro, finirà per non tacere più su condizioni fin qui subite.
Mentre si ricalibrano le regole nel controllo sui movimenti della forza lavoro dall’est all’ovest dell’Europa, si sono rafforzate in parallelo le barriere contro chi cerca di approdarvi da altri lidi: piccole orde di donne e uomini «non» bianchi, o non «cristiani», ad esempio. Il «genocidio» silenzioso attribuibile ai governi dell’occidente capitalistico conta ormai oltre 5.500 morti, migranti dall’Africa e dall’Asia annegati nel Mediterraneo.
La Fortezza Europa funziona a dovere: e non serve un clamoroso provvedimento ufficiale deciso a Bruxelles; più discretamente, si fa per dire, ne sono deputati «guardiani» i paesi della costa, dalla Spagna, all’Italia, alla Grecia, e i loro accordi con i governi compari dell’altra riva, come la Libia.
Cita la «creolità mediterranea» di Glissant come unico avvenire possibile, il meticciato come unico possibile tessuto sociale di un’Europa «nata sui bordi del Mediterraneo», Jean-Claude Izzo, l’amato scrittore di noir che dalla sua Marsiglia ha insistitito tenacemente su questa cosmogonia, contro la cultura dominante del nord, che «a partire dall’economia cerca e pretende l’omologazione». Ma questa percezione, confermata dall’errare su tutte le coste del mare ex nostrum (che ben testimonia il prezioso libretto «Aglio, menta e basilico», introdotto da Massimo Carlotto per le edizioni e/o), è abbastanza controversa: davvero si può considerare «questo mare come un insieme» senza tener conto delle fratture che lo lacerano?, si chiede Predrag Matvejevic.
Più scettico e problematico, l’intelletuale bosniaco è però consenziente su un punto: l’Unione europea si compie prescindendo dal Mediterraneo, è un’Europa nata «fuori dalla ‘culla dell’Europa’, come se una persona si potesse formare privata della sua infanzia e della sua adolescenza». E anzi di quel mare ha fatto una frontiera dal Levante al Ponente «per ben separarsi dall’Africa e dall’Asia minore».