Ma i terrorismi sono due

20 marzo. A quasi un anno dalla “fine” della guerra, la guerra continua e s’aggrava in Iraq, è ripresa- come accade periodicamente da due anni- sulle montagne afghane ed è ri-esplosa nel Kosovo, “pacificato” cinque anni fa. Intanto il terrorismo, che un anno fa in Iraq non c’era, come ha detto Kofi Annan, è arrivato a Madrid.

Basta, e dovrebbe bastare, a mostrare l’inutile stupidità delle guerre “pacificatrici” e a spiegare perché è tornato con tanta forza e tanti consensi in piazza, a Roma e in tutto il mondo, il popolo della Pace.
“Contro la guerra e contro il terrorismo”, per l’immediata fine dell’occupazione in Iraq, prosecuzione della prima e alimento del secondo.

In questo slogan c’è tuttavia un margine di ambiguità, specie quando si declina come rifiuto della guerra in quanto risposta sbagliata al terrorismo. Il sottointeso è troppo spesso l’idea che il terrorismo sia una Lucrezia Borgia “barbara” e “vile” che agisce “nell’ombra” per dare la morte a civili innocenti (anche se si fa esplodere con loro ); mentre la guerra sarebbe una “virile” sfida la nemico a viso aperto, che uccide i civili solo per sbaglio.

In base a questa sottointesa asimmetria non ci sono “terrorismi buoni”, come ha detto Casini, mentre ci possono essere guerre se non buone “giuste” (Bobbio), perfino “umanitarie” (D’Alema, Ciampi) , anche se la guerra “preventiva” è “sbagliata”. In base a questa sottointesa asimmetria se Bush, Berlusconi, Blair la pensavano diversamente pazienza: ciò non può impedirci di marciare insieme a loro contro il terrorismo, mentre marciare coi terroristi contro di loro sarebbe impensabile.

Occorre a mio parere demistificare questa falsa contrapposizione facendo comprendere che le cosiddette “guerre” dell’occidente, quelle che tutti ci siamo abituati a chiamare così, ma solo minacciate, come gli attentati di Bin Laden (anche se Bush mantiene di più le sue minacce…) E come terrorizzanti attentati si sono svolte per la più parte, restando nell’ombra “protettiva” dei 10.000 metri di quota per colpire in modo “codardo” villaggi, scuole, ospedali e fare migliaia di vittime che Al Qaeda, almeno, non ha l’ipocrisia di definire “errori non voluti”.
Questa pratica terroristica Usa e ben precedente all’11 settembre.
Ha attraversato tutto il Secondo Novecento seminando di morti la Colombia, il Cile, il Salvador, l’Indonesia, il Vietnam e molti altri paesi, imitata o preceduta da Israele con le espulsioni del 1948 o le stragi in Libano del 1982.
Questa pratica è diventata “terrorismo di guerra” con le 42 notti di bombardamenti su Baghdad, i soldati iracheni sepolti vivi, il massacro di civili e soldati in fuga dal Kuwait, l’embargo all’Iraq, le migliaia di pastori afgani sepolti sotto le macerie dei loro villaggi, le scuole e i pullman serbi colpiti dalla Nato, l’operazione del 2003 su l’Iraq battezzata per caso “shock e sgomento”, il seppellimento degli abitanti nelle loro case in Palestina.
Unica asimmetria è la potenza di fuoco degli Stati Uniti e dei loro alleati, incomparabilmente maggiore di quella di Al Qaeda.

Dire che la guerra di Bush e il terrorismo di Bin Laden sono la stessa cosa, incarnano una stessa politica del terrore come strumento di dominio – odioso non solo per le vittime innocenti che provoca ma perché espropria soggetti e popoli dalla possibilità di decidere (Bush più di Bin Laden perché pesa di più) – non è questione di parole ma di comportamenti politici.

E’ politicamente inaccettabile che Fassino e Rutelli, Prodi o Ciampi chiamino “barbari” gli attentati di Bin Laden e “sbagliati” quelli di Bush; marcino con i suoi ascari locali contro il terrorismo, assimilandovi anche la legittima resistenza contro l’occupazione militare; tributino minuti di raccoglimento alle “vittime del terrorismo” di Madrid o di New York e ignorino come “danni collaterali” della guerra gli iracheni, gli afgani, i palestinesi massacrati da Bush e Sharon.

Può servire, ma non molto, contestare Fassino nei cortei, in certe forme rischia di servire più a lui e alle destre che a noi. Serve a poco che gli alleati si “sfoghino” in dichiarazioni verbali per poi rimettersi in riga dietro il triciclo. Servirebbe ben più che la sinistra interna ed esterna all’Ulivo prendesse un’iniziativa politica chiara riuscendo a porre come condizione di un’alleanza posizioni non ambigue, che includano un no alla guerra tanto radicale quanto quello al terrorismo, cioè una condanna ugualmente senza riserve dei due terrorismi in campo.

Walter Peruzzi