Ma dove vai senza i partiti?

Giovedì sera sono stato al Festival di Liberazione per ascoltare. Il
tema era interessante, «La sinistra che vogliamo» e altrettanto
interessanti i protagonisti del dibattito, coordinato da Rina
Gagliardi, e cioè Gianni Rinaldini, Rossana Rossanda e Fausto
Bertinotti. Raramente ho visto a un Festival di partito una platea così
affollata e sensibile: gli applausi non sono mai stati convenzionali,
ma sempre intelligenti e tempestivi; di tutto questo Andrea Colombo ha
fatto un ottimo resoconto su il manifesto di venerdì 24 settembre.
Vorrei invece concentrare l’attenzione su un punto specifico. Più o
meno tutti e tre i protagonisti della serata, quando Rossana ha posto,
anche con rigore, la questione del programma che non c’è, hanno
insistito sul fatto che il programma deve escludere o bypassare le
segreterie dei partiti, perché in tal caso avremmo solo un pasticcio.
Questo orientamento non mi ha affatto convinto e mi ha sorpreso che su
questa linea ci fosse anche un segretario di partito.

E’ indubbio che siamo a una crisi dei partiti e, aggiungerei, che la
crisi della prima repubblica coincide con la crisi dei partiti,
decaduti o ad aggregazioni populistiche o a comitati elettorali. Ma ciò
detto bisogna seppellire i partiti, attraverso il disprezzo delle
segreterie che dovrebbero esserne lo stato maggiore? Bisogna
accompagnare la liquidazione dei partiti, anche con la trovata delle
primarie, che non sarebbero altro che un’assimilazione al
presidenzialismo e al sistema politico degli Usa, che tutti peraltro
condannano?

Vista la situazione presente la diffidenza nei confronti delle
segreterie appare purtroppo fondata e ragionevole, ma per questo,
attraverso la critica alle segreterie bisogna liquidare i partiti? Non
ne sono affatto convinto. L’attuale critica e condanna dei partiti a
mio parere nasce da una crisi nella politica e anche da un incestuoso
rapporto tra movimentismo e populismo reazionario: la condanna dei
partiti e delle relative segreterie può essere condivisa da Casarini e
Dell’Utri e questo è un vero guaio. E’, tuttavia, un segno dei tempi
che attraversiamo. E, ancora, non bisogna trascurare che questa
diffidenza porta – come sta portando – all’astensionismo, che è
un’altra forma dell’americanizzazione che stiamo subendo.

In questa situazione, non buona, io credo che si debbano concentrare
forza e intelligenza nel ricostruire i partiti e anche le relative
segreterie, cioè gli stati maggiori. La costruzione di identità
politico-culturali è poi la condizione necessaria per una politica di
alleanze: senza una forte identità politica, cioè senza un partito
democratico e organizzato, le alleanze diventano solo e soltanto un
annacquamento. Il partito di Rifondazione comunista, finalmente,
comincia a usare la parola «alleanze» (nel passato tutte le volte che
con amici e compagni di Rifondazione ho parlato di alleanze, sono stato
severamente redarguito), ma le alleanze per essere tali richiedono una
forte identità. Quando Togliatti, con la famosa svolta di Salerno
(quella seria e non quella di Berlinguer) disse che il Pci rinunciava
alla pregiudiziale antimonarchica, nessuno pensò (né a destre, né a
sinistra) che il Pci fosse diventato filomonarchico: c’era un partito e
una sua segreteria. Non è un caso che oggi quando Bertinotti –
ragionevolmente – dice che al primo posto c’è la liberazione degli
ostaggi, siano molti a sospettare che abbia rinunciato al ritiro delle
nostre truppe dall’Iraq.

Oggi al primo posto c’è, indubbiamente, la cacciata di Berlusconi da
Palazzo Chigi e per questo è giusto e necessario fare alleanze e
compromessi, ma – oso dire – sapendo che Silvio Berlusconi non è e non
può essere Benito Mussolini. Quindi non basta avere nel programma il
solo obiettivo di battere Berlusconi. Bisogna dire, e questo non lo
dice quasi nessuna delle forze che si autodefiniscono di sinistra, che
cosa vogliono e quindi che cosa intendono fare dopo la caduta
(sperabile) di Berlusconi. Quali obiettivi, e quali programmi per
realizzare questi obiettivi. Insomma deve esserci chiaro che tra
opposizione e concorrenza per la conquista del governo c’è una grossa
differenza. Dire «Socialismo o barbarie» non basta, è un’alternativa
indefinita se non si dice quale socialismo e anche quale barbarie. E
così il programma non è solo un elenco di desiderata (la pace, il
benessere sociale, la giustizia, etc.), ma un indice di obiettivi
realizzabili con la spiegazione di come concretamente si possono
realizzare.

E così torniamo ai partiti e alle loro segreterie. Si può fare una
lotta anche crudele dentro i partiti, ma non si può dire che i partiti
sono vaghezze e che le segreterie sono il peggio dei partiti. Sarò un
vecchio comunista (o un vecchio italiano), ma non credo affatto che il
movimento sia tutto e che poi ci vogliono alcune persone (dico persone
e non organizzazioni) capaci di orientare il movimento. Saremmo a una
regressione tremenda della democrazia, saremmo al populismo,
all’acclamazione del capo. E di solito queste acclamazioni non sono di
sinistra.