Ma che Costituzioni sono?

Era stato Romano Prodi a rilevare la contraddizione per cui mentre a Roma si firmava una Costituzione, quella europea, se ne disfaceva un’altra, quella italiana. Quella europea ci viene offerta il 29 ottobre dai capi di Stato e di governo, quella italiana ci viene tolta dalla maggioranza parlamentare che si è autoistituita come potere costituente, ed ha approvato il 15 ottobre alla Camera una nuova Costituzione che abroga e sostituisce l’intera seconda parte della Costituzione vigente. Apparentemente resta indenne la prima parte della Carta del ’47, quella sui principi e i diritti fondamentali, ma se cambia l’architettura dei poteri e tutto l’ordinamento dello Stato che quei principi e quei diritti devono realizzare, essi restano pure affermazioni virtuali destinati a svigorirsi e svanire. Sicché se l’iter della riforma dovesse essere percorso fino all’ultima tappa, senza essere bloccato dal referendum popolare, già alla fine dell’anno prossimo l’Italia cambierebbe regime e cesserebbe di essere la Repubblica democratica disegnata dai costituenti del ’47.
Ora questi due eventi, la firma della Costituzione europea e la demolizione della Costituzione italiana, sembrano in effetti contraddittori, ma lo sono meno di quanto si pensi. Entrambi infatti sono espressione di una crisi del costituzionalismo. E’ vero che si tratta di due nuove Costituzioni, ma non basta che una legge si chiami Costituzione per esserlo davvero.

Per quanto riguarda l’Europa, quella che si sta per firmare (che del resto lo stesso Prodi accusò di mancare di vision), non è una vera Costituzione che in pochi ed essenziali articoli proclami i diritti inalienabili dei cittadini europei, i principi fondamentali dell’Unione e ne istituisca l’ordinamento e i poteri.

In realtà si tratta di un Testo Unico che riproduce e riunifica tutti i Trattati europei vigenti che dettano le leggi per la vita economica degli Stati dell’Unione. Si tratta perciò di un libro di 300 pagine che assomma tanti articoli e norme che non si possono nemmeno contare, e che regolano minuziosamente tutti gli aspetti della vita economica e produttiva, intesa come una totalità che sovrasta e confisca la politica, e si identifica con la vita stessa.

segue a pagina 23

segue dalla prima pagina
I principi supremi di questo ordinamento sono la competitività, la concorrenza, lo scambio, la produttività, il profitto, cioè i principi del mercato capitalistico nella sua forma neoliberale e postkeynesiana; ed è la prima volta nella storia che non un popolo o una comunità politica si dà una Costituzione, ma è un regime economico che si dà le sue leggi, è una forma di capitalismo che si fa ordinamento, si assume un continente, si fa Stato.
Non c’è nessuna ragione di chiamare Costituzione una tale summa di regole economiche da cui dipendono perfino le etichette dei prodotti, che impediscono di salvare l’Alitalia e riducono il lavoro a una merce, sancendo come diritto proprio quello che Marx gridava come critica. L’Europa, che è una grande realtà umana e politica in corso d’opera, non merita una tale Costituzione, non merita che l’ideologia e le contingenti scelte economiche delle aziende, degli operatori finanziari e dei mercanti siano consacrate come perpetue e trasformate in Costituzione. L’Europa può, e anzi deve continuare ad esistere con i suoi Trattati, fino a quando non ci saranno le condizioni politiche per rinnovarli e migliorarli e, se si vuole, si può anche rifirmarli a Roma, senza far finta però di darsi una Costituzione che non è tale, ma è un manuale di economia liberale, pur integrato, come vuole il genere, da un sommario di diritti. Qui non è in gioco l’esistere dell’Europa. Anche Israele non ha una Costituzione, ma esiste. L’Europa esiste, e verrà un tempo maturo in cui essa avrà una vera Costituzione. A ogni cosa il suo nome.

Per quanto riguarda l’Italia, anche la Costituzione che risultasse dalla riforma voluta dal governo non sarebbe più una Costituzione. Il costituzionalismo è un grande movimento moderno che ha dato tutela alla dignità umana, ha segnato l’avanzamento dei diritti, ne ha stabilito le garanzie, e ha postulato il passaggio dal regime di servitù a un regime di libertà, dalla diseguaglianza all’eguaglianza, da un sistema di competizione e di guerra a un sistema di interdipendenza e di pace. Oggi questo costituzionalismo è sotto attacco in tutto il mondo, perché non è compatibile con la competizione selvaggia e la guerra perpetua.

In Italia il costituzionalismo della Repubblica parlamentare e democratica fondata sul lavoro dovrebbe rovesciarsi, secondo la riforma in corso, nell’autoritarismo di un regime personale del Primo Ministro, senza Parlamento, ridotto a un salotto di Arcore, senza Presidente della Repubblica, ridotto a concedere onorificenze ma non grazie, e a firmare leggi che non dovrebbe neanche leggere, e soprattutto senza un popolo dotato di soggettività e di agibilità politica, ridotto a dare un’investitura a un re elettivo, insindacabile, dotato di tutti i poteri a cominciare da quello di sciogliere la Camera a suo piacimento. Non resta che bloccare questo disegno col voto: se non in Parlamento, nel Paese.

In pochi anni siamo arrivati al punto da dover salvare non singoli diritti, ma la Madre di tutti i diritti, salvare la Costituzione e lo stesso costituzionalismo.

Perciò dovrebbero sorgere fin da ora in tutta Italia “comitati per il no” nel referendum a difesa della Costituzione italiana, così numerosi da non potersi neanch’essi contare. Sarebbe di buon auspicio anche per le ulteriori tappe della costruzione europea, per l’affermarsi di un vero costituzionalismo europeo.