Luttwak: attenti, per gli Stati Uniti D’Alema fu più affidabile di Berlusconi

«Nel 1999 il governo di Massimo D’Alema ha combattuto nel Kosovo, ed è rimasto lealmente al fianco degli americani dal principio alla fine della guerra. Nel 2003 il governo di Silvio Berlusconi non ha partecipato all’intervento in Iraq. Questa è l’unica vera differenza che Washington ha notato fra il centrosinistra e il centrodestra, sul piano della strategia militare».
Edward Luttwak, senior fellow del Center for Strategic and International Studies, liquida così la polemica generata dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio, secondo cui George Bush gli avrebbe lasciato intendere che non vuole il ritorno del centrosinistra a Palazzo Chigi. Sul piano ideologico, non le sembra una posizione plausibile?
«In generale, per principio, il governo americano non dichiarerebbe mai di non poter lavorare con l’opposizione di un Paese democratico, quando andasse al potere vincendo regolari elezioni. Non lo facciamo neanche quando gli oppositori sono i nostri peggiori nemici. Nel caso dell’Italia, poi, gli Stati Uniti hanno già lavorato col centrosinistra, e si sono trovati meglio che con altri governi ostentatamente filoamericani. Noi guardiamo ai fatti, e i duri fatti sono chiari: nel 1991 Andreotti, nonostante guidasse un esecutivo con le sue differenze rispetto a Washington, mandò gli aerei a bombardare l’Iraq durante la prima notte di guerra; nel 1999 D’Alema ha resistito a pressioni fortissime per continuare fino all’ultimo l’intervento in Kosovo, che oltretutto era molto più vicino dell’Iraq perché avveniva davanti alla sua porta di casa; nel 2003 Berlusconi non ha partecipato alla seconda Guerra del Golfo. E’ venuto dopo, a cose fatte: questa è la verità» .
Adesso, però, sono in discussione i termini del ritiro. Lei esclude comunque pregiudizi di Washington nei confronti del centrosinistra?
«Li escludo per principio e per pratica. Noi siamo gente pragmatica, possiamo lavorare con il centrosinistra».
Prima di andare alla Casa Bianca, il premier Berlusconi ha dichiarato che era sempre stato scettico sulla guerra e aveva cercato di convincere Bush a non farla. Le sembra credibile?
«All’epoca ci fu una processione di leader europei che vennero a chiedere di non attaccare, ma non furono ascoltati. Può darsi che Berlusconi fosse tra di loro, infatti poi non ha mandato le truppe. Parlo di truppe ufficiali sul terreno, non altre forme di collaborazione più o meno coperte».
Il fatto che Berlusconi ora dica di non essere mai stato convinto della guerra non urta gli americani?
«No, perché la delusione c’era già stata nel 2003, quando aveva rifiutato di partecipare apertamente all’intervento. Quello è stato il momento della rottura, almeno su questo piano. Le dichiarazioni di oggi magari sono fatte per ragioni elettorali, e possono non piacere. Ma comunque confermano quello che non ci era già piaciuto nel 2003».
Passiamo al «Nigergate». Washington sta: discutendo anche il presunto coinvolgimento dell’Italia nella trasmissione del dossier falso sull’acquisto di materiali nucleari da parte di Saddam?
«Questa è una vicenda che non capisco. Tutti i rapporti confermano che il documento veniva da Londra e non citano i canali italiani. Mi rendo conto che il capo del Sismi Pollari poteva avere un interesse politico a farci un favore, ma se sapeva che si trattava di carte false in realtà ci tendeva una trappola. lo penso che quel dossier fosse fatto troppo male per credere che potesse venire dai servizi segreti italiani».