L’uranio si salva in commissione

La destra esulta, trasformando anche una questione sanitaria – e di giustizia – nell’ennesimo e inutile scontro politico. Il centrosinistra non gioisce, ma cerca di portare a casa quel po’ di buono che è riuscito a strappare in più di otto mesi di lavoro condotti quasi in solitudine. Ieri la commissione d’inchiesta del Senato sull’uranio impoverito ha chiuso i battenti dopo aver votato la relazione finale dei lavori che assolve il «metallo del disonore» dall’accusa più pesante, quella di aver provocato l’insorgere di gravi malattie nei soldati italiani in missione nei Balcani. Il testo è stato approvato con 8 voti a favore, tutti del centrodestra, e l’astensione di Ds, Prc, Rosso-Verdi e Verdi. Una conclusione resa possibile dai consiglieri di opposizione, senza i quali sarebbe mancato il numero legale e i pochi risultati ottenuti a favore dei reduci ammalati sarebbero andati persi. Pur negando l’assenza di un rapporto diretto tra l’uranio impoverito e l’insorgere delle patologie, la relazione ammette infatti per la prima volta la possibilità che lo stesso possa aver avuto un ruolo «indiretto», aprendo così la strada a un possibile riconoscimento della causa di servizio e ai relativi risarcimenti. Le conclusioni. Nelle intenzioni dei parlamentari il voto di ieri dovrebbe portare a una sospensione dei lavori più che a una loro definitiva chiusura. Nuovi studi e ricerche sulle possibili conseguenze legate all’esplosione di uranio impoverito dovrebbero in teoria essere svolti nella prossima legislatura con l’istituzione di una nuova commissione, e questo a prescindere dal verdetto delle urne. I risultati raggiunti in questi otto mesi (durante i quali sono state fatte decine di audizioni, due missioni nei Balcani e nei poligoni della Sardegna ed esperimenti in Iraq), non avrebbero infatti permesso di trovare risposte certe sulla pericolosità delle munizioni contenti uranio impoverito. «Non sono emersi elementi – è scritto infatti nella relazione – che consentano di affermare che la patologie in questione siano da attribuire a effetti tossicologi o radiologici derivanti dall’esposizione di radiazioni o alla contaminazione dovuta a questo tipo di munizionamento». E’ quanto la destra, e ancora di più il ministero della Difesa, ha sempre sperato di sentir affermare.

Rispetto al passato, e in particolare alle conclusioni raggiunte nel giugno del 2002 dalla commissione Mandelli, la relazione approvata ieri presenta però piccole ma importanti novità. Ad esempio si ammette l’ipotesi di un «ruolo indiretto» dell’uranio impoverito nel promuovere le patologie, «attraverso l’inalazione di nanoparticelle da esso generate, che sembrano essere suscettibili di dispersione ance a grande distanza e per un periodo di tempo allo stato non valutabile».

Altro capitolo importante è quello relativo ai poligoni di tiro italiani. La commissione avrebbe individuato delle mancanze nei registri in cui vengono segnate le esercitazioni e nei quali non risulterebbero quelle compiute dalla cune aziende private. «I nostri poligoni hanno operato in situazioni di mancato controllo per anni denuncia la senatrice dei verdi tana de Zulueta – e questo anche dopo l’introduzione, anni fa, del divieto di impiegare armi all’uranio impoverito».

Le reazioni «In otto mesi non abbiamo fatto tutto quello che avremmo voluto, ma crediamo comunque di aver fatto un passo avanti importante nella ricerca delle cause della malattia dei nostri soldati», è il giudizio del presidente della commissione, il leghista Paolo Franco. Toni diversi usa invece il senatore di An Michele Bonatesta, per il quale le conclusioni della relazione avrebbero permesso di sventare «un tentativo di speculazione politica» da parte del centrosinistra. Un risultato da giudicare comunque importante per Luigi Malabarba: «Ora le cause legali possono raggiungere gli obiettivi di risarcimento con maggiore facilità – dice il senatore di Prc -. Se si vince su militari, infatti, è possibile sfondare anche sui diritti ancor più significativi riguardanti le popolazioni civili nei teatri di guerra e attorno alle basi». Un giudizio condiviso anche da Domenico Leggiero dell’Osservatorio militare.