L’Università oggi: fra conflitto ed autogoverno studentesco

Negli ultimi 15 anni abbiamo assistito ad un radicale e sistematico attacco al diritto allo studio ed alla concezione dell’università tendenzialmente di massa conquistata mediante le lotte del movimento studentesco e dei lavoratori negli anni Sessanta e Settanta. Dalla Riforma Ruberti del ‘90 sino all’attuale ormai legge Moratti, le classi dirigenti di questo paese hanno sostenuto un progetto di mutamento dell’Università modulato su interessi privatistici gestiti corporativamente. Con il crollo del blocco sovietico e la sconfitta della sinistra di classe in Italia sino al suicidio del Pci, il capitale ha intrapreso un gravissimo contrattacco alle conquiste ottenute dal movimento operaio, prima fra tutte al concetto di università di massa, ovvero alla possibilità conquistata dai figli dei lavoratori di poter accedere all’istruzione ed alla formazione; tale processo, pur con tutti i suoi limiti, aveva permesso di accrescere la loro coscienza di classe.
Concetto di fondo della “riforma Berlinguer”del centrosinistra era quello di «autonomia finanziaria», principio secondo cui i finanziamenti per l’istruzione e la ricerca non vengono più sostenuti dalla fiscalità generale, ma ciascun ateneo deve provvedere da sé a richiedere i fondi alle imprese operanti sul proprio territorio – che, in realtà, non vi contribuiscono se non nell’ordine dello 0,1% – e principalmente al corpo studentesco con le tasse dirette, sostanzialmente raddoppiate. Tale “trovata” del governo di centrosinistra aveva lo scopo di condurre innanzi il processo di privatizzazione avviato da quelli precedenti, mascherandolo con la richiesta reale del mondo dell’istruzione e degli studenti di poter partecipare in modo più diretto al processo formativo senza dover dipendere del tutto da direttive calate dall’alto della burocrazia ministeriale. Tale giusta esigenza è stata strumentalizzata a tal punto dalle forze neocorporative del centrosinistra da riprodurre un contesto neofeudale dove le università risultano del tutto in balia del baronato locale e sempre più costrette, per ottenere i finanziamenti, a dipendere dalle industrie locali.
Non ultime, in tal senso, giungono le preoccupanti dichiarazioni del Forum di discussione su università e ricerca inaugurato dai DS dove si ribadisce che «ogni ateneo sceglierà come organizzarsi: l’esistenza e i mutui rapporti di facoltà, dipartimenti, corsi di studio, centri di ricerca e di servizi e dei relativi organi di gestione saranno interamente affidati agli statuti e ai regolamenti autonomi»: tra le più evidentemente gravi conseguenze vi è l’introduzione di finti concorsi locali che alimenta, oltre ogni limite, il mercato dei concorsi ed il controllo accademico della carriera dei docenti sin da dopo la laurea. Fra le proposte della Fondazione TreeLLLe – Fondazione avente come scopo quello di svolgere «attività di lobby trasparente» –, della quale fanno parte esponenti del centro-destra e del centro-“sinistra”, vi è persino la nomina da parte del Rettore di un Consiglio di Ateneo che «avrebbe inoltre la responsabilità diretta della selezione del personale docente, ricercatore e tecnico-ricercatore».
Provvedimenti simili, già attuati nella scuola media e superiore, hanno favorito l’accentramento di poteri nelle mani del «preside manager», scardinando il contro-potere democratico degli organi collegiali, cioè una fondamentale conquista delle lotte degli anni precedenti. Punto d’arrivo è – come dichiarato dal responsabile universitario Ds Tocci – la valutazione meritocratica degli insegnanti per cui «all’interno della carriera unitaria, uno status economico e giuridico particolare dovrebbe essere riservato a quei professori (gli “ordinari”) che avranno raggiunto risultati di importanza e notorietà internazionale». Ciò pone l’insegnamento del tutto in balia delle lobby al potere, disgregando l’unità degli insegnanti mediante una separazione e contrapposizione reciproca dei singoli docenti. Si schiudono, infine, le porte alla chiamata nominale dei presidi manager che, senza rispettare le graduatorie nazionali – per non «indebolire il ruolo del Ministero» non si prevede la costituzione di un Organo di autogoverno nazionale eletto direttamente da tutte le componenti dell’Università, al contrario indispensabile alla difesa dell’autonomia dell’Università dai poteri forti accademico-politici – potranno convocare chi vorranno tra gli abilitati ed, addirittura, allontanare gli insegnanti “scomodi” che non si pieghino ai loro dettami. Travestita da meritocrazia, la precarizzazione fa il suo ingresso fra gli insegnanti di ruolo con la loro sottomissione reale agli strumenti di controllo dell’esistente della classe dominante.
La radicale riduzione del numero e della qualità dei servizi ha prodotto un ulteriore taglio dei posti di lavoro nella struttura pubblica, a sua volta gradualmente appaltata ad imprese private: nel caso in cui una struttura universitaria si presenti in deficit, la medesima è costretta a trasformarsi in «Fondazione privata» e l’attuale governo sostiene ciò attivamente riducendo drasticamente i fondi destinati al pubblico e cooptandoli a scopi anche militari, volti al disperato tentativo di arginare la crisi di sovrapproduzione. In tal modo crea le condizioni stesse per il collasso finanziario delle maggiori Università. In realtà, quando il primo governo Prodi (con ministro dell’istruzione Lombardi della Confindustria) offerse in dono al padronato l’intera scuola e l’università pubblica quest’ultimo rifiutò: questa, disse, deve rimanere statale, deve esser pagata dalla fiscalità generale, ovvero dai lavoratori dipendenti, gli unici impossibilitati ad evadere il fisco. Nel contempo, però, deve esser resa immediatamente funzionale alla realizzazione del profitto privato, ad esempio con l’ingresso delle aziende nei Consigli di facoltà e l’apertura di una serie di corsi di laurea volti a rispondere all’istante alle esigenze di estrazione del plusvalore delle aziende del territorio. Se, dunque, il padrone locale produce pneumatici, si creerà la laurea in ingegneria pneumatica, etc. Tale cecità mentale ha fatto sì che in Italia si esaurisse gradualmente lo spazio per la ricerca e che il settore produttivo italiano, piuttosto che sfidare i paesi a capitalismo avanzato sulle merci ad alta tecnologia, cercasse vanamente di concorrere con i paesi del “Terzo mondo” in settori a bassa composizione organica, aggravando la crisi di sovrapproduzione con attacchi al salario diretto ed indiretto.
Vediamo, dunque, come il modo di produzione capitalistico richieda il formarsi di quel vero e proprio «esercito di riserva in forma stagnante» di cui parlava Marx, la massa crescente di lavoratori precari senza precedenti per quantità (oltre 50.000 precari) e per durata media (10-15 anni), ovvero lavoratori salariati ad alto tasso di sfruttamento, spesso costretti a vivere con uno stipendio insufficiente. Gli studenti meno abbienti vengono così privati di un accesso effettivo all’Università e di poter usufruire del diritto allo studio in tutte le sue sfaccettature, dalle borse di studio ai posti nelle Case dello Studente, dal trasporto ai servizi mensa.
Essendo la formazione culturale e la ricerca un bene collettivo, abbiamo lottato e continueremo a lottare affinché si giunga ad un’università pubblica, sostenuta dalla fiscalità generale e tendenzialmente gratuita, laica e di massa: tutti i giovani dovranno potervi accedere. Gli enti, i quali devono garantire l’effettivo esercizio del diritto allo studio, dovranno svincolarsi da ogni logica privatistica, contraria agli interessi della collettività. Dovrà interrompersi l’attuale tendenza alla trasformazione dei contratti nazionali a tempo indeterminato in contratti a tempo determinato, ovvero la precarizzazione della stragrande maggioranza di docenti e ricercatori ed il rafforzamento del potere di ricatto di presidi e “baroni”. Tale logica, contrariamente a quanto si millantava quale obiettivo precipuo da raggiungere, disincentiva i possessori di lauree “brevi” a proseguire gli studi, affievolendo progressivamente il valore legale dei titoli di studio stessi e riducendo ulteriormente le prospettive di sviluppo della ricerca universitaria; costringendo, infine, l’attività studentesca ad una dequalificazione sul merito – ovvero ad un sapere non libero, poiché conoscere è libertà di pensiero – e ad un’intensificarsi quantitativo nel metodo: la «scuola-università-fabbrica» viene delineandosi grottescamente.
Gli studenti devono avere la possibilità di usufruire di spazi e tempi adeguati per la loro formazione culturale e per le loro attività di vita e socializzazione collettiva quotidiana.
«Il nostro tempo è qui e comincia adesso» era la frase dello striscione d’apertura del corteo del 25 ottobre: «Il nostro tempo è qui e continua adesso» è la frase conclusiva del documento nazionale studentesco nato dall’Assemblea di domenica 6 novembre.