L’università italiana: prospettive di autonomia e sviluppo

Si è fortunatamente riacceso il dibattito sul destino dell’Università. Negli ultimi giorni si sono confrontati, dalle pagine di diversi quotidiani, numerosi interventi, di vario segno e differente interesse. Ciò è ben comprensibile: non appena insediato, il neo-ministro Fabio Mussi ha voluto lanciare, sul terreno delle politiche universitarie, precisi segnali di discontinuità, varando provvedimenti che indicano chiaramente questa direzione.
Il ministro ha bloccato le cosiddette “lauree facili”, il proliferare delle lauree per via informatica e l’istituzione di un Ateneo privato ad personam, voluto in extremis dall’ex-ministro Moratti; ha infine revocato i decreti attuativi della cosiddetta “Y”, che si preparava a peggiorare la già pessima riforma del “3+2” istituendo, di fatto, un doppio canale all’interno dell’Università. Si può sostenere, con qualche ragione, che tutto questo fosse il minimo che un ministro di un governo di centro-sinistra potesse fare e che, d’altro canto, si tratta ancora soltanto di “segnali” e non già dell’attuazione di una linea politica complessiva. Tuttavia siamo di fronte a segnali molto forti e, a quanto pare, netti: il Ministro sembra voler perseguire, senza ambiguità, la strada del cambiamento.
È proprio per questo che la discussione sull’Università si riaccende, affermando opposti timori. I timori di chi – Confindustria in testa, ma anche Margherita e ampi settori dei Ds – paventa la radicale messa in discussione delle linee-guida che hanno segnato le politiche universitarie dell’ultimo quindicennio. E le apprensioni opposte di chi, come noi, teme che, al di là di qualche scintilla iniziale, si finisca con l’attestarsi sulla continuità con le scelte degli anni scorsi.
La situazione appare, dunque, aperta a scenari diversi e contrastanti. Molto dipenderà dalla capacità di ciascuno di costruire egemonia attorno alle proprie posizioni. Per questo riteniamo importante far sentire la nostra voce e mettere in campo, in tempi brevi, un progetto organico di Università distante tanto dai modelli realizzati dalle sciagurate “riforme” di questi anni, quanto dai modelli oggi vagheggiati dai settori moderati, e purtroppo maggioritari, del centro-sinistra (nei giorni scorsi l’on. Nicola Rossi, in un’intervista a La Stampa, è stato esplicito nell’inserire le università tra i soggetti da liberalizzare, « per preparare il terreno per nuove privatizzazioni »).
Il punto cardine della nostra proposta è semplice: difendere il carattere pubblico dell’Università e rifiutare qualsiasi ipotesi, diretta o indiretta, di privatizzazione. Ma bisogna intendersi. Privatizzare non significa soltanto introdurre direttamente il “privato” nell’Università. Può certo significare precisamente questo, come nel caso dei corsi di laurea e dei singoli insegnamenti finanziati direttamente dai privati, i quali fanno così ingresso nella gestione della cosa pubblica. Privatizzare l’Università significa però anche – in modo più pericoloso perché meno evidente – piegare l’istituzione universitaria alla logica del privato. Non è a questa impostazione che ha risposto, per esempio, l’introduzione del principio dell’”autonomia universitaria” all’inizio degli anni Novanta? Non ha forse corrisposto fedelmente, tale principio, al recepimento, da parte degli atenei, della regola aurea della competizione imprenditoriale? Ed è motivo d’allarme il fatto che secondo questa direttrice si muova anche il Dpef approvato in questi giorni dal governo, nella misura in cui prevede che gli atenei siano posti in concorrenza tra loro.
Occorre a questo punto chiedersi quale sia il modo più efficace per opporsi a tale deriva. A nostro giudizio, l’unica opposizione possibile consiste precisamente nell’effettiva difesa del carattere pubblico della ricerca e della formazione superiore universitaria, a cominciare dall’uguaglianza proporzionale dei finanziamenti pubblici alle diverse sedi, in base al principio secondo cui lo Stato si impegna a garantire a tutti e in egual modo una Università di qualità.
Ritroviamo così la questione generale con la quale si dovrà confrontare la nuova maggioranza: invertire la rotta del governo Berlusconi – di per sé condizione meritoria ed indispensabile – non è sufficiente. Fatto ciò, si porrà di fronte a noi un bivio: tornare alle politiche liberiste attuate dal centro-sinistra nel corso degli anni Novanta oppure metterle in discussione con l’obiettivo di superarle?
Noi pensiamo che sia quest’ultima la strada da seguire, a partire da quattro presupposti irrinunciabili.
1. Innanzitutto un elemento statistico, senza il quale qualsiasi analisi si trasforma in petizione di principio (o in cattiva ideologia). L’ultimo rapporto annuale dell’Ocse segnala che solo il 10 % degli italiani di età compresa tra i 25 e i 64 anni è laureato, a fronte di una media europea del 24 %. La tendenza è ancora più preoccupante se si prende in esame la fascia tra i 25 e i 34 anni: qui l’Italia è ultima nella Ue, sopravanzata non solo da Grecia, Ungheria e Portogallo, ma anche da Argentina, Malesia e Filippine. Evidentemente vi è un gigantesco problema di natura politica: nel nostro Paese non si investe abbastanza in formazione e istruzione (alla quale è destinata la miseria del 4,9 % del Pil), non si ottimizzano le possibilità di accesso diffuso agli studi universitari, non si valorizza la qualità della ricerca e della didattica. Il problema, non solo di giustizia ma anche di razionalità politica, va affrontato e risolto perché le conseguenze rischiano di essere devastanti per lo sviluppo stesso del Paese.
2. In secondo luogo va messo in discussione quel vero e proprio totem ideologico che è il principio dell’”autonomia”. E’ l’obiettivo più difficile perché è il meno condiviso all’interno del centro-sinistra, sebbene si tratti di uno dei passaggi dirimenti. Sia chiaro: non è qui in discussione il valore della libertà di insegnamento e di ricerca, che resta naturalmente un punto fermo. Il fatto è che, in regime di «libero mercato», l’autonomia finanziaria (l’unica di fatto promossa dalle riforme in atto) si rovescia fatalmente nell’esatto opposto, poiché subordina la vita degli atenei ai contesti produttivi e alle loro logiche. Per restituire autonomia alla ricerca e all’insegnamento è pertanto necessario rigettare l’autonomia finanziaria.
3. Bisogna avere poi la forza di modificare in profondità il “3+2”, gli ordinamenti didattici introdotti dal ministro Berlinguer, che prevedono un triennio di base più un biennio specialistico. Questo sistema, fondato su un modello didattico impoverito e semplificato, va radicalmente rivisto. Se ne può forse mantenere l’impalcatura formale (tre anni più due), purché all’interno di un quadro che corregga al fondo la filosofia che ne ha sin qui informato i contenuti. Va quindi superato il sistema dei “crediti” (altra forma surrettizia di applicazione di logiche schiettamente aziendalistiche), che ha contribuito a svilire e svuotare di significato gli esami (e dunque lo studio) e nei cui confronti gli studenti si comportano giustamente (poiché è l’istituzione universitaria a suggerirlo per prima) come clienti di un supermercato, intenti a completare la propria “tessera a punti”. In secondo luogo va incentivata la durata degli studi universitari per tutti e cinque gli anni previsti dal “3+2”, evitando che l’allungamento del ciclo si risolva – come oggi accade – in un aggravio di spesa per le famiglie e quindi in un fattore di selezione sociale su base censitaria.
4. E’ necessario infine rilanciare e potenziare il diritto allo studio. Al contrario dei progetti di cui si sono fatti promotori tanto Confindustria quanto ampie articolazioni del centro-sinistra, noi chiediamo una significativa riduzione delle tasse universitarie. Auspichiamo inoltre l’istituzione di nuove borse di studio e il varo di efficaci piani di edilizia residenziale al fine di rispondere alle esigenze degli studenti fuori-sede. L’accesso alla formazione superiore deve essere il più possibile garantita e tutelata, in ottemperanza ai principi di eguaglianza e giustizia sociale affermati da quella Costituzione che la stragrande maggioranza degli italiani ha dichiarato di voler salvaguardare.