L’unità dei comunisti non è sufficiente per la trasformazione sociale

Il compagno Fosco Giannini da tempo propone al partito di avviare un processo di unificazione con il Pdci, per evitare l’estinzione dei comunisti e per ottimizzare le risorse, cioè avere sedi uniche, mezzi di informazione unificate, strutture di funzionamento potenziate, ecc.
Non sono d’accordo, perché impegnarci adesso in un processo di riunificazione dei partiti comunisti stravolgerebbe tutto il percorso di dialogo a sinistra che abbiamo faticosamente avviato dopo il congresso di Chianciano e con l’esperienza della lista unitaria e anticapitalista alle ultime elezioni europee.
Ci siamo dati l’obiettivo di costruire la federazione della sinistra di alternativa con i protagonisti del conflitto sociale, con i tanti compagni e le tante compagne che non stanno nelle forze politiche organizzate ma nei comitati, nei movimenti, nelle associazioni, che lottano nelle vertenze territoriali o sociali. Un’esperienza che partisse sì dal contributo delle forze politiche che hanno dato vita alla lista anticapitalista lo scorso giugno, ma che non si riducesse alla semplice sommatoria o unificazione di Prc, Pdci e Socialismo 2000.
Vogliamo che la costruzione della federazione sia un processo partecipato, che parta dal basso, che riesca ad essere inclusivo, che rompa la tendenza alle divisioni della sinistra e che rilanci un progetto forte e autonomo di trasformazione sociale, una alternativa di società.
Per fare questo occorre un vero e proprio salto di qualità nella nostra iniziativa politica e una accelerazione della nostra iniziativa sociale – dalla costruzione dei gap, alla costituzione dei comitati contro la crisi, dalla mobilitazione per il reddito sociale, alla presenza nelle lotte e nelle vertenze territoriali – che ci consentano un effettivo avanzamento nella percezione tra la gente di una reale utilità del nostro agire come partito.
Dobbiamo riuscire a fare quanto ha fatto la Linke in Germania: non hanno riunificato i postcomunisti della Ddr e il partito comunista della Germania occidentale, ma hanno proposto al paese un progetto di trasformazione sociale alternativo alla politica della Cdu, ma anche alle ricette della socialdemocrazia, che sapesse parlare ai socialisti di sinistra e al movimento sindacale e così sono riusciti a costruire una originale esperienza politica, che è andata molto al di là del profilo e delle tradizioni politiche delle singole forze che la compongono, mantenendo però una radicalità antiliberista e pacifista.
Se adesso spendessimo le nostre energie in un processo di unificazione tra Prc e Pdci, perderemo l’occasione che ci dà la scelta della federazione: rilanciare conflitto sociale e alternativa nel nostro paese, per porre un argine al consenso della Lega e del berlusconismo e per costruire un movimento di massa per una uscita a sinistra dalla crisi, alternativa alla labile opposizione del Pd, Di Pietro e Udc.
La federazione non chiede a nessuno di rinunciare alla propria identità e alla propria organizzazione, per cui non vedo perché dovremo invece impegnarci nel costruire un altro partito con i compagni del Pdci, quando non abbiamo prima costruito una cultura politica comune con loro (elemento fondamentale e propedeutico per una unificazione) e soprattutto nei territori non riusciamo a portare avanti mobilitazioni e battaglie comuni, per non parlare delle scelte politiche.
Per esempio: il Pdci rispetta rigorosamente il centralismo democratico, Rifondazione lo ha superato dalla sua fondazione; Rifondazione propende al 2001 a sentirsi interna a qualsiasi mobilitazione o vertenza che contesti le logiche neoliberiste e sia contro la guerra, il Pdci invece si presenta solo ai cortei con le sue bandiere; Rifondazione propone – almeno in Umbria – tavoli unitari e vertenze unitarie a tutta la sinistra (dal reddito sociale, alla difesa delle fabbriche in crisi e ai comitati contro la crisi), il Pdci deve riunire il comitato centrale anche per firmare un comunicato stampa unitario.
Abbiamo detto che vogliamo un soggetto politico che non abbia solo un profilo politicista – che sia un arcobaleno con la falce e martello – e che non si limiti a portare solidarietà alle lotte, ma che ne sappia essere protagonista e che soprattutto allarghi il conflitto sociale e ne costruisca uno sbocco concreto con la conquista di diritti e risultati utili e tangibili per i soggetti sociali che vogliamo rappresentare. Per questo proponiamo la federazione della sinistra di alternativa e non l’unione dei comitati centrali e delle strutture periferiche delle forze politiche comuniste.

*segretario regionale Umbria