L’Unione: «Via dall’Iraq ma…»

Non ha suscitato terremoti l’affondo dell’ambasciatore Usa in Italia contro la futura linea di governo dell’Unione. Un pezzo della sinistra radicale ha protestato, ma tutti i leader Bertinotti compreso, hanno insistito col dire che almeno sull’Iraq un accordo c’è. Eppure le affermazioni di Ronald P. Spogli non sono da poco. Il nuovo ambasciatore americano che, anche se il governo cambiasse bandiera, l’Italia non ritirerà le truppe dall’Iraq. I leader dell’opposizione, spiega in una intervista a La Stampa, sono «prudenti» sul tema: «appoggiano la missione, vogliono capire meglio, ma sono convinto che qualunque governo ci sarà, l’Italia non rinuncerà ad appoggiare il governo iracheno». E’ l’ennesima batosta al flebile accordo trovato sulle missioni italiane. Tanto più che sin dalla mattina un pezzo della sinistra radicale ha chiesto a Prodi di smentire le dichiarazioni dell’ambasciatore.

«E’ l’ennesimo tentativo di ingerenza negli affari del nostro paese da parte dell’amministrazione Bush», attacca Paolo Cento dei Verdi. Pure Famiano Crucianelli, della minoranza Ds, si dice preoccupato: «I casi sono due: o l’ambasciatore mente e la cosa è di enorme gravità. Oppure i leader dell’opposizione praticano la doppia verità: una per gli italiani e l’altra per l’ambasciata americana». E Armando Cossutta del PcdI rincara la dose: «L’ambasciatore Usa è un millantatore».

Dal canto suo Prodi ha accolto le dichiarazioni di Spogli con un gelido silenzio. Anzi, informalmente ha fatto sapere che tra la sua proposta di un «calendario preciso di ritiro militare» fissato all’indomani dalla vittoria delle elezioni e quanto detto dall’ambasciatore Usa non c’è troppa differenza. Prima di tutto perché il calendario sarà concordato con gli alleati americani – e fin’ora la sinistra italiana non ha discusso neppure un termine massimo – e poi perché l’Italia non abbandonerà mai il governo iracheno al suo destino ma manterrà comunque una presenza nell’assistenza umanitaria alla popolazione del paese. Il ritiro «non impedirà all’Italia di essere il miglior alleato degli Usa», come aveva concluso il leader nell’intervista al Corriere di due giorni fa. Punto e basta.

Il resto della coalizione, da Bertinotti a Boselli, fa fronte comune attorno al leader. Bertinotti, che giusto due giorni fa ha attaccato Prodi sulla proposta di lasciare le truppe italiane in Afganistan di fronte alle dichiarazioni di Spogli ha nicchiato: «Non c’è discussione nell’Unione sul ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, se un ambasciatore americano ha detto qualcosa al riguardo sono fatti suoi». E come lui, convinti che almeno sull’Iraq sia stato messo un punto fermo sembrano essere il leader dello Sdi Enrico Boselli – «non mi risulta alcun aggiustamento» – e Paolo Gentiloni della Margherita: «Sull’Iraq c’è un punto fermo. Sulle altre missioni, e in particolare sull’Afghanistan e sui Balcani, abbiamo posizioni differenti su cui la discussione prosegue».

Il tema della politica estera del futuro governo, comunque, è sul tappeto. Ieri l’editoriale di Europa (il quotidiano della Magherita, rutelliano) annunciava che la nuova polemica sulla presenza delle truppe italiane a Kabul ha restituito un senso alla competizione del 16 ottobre: «Da ieri finalmente la gara delle primarie ha un senso politico preciso – spiegava il quotidiano dielle – C’è di mezzo Kabul, ma questa è solo una curiosità».