L’Unione siamo noi, non Montezemolo

I padroni del salottino buono hanno cambiato cavallo e ipotecano l’eventuale vittoria dell’Unione: la legge Biagi non si tocca, flessibilità e precarietà a vele spiegate, contratto nazionale addio. Se il centro sinistra riconquisterà Palazzo Chigi, la Confindustria pretenderà che onori queste pesanti cambiali. Dura, quindi, la vita dell’elettore di sinistra. L’invasione di campo dei montezemoli lo irrita e lo preoccupa, però l’obbligo civile di liberarsi da Berlusconi scaccia tutto, compreso il mal di pancia e la tentazione astensionista. Andrà diligentemente alle urne e voterà «il più a sinistra possibile» per arginare i moderati dell’Unione e sventare il mortale abbraccio con i cosiddetti poteri forti. Così risulta dal nostro mini-test tra donne e uomini di sinistra. Un campione lombardo, ma i tormenti della sinistra sono analoghi dalle Alpi alla Sicilia.
Partiamo dalla tana di un lupo per nulla intenzionato a diventare agnello, la Freni Brembo di Curno di Alberto Bombassei, vice presidente di Confindustria. «Mamma mia!», esclama Fausto Algorghetti (delegato Fiom), «il pensiero che votando per l’Unione voto anche per Bombassei mi fa correre un brivido lungo la schiena». Tutti i padroni muoiono dalla voglia di mettere una pietra sopra al contratto nazionale, obiettivo che Bombassei persegue da quand’era presidente di Ferdemeccanica. Se Prodi vincerà, prevede Alborghetti, il pressing per demolire la struttura contrattuale sarà asfissiante. Per il resto, i padroni vorranno le cose di sempre: «lacrime e sangue per noi; pace sociale e sgravi fiscali per loro». E allora? «Mandiamo a casa Berlusconi e nello stesso tempo cauteliamoci». Come? «Premiando l’ala sinistra dell’Unione».
Le stesse preoccupazioni occupano la mente di un altro delegato, Francesco Bertoli, tuta blu all’Iveco di Brescia. Che i padroni si sarebbero «buttati a sinistra», lui l’aveva capito ben prima che il Corriere della sera ufficializzasse l’evento. Quasi in contemporanea, un congresso della Cgil che non ha detto nulla di stringente sul versante squisitamente sindacale preparava il terreno per l’incontro tra centro sinistra e padroni stanchi di Berlusconi. Più che sulla legge 30, prevede Bertoli, Confindustria punterà i piedi sulla flessibilità: «far lavorare la gente quando serve, non farla lavorare quando non serve». «Però la Fiom non è acqua», aggiunge con una punta d’orgoglio il delegato, «abbiamo una forza da mettere in campo». Bertoli sembra fidarsi più di Prodi che di Epifani. «Non penso vorrà rompere». Comunque il professore non guida un partito, ma una coalizione. «Più peserà all’interno di essa la sinistra sociale, più Prodi sarà vincolato». La dimunizione di cinque punti del cuneo fiscale, pensata per ingraziarzi gli imprenditori, dovrebbe portare qualcosa in più in tasca agli operai. Come hanno reagito quelli dell’Iveco? Come San Tommaso, «non ci credono finché non lo vedono in busta paga e finché non verificano che non sia stato tolto da qualche altra parte».
Ideatore della Mayday Parade, il precario Alex Foti sembra avere le caratteristiche psico-fisiche dell’astensionista militante. Invece ci sorprende con uno squillante «Sì che vado a votare. L’ho sempre fatto, figuriamoci se manco questa volta». Cinque anni di disastri dei berluscones, aggiunge, hanno attenuato la tendenza «nel movimento» a disertare le urne. «Scoccia parecchio che i poteri forti si siano girati dalla nostra parte e che Monteprezzemolo abbia già messo il suo cappello sulla legge 30». Però non è una grande novità. Da una parte, i padroni salgono sempre sul carro del presunto vincitore, sono governativi per statuto. Dall’altra, tutte le élites politiche europee sono liberiste e filopadronali, riveriscono i mercati finanziari. «Il centro sinistra l’ha già fatto, basti ricordare il pacchetto Treu. Cerchiamo d’evitare il bis dando forza nell’Unione al radicalismo sociale, sia di classe che generazionale. Mortadella lo conosciamo. Nel dibattito di ieri sera alla tv non ha mai pronunciato la parola precari. Dipende da noi, dalla nostra bravura, ricordargli che siamo il problema fondamentale e impedire che sbarelli». Postilla di Alex: «Per radicalismo non intendo la Rosa nel pugno».
A Franco Ciappa, pensionato dell’Alfa di Arese e inviato di Radiopopolare nella ex classe operaia, la cosa che sta più a cuore è «mandare a casa l’imbroglione». Niente patemi d’animo di fronte al seggio, l’alleanza tra centrosinistra e Confindustria pesa, ma pesa di più Berlusconi. Sia chiaro: nessuna simpatia per Montezemolo, Della Valle, Pininfarina e soci. La distinzione tra padroni buoni e cattivi lascia il tempo che trova: «Chi lavora in fabbrica i conti con il padrone li fa tutti i giorni, timbrando il cartellino». Adesso urge regolare i conti una volta per tutte con il venditore di tappeti, «al resto penseremo dopo». Nel resto Ciappa mette al primo posto la difesa dei salari, «sono i più bassi d’Europa, su questo non transigo io e non dovrà transigere l’Unione, checché ne dica Confindustria. Non ci sono più margini per spremere il lavoro dipendente».
Ha partecipato a più di un centinaio di iniziative elettorali Salvatore Amura, assessore comunale di Rifondazione a Pieve Emanuele. Solo in un paio d’incontri è incappato nell’ultrasinistro che non voterà per l’Unione perché è «pappa e ciccia con i padroni». Ciò detto, avere come compagno di strada mister Tod’s, notorio amico del sindacato, «non mi fa fare i salti di gioia». I padroni non si convertono e da loro Amura non si aspetta niente di buono. Il dubbio vero non riguarda loro, ma cosa vuol fare l’Unione. «Se siamo preoccupati è perché sappiamo che il pericolo è dentro di noi. E’ stato il centrosinistra a tenere a battesimo la deregulation del mercato del lavoro. Sapremo cambiare? Molto dipenderà dalla forza che le urne daranno alla sinistra vera. Perseverare nell’errore sarebbe suicida».
Spaventata dall’alleanza Unione-padroni? Elena Cattaneo, commessa part-time alla Rinascente iscritta a Economia e commercio, è ferma alla stadio precedente: «Per ora, la cosa che mi spaventa di più è che Berlusconi possa di nuovo vincere». Ha devastato l’Italia, eppure in giro c’è ancora troppa gente che non è stufa, che si lascia infinocchiare dallo spottone sull’Ici. Se – «e sottolineo il se» – vincerà Prodi, bisognerà contenere le pretese di Confidustria. Purtroppo il poco coraggio dimostrato dall’Unione in campagna elettorale non fa ben sperare. «Sempre sulla difensiva, pauroso, come se far pagare le tasse agli evasori sia un atto rivoluzionario e non il minimo della decenza». La nostra commessa aspettava da Prodi meno bonomia e più risolutezza nell’indicare quali interessi s’intedono colpire. Dall’Unione aspettava più disponibilità a «svecchiarsi, a cambiare facce». Delusa su entrambi i fronti, voterà per il meno peggio. «Come sempre».