L’Unione deve scegliere

Non so quali siano i termini delle mediazioni tra Prodi e Rutelli. So però quali sono i rischi che corriamo (dico noi italiani e non solo noi «politici») se la soluzione non terrà conto della dimensione nuova dei problemi e quindi delle domande esigenti, e finora senza risposta, che assillano le società europee e quella italiana più di ogni altra.
Non voglio ripetere le solite cose sulla gravità della crisi. Noto solo che siamo arrivati a quel punto in cui le decisioni da prendere non sono più essenzialmente economiche.
Si tratta del fatto che l’insieme della costituzione materiale del paese è spiazzata rispetto ai mutamenti dell’epoca. Non siamo più in grado di reggere alle nuove sfide della competitività, come è evidente. Ma se non reggiamo è anche perché non si capisce più quale sia il nostro posto nel mondo. E ciò a fronte non solo di nuovi Stati (la Cina, l’India) ma di cose come il dominio delle conoscenze, il controllo delle informazioni, le logiche dei mercati finanziari. Quando la smetteremo di chiamare “liberismo” la costruzione economica più artificiosa che si possa immaginare, al punto che il paese più ricco del mondo si serve del “signoraggio” dal dollaro per attirare il risparmio mondiale e finanziare in deficit i costi dell’impero e consentire ai suoi cittadini di vivere al di sopra delle loro risorse? Il che spiega tante cose, ivi compresa la lotta più o meno sotterranea che è in atto per impedire che l’euro diventi, come sarebbe del tutto possibile, un competitore del dollaro e cominci lui ad attirare il risparmio mondiale e a finanziare le infrastrutture e l’innovazione europee. Sarebbe la salvezza per l’Italia.
Non so se è chiaro che questo è il problema che sta di fronte alle forze politiche e che ne segnerà la funzione storica e il destino. E’ il ruolo e il posto dell’Italia in Europa e nel mondo. Ecco perchè fermi non si può stare. Se lo sviluppo complessivo del paese non viene posto su nuove basi la decadenza è inevitabile.
Io così avevo capito l’iniziativa unitaria di Prodi e l’idea di una federazione dei riformisti. Non come un marchingegno per costringere la Margherita o i DS a confluire in un partito unico ma come la necessità di mettere in campo finalmente una visione comune del paese. Un progetto capace di delineare un futuro per l’Italia. Senza fingere però di non capire che una simile impresa è credibile se le forze che la propongono sono unite e sono quindi percepite come in grado di prendere le grandi e difficili decisioni che sono necessarie. Senza di che la fiducia della gente ce la scordiamo.
A me sembra che i fatti confermano quello che dico. Mentre qualcuno seduto sugli allori della strepitosa vittoria alle regionali, pensava che la sola cosa da fare era di intercettare i voti in uscita dalla Cdl, la crisi europea rimetteva in gioco la destra. Ed ecco che viene mandato avanti Bossi per proporre di uscire dall’euro e di agganciare la lira al dollaro, come fece l’Argentina, con quell’esito disastroso. In questo modo anche l’Italia uscirebbe dal novero dei paesi industriali moderni e accetterebbe di ricollocarsi nel mondo non come alleato ma come vassallo dell’America. Io non credo che questa operazione si farà ma il fatto che un partito di governo che poi è l’alleato principale di Berlusconi e Tremonti l’abbia proposta dovrebbe far capire la natura e la radicalità della partita politica che si sta giocando. Altro che neo-centrismo.
Vorrei fosse chiara la conclusione a cui giungo con questa analisi. Non è quella di considerare superata la strategia decisa dai ds all’ultimo congresso. La partita del governo dell’Italia (una partita -devo ripeterlo- per la quale la cacciata di Berlusconi è condizione necessaria ma non sufficiente) è ancora tutta da giocare. Penso però che si radicalizza. Ma se è così non si può eludere il problema che è rimasto finora sempre sullo sfondo: quelle di ridefinire la cultura politica della sinistra italiana. Noi, giustamente siamo usciti dai vecchi confini per diventare parte del socialismo europeo. Ma possiamo andare avanti facendo finta di non vedere quale partita politica (il potere mondiale o se si vuole il chi dirige la mondializzazione, e in che modo) si sta giocando contro l’Europa potenza politica? Dov’è il partito del socialismo europeo? Che dice? E non ha nulla da dire la grande cultura europea cristiano democratica di fronte al fatto (uso le parole di Paolo Savona) che la strategia del dollaro “compromette la stabilità mondiale, impedisce un minimo di standard sociale, si risolve solo in un meccanismo redistributivo che impoverisce taluni e arricchisce i già ricchi, rendendo così sempre meno civile la convivenza mondiale”?
Ecco perché le cose che accadono non dovrebbero troppo sorprenderci. Parliamo chiaro al partito. Dietro il voto francese c’è lo sconvolgimento provocato nella vecchia economia sociale di mercato europea dal meccanismo di cui parla Savona: impoverimento delle classi medie, arricchimento di un nuovo strato di finanzieri e speculatori, diffusione del lavoro precario per cui è rinato il “lumpen-proletario”. Ma la cosa forse più carica di conseguenze è una sorta di distruzione della borghesia, cioè del mondo anche morale e culturale che ha elaborato finora la classe dirigente europea. Perciò vengono fuori i Berlusconi e anche nel centro-sinistra succede di tutto. La “burocrazia di Bruxelles” non c’entra niente, è solo un falso bersaglio. Il vero problema non è se siamo andati troppo avanti nel delegare vecchi poteri ma se siamo rimasti troppo indietro nel costruire un nuovo potere. Abbiamo creato un mercato unico e molti regolamenti ma non abbiamo riempito il drammatico vuoto di sovranità creato dalla fine delle vecchie sovranità nazionali con i loro vecchi diritti di cittadinanza, le vecchie libertà e le vecchie protezioni dello Stato nazionale.
Questo è il vuoto che si è creato. Anche in Francia. Figuriamoci in Italia. Stiamo quindi molto attenti (lo dico a noi come a Rutelli) a come lo riempiamo. L’iniziativa di Prodi aveva ed ha questo senso. Io non so come finirà. So però che i fatti ci danno ragione e so anche che se vogliamo reggere dobbiamo essere fermi e imparare a guardare al di là del breve periodo. Lasciate che un vecchio acchiappanuvole come io sono si prenda il gusto di notare che qualche volta anche i “realisti” si sono fatti sorprendere dai fatti reali. Non si erano accorti di cosa pensava Rutelli? Non si rendevano conto che la costruzione della Fed diventava difficile senza aprire un dibattito vero su una comune visione del problema italiano? Io credo sia tempo di aprire una lotta politica anche al nostro interno. La sinistra non esiste come forza storicamente necessaria dopo il Novecento se non si batte per una Europa intesa però non come chiacchiera alla Tony Blair ma come potenza politica globale, come modello sociale, come sovranità e democrazia sovranazionale, come strumento di pace e di governo meno squilibrato e ingiusto dell’economia mondiale.
Bisogna decidersi a farlo questo partito socialista europeo anche perché solo se siamo noi stessi, se non abbiamo paura di chiamarci socialisti si fanno le grandi alleanze. E io rifiuto l’idea che le due grandi culture democratiche e popolari della storia politica italiana (quella di matrice socialista e quella cattolica) non sono componibili, nemmeno di fronte a novità di dimensione storica come queste. Se così fosse, se questi due mondi sono destinati a restare divisi, se fosse vero l’argomento di Rutelli secondo cui per conquistare il centro la Margherita deve prendere le distanze dai “comunisti” (la vecchia solfa craxiana) è altamente probabile che andiamo verso una crisi di regime, dato che non si vedono altre forze in grado di ridefinire una nuova base storica ed etico-politica su cui avviare la necessaria rinascita democratica della nazione. Non ci salverà Follini. Il paese decadrà alternando espedienti trasformistici con veri e propri conati reazionari.