L’Unione a Israele: «Condanniamo»

«L’Unione europea condanna le perdite di vite causate dall’usosproporzionato della forza da parte dell’esercito israeliano e la crisi umanitaria che questo uso ha aggravato», afferma da San Pietroburgo il presidente di turno della Ue, il finlandese Matti Vanhanen. La voce ufficiale dell’Europa – pur con tutte le cautele – appare chiara, e già era stata anticipata mercoledì nell’europarlamento dalla ministra per gli affari europei Paula Lehtomaki: «non possiamo accettare l’idea del castigo collettivo alla popolazione palestinese». Ma non è la voce di tutti. Da Berlino Michael Jaeger, portavoce del ministro degli esteri Frank-Walter Steinmeier, afferma che «bisogna analizzare il contesto», il permanere del sequestro del soldato israeliano, che ha dato origine all’attacco: dunque «Israele ha il diritto di difendersi».
La Germania, e così Regno unito e Olanda, si posizionano da sempre nel lato di Israele, e continuano a farlo anche ora che la situazione si sta facendo insostenibile; più equilibrate e storicamente vicine al popolo palestinese Francia, Svezia (sono state le ultime a cedere all’idea di inserire anche il braccio politico di Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche della Ue) e Spagna, mentre adesso a Bruxelles ci si attende un cambio di posizione dell’Italia. Roma ha un solido passato di ottime relazioni con i paesi arabi, Berlusconi e poi con più forza Fini hanno invece piegato le coordinate della politica estera verso Tel Aviv senza alcun discrimine. Al punto che a dicembre Fini bloccò il rapporto in cui i 25 capi di stato e di governo del Consiglio europeo criticavano Israele per la sua condotta a Gerusalemme est. «Abbiamo sentito parole interessanti da D’Alema – spiega adesso una fonte della Commissione – aspettiamo di vedere come si muoverà il governo Prodi».
Comunque sia abbondano le posizioni differenti, che portano inevitabilmente l’Europa a muoversi male in Medio Oriente. «E’ un lavoro difficile – spiega una fonte della Commissione europea – la Ue ha molto interesse a rimanere nel Quartetto (dove, insieme a Usa, Russia e Onu dovrebbe lavorare ‘per la pace in medioriente’) e ad essere riconosciuta come interlocutore affidabile da entrambe le parti, ma questo non dovrebbe portarci a sacrificare le nostre posizioni politiche». In sostanza, la voglia di dialogare con Tel Aviv porta Bruxelles a sposarne in parte le strategie, abbandonando quell’equidistanza tra le parti che, almeno a parole (e come sostegno economico alla popolazione palestinese), ha segnato la politica europea. «Ci si muove a fatica, tra la coerenza politica e la necessità di aumentare il nostro ruolo di interlocutore affidabile», è l’ammissione finale, e si capisce che, tra i due, la coerenza è il bene più a rischio.
«L’Unione europea mantiene una posizione irrazionale e insostenibile che contribuisce all’asfissia economica palestinese», accusa Olivier de Schutter, Segretario generale della Fidh, la Federazione internazionale dei diritti umani di ritorno da un viaggio nella regione. «Il ruolo della Ue si è trasformato radicalmente negli ultimi mesi – insiste de Schutter – prima i palestinesi vedevano l’Europa come un attore imparziale, ma adesso hanno l’impressione di essere stati traditi. Per un problema simbolico (il rifiuto di firmare un accordo con i rappresentanti di Hamas, ndr) sono state sacrificate le esigenze della popolazione».
Secondo la stessa Commissione, il 70% della popolazione dei territori occupati vive al di sotto della soglia di povertà – di 2,7 dollari al giorno -,il 51% è a rischio alimentare e la disoccupazione viaggia sul 40%. Cifre peggiorate dalle operazioni israeliane degli ultimi giorni, e anche per questo Bruxelles ha stanziato venerdì 34 milioni di euro per alimenti e ospedali, soldi da gestire direttamente tramite la Mezza luna rossa e l’Onu. L’intervento militare impedisce anche la partenza del ‘meccanismo internazionale temporale’, il Tim, messo a punto dal Quartetto per aiutare la popolazione palestinese bypassando Hamas. «Non c’è dubbio che i fatti di Gaza e Cisgiordania hanno complicato enormemente questi sforzi», ammette Benita Ferrero Waldner, commissaria agli esteri.
Il Tim dovrebbe fornire fondi per il funzionamento di ospedali, scuole e servizi di base; per l’approvigionamento di energia – la priorità dopo la distruzione due settimane fa della centrale di Gaza – e acqua potabile: è controllato dai donatori internazionali e prevede un ruolo centrale per il presidente palestinese Abu Mazen. Il sistema rischia però di minare le già deboli istituzioni palestinesi, perché taglia fuori Hamas, facendo di fatto il gioco di Tel Aviv. Il tutto in un contesto in cui, ammette un diplomatico, «Hamas sta dando dei segnali, ma per cambiare posizione ha bisogno di tempo e spazio politico. Il tempo gli è caduto addosso e lo spazio politico è ridottissimo, oggi più che mai». In questa situazione delicatissima, l’Europa si ritrova nella mani della Finlandia, paese assai abile a livello diplomatico. Poi toccherà alla Germania guidare la Ue, e la musica potrebbe solo peggiorare.