Lunghe ore d’attesa a Baghdad tra le bombe

Annunciato l’arresto di un religioso, membro del Consiglio degli Ulema, lo sheik Ali al Jouburi, proprio a poche ore dall’appello a favore della liberazione della nostra giornalista, senza che le autorità abbiano spiegato le ragioni di una così grave decisione.

Un fumo denso, alimentato come da un incendio, si è alzato improvvisamente ieri nel primo pomeriggio nel cielo di Baghdad, sulla riva destra del Tigri, dietro il grande albergo Melia Mansur, oggi desolatamente vuoto, mentre si susseguivano ad intervalli regolari esplosioni e raffiche di mitra con stormi di uccelli che a ogni colpo si alzavano tutti insieme volando verso la più sicura riva destra. Inutile cercare comunicati ufficiali o ufficiosi. Praticamente è come se non fosse successo niente. L’elegante Haifa Street, costeggiata da alti edifici ultramoderni dietro i quali scorre un dedalo di viuzze della vecchia Baghdad sfuggita agli sventramenti degli anni Settanta, è diventata un campo di battaglia quotidiano dal quale partono spesso razzi e colpi di mortaio verso la vicina «zona verde». Inutile cercare queste notizie sui giornali che invece danno grande spazio alla vicenda del rapimento di Giuliana, soprattutto in seguito agli appelli apparsi su «Al Jazeera» e «al Arabiya» e a quelli lanciati dall’Associazione degli Ulema sunniti, la più autorevole voce di questa comunità.

Gruppi dall’identità sconosciuta

Sulla vicenda, a testimonianza dell’impegno e della determinazione dei religiosi sunniti a voler non solo una positiva conclusione di questo sequestro ma la fine di questa dilagante pratica nell’Iraq a stelle e strisce, ieri è intervenuto di nuovo su diversi giornali uno dei responabili dell’Associazione, lo sheik Abdel Salam al Qubaisi secondo il quale «rapimenti di questo tipo distorcono e diffamano la resistenza del popolo iracheno contro l’occupazione americana». Il religioso sunnita ha poi ricordato che lo scorso 19 gennaio il Consiglio degli Ulema si era ufficialmente pronunciato «contro tali azioni, affermando che non devono esserci rapimenti ai danni di giornalisti». «Molti gruppi dall’identità sconosciuta – ha poi continuato – alcuni dei quali non di natura politica, forse allo scopo di ottenere il pagamento di riscatti, hanno cominciato a compiere sequestri, sostenendo di farlo come parte della resistenza, il cui nome in realtà infangano». Veramente commovente è la partecipazione della popolazione irachena, che pure ogni giorno subisce torti, angherie, e lei stessa veri e proprie prese di ostaggi da parte delle truppe di occupazione: se il padre non è in casa viene arrestato il figlio, o il fratello o qualche altro parente mentre i soldati sia americani che iracheni, secondo numerosissime denunce e innumerevoli testimonianze, con la scusa della ricerca di armi, in realtà non cercherebbero altro che soldi e gioielli. Il paese, mobilitatosi almeno per quanto riguarda i media, ma non solo, in modo così vasto e inaspettato per la liberazione di Giuliana, non sembra aver dato alcun peso all’ultimo comunicato con il quale un’altra misteriosa sigla, «Le brigate dei Mujadeddin in Iraq» – aveva diffuso la notizia dell’uccisione della nostra collega. In realtà Abdel Salam al Qubaisi in tutti i suoi interventi sembra comunque molto scettico verso tutte le rivendicazioni del rapimento di Giuliana: «Abbiamo ancora dei dubbi e non sappiamo se quel che dicono sia vero. Crediamo che nessun iracheno organizzerebbe un rapimento del genere, soprattutto contro una giornalista che intendeva intervistare la gente di Falluja, vittima dell’occupazione americana». La grandi manovre in vista del dopo-elezioni creano un quadro nel quale è difficile trovare anche il bandolo della matassa del sequestro di Giuliana: ieri mattina ad esempio è stato infatti annunciato l’arresto di un religioso, membro del Consiglio degli Ulema, lo sheik Ali al Jouburi, proprio a poche ore dall’appello a favore della liberazione della nostra giornalista, senza che le autorità abbiano spiegato le ragioni di una così grave decisione. Intanto, mentre in città si susseguono le esplosioni, le ultime due, forse provocate da due missili, all’interno della «zona verde» hanno scosso tutti gli edifici del centro ieri sera verso le otto e mezza, mentre risuonava l’allarme aereo e l’aria era tagliata dalle sirene delle ambulanze, cresce la tensione per il più volte annunciato e sempre rimandato annuncio dei risultati elettorali, ma anche della semplice percentuale dei votanti. Secondo indiscrezioni del «convention center», nella zona verde, – davanti all’hotel Rashid il cui manager passato a lavorare per gli americani è stato ucciso ieri mentre si stava recando al lavoro – dove si trova l’ufficio elettorale, sembra che la percentuale dei votanti, su coloro che si erano registrati, sarebbe inferiore al 50%, forse attorno al 45% e quindi sugli aventi diritto al voto risulterebbe ancora più bassa. Il portavoce della comissione elettorale, Farid Ayar, comparso ieri mattina davanti alla stampa, ha ripetuto ancora una volta di non poter dare alcun dato sulla percentuale dei votanti e che, per i risultati, occorrerà ancora qualche giorno.

Sunniti esclusi dal «parlamentino»

Come se già non si sapesse che tutti e 275 seggi se li sono assicurati i partiti già presenti al governo mentre a tutti coloro che erano contro l’occupazione e all’intera comunità sunnita è stato impedito di partecipare alle elezioni. Senza più concorrenti, la vittoria alle elezioni del 30 gennaio della lista unitaria sciita filo-Usa e filo-Iran è ormai data per sicura. L’aver escluso sunniti e sciiti contrari all’occupazione avrebbe portato ad un vittoria schiacciante della lista unitaria sciita filo-Usa e filo-Iran guidata da Abdel Aziz al Hakim, capo del Consiglio per la rivoluzione islamica in Iraq, Ibrahim Jafaari del partito islamista moderato «al Dawa» e dell’ex pupillo del Pentagono Ahmed Chalabi. Il secondo blocco in parlamento sarà quello della lista etnica curda di Talabani e Barzani che si sarebbe aggiudicata almeno un 25% dei seggi e in terza posizione dovremo trovare quella del primo ministro Iyad Allawi. Si tratta in realtà di pure speculazioni. Di sicuro, e di molto grave, per le conseguenze che potrebbe avere, c’è il fatto che il parlamentino che dovrà redigere la prossima costituzione non avrà tra i suoi banchi alcun partito sunnita o comunque contrario all’occupazione. Come programmato in realtà dall’amministrazione Bush che sin dall’inizio dell’invasione sta perseguendo la costruzione di un nuovo Iraq che poggi su un’alleanza curdo-sciita per escludere dal potere tutti coloro che si rifanno agli ideali del nazionalismo arabo e quindi, in primo luogo, la comunità sunnita. L’aver messo in piedi un’assemblea di questo tipo non farà altro così che portare nuove reclute e sostegni alla resistenza contro l’occupazione. Ammesso che questo asse sciita-kurdo possa reggere. La volontà dei leader dei due blocchi è ferma nel trovare un accordo su presidenza, vicepresidenza e poltrona di premier basata su una spartizione nel governo delle spoglie dell’Iraq (i curdi si prenderebbero il petrolio del nord, gli sciiti quello del sud, mentre a Baghdad resterebbero i datteri e le carpe del Tigri) ma non è detto che la dinamica della resistenza, la richiesta del leader sciita radicale Moqtada al Sadr di una data per il ritiro delle truppe e quella, analoga, da parte dell’Associazione degli Ulema Musulmani come condizione per partecipare alla stesura delle nuova costituzione (nei limiti prestabiliti dall’ex viceré Bremer) potrebbero mettere in crisi il progetto rimescolando le carte su discriminanti politiche e non etniche o confessionali. Interessante anche la distribuzione dei voti nella coalizione sciita e il successo o meno di quelle ispirate da Moqtada al Sadr, ufficialmente astensionista. Cntrasti che, alla fine, potrebbero avvantaggiare il premier Allawi che, imperturbabile, mentre tutti parlano dei suoi successori, si sente sicuro di mantenere il posto che gli ha dato Bush.