L’ultimo sfregio alla verità

Abbiamo vissuto una nuova giornata di delusione in questa tormentata vicenda giudiziaria della strage di Ustica: la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura Generale avverso alla sentenza della Corte d’assise d’appello che assolveva per insufficienza di prove i generali al vertice dell’aeronautica militare nel giugno 1980.
Si è trattato di una discussione paradossale in quanto i generali dovevano rispondere di alto tradimento, un reato che con una delle famigerate leggi ad personam della maggioranza berlusconiana è stato abrogato: i difensori degli imputati l’hanno definito un processo di serie C. Anche questi paradossi danno l’immagine di una vicenda troppo tormentata. Di una verità che fatica oltre ogni misura a emergere completamente.
Bisogna ricordare che a venti anni dalla tragedia il giudice Priore aveva traccciato un primo panorama dell’accaduto: «l’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto». Aveva inoltre delineato un inquietante scenario di depistaggi e di reati contro la verità; molto è andato perduto ed è rimasto soltanto il reato di alto tradimento per i vertici dell’aeronautica.
Davanti alla Corte d’Assise di Roma si è svolto un primo processo molto lungo, articolato, con il dibattito fra molti testi, con una conclusione che attestava che il reato era stato commesso, anche se poi assolveva gli imputati per prescrizione.
Inaccettabile è stato il processo in Corte d’appello, un processo affrettato, di poche udienze, senza escussione di testi. Si è intervenuti con molta rapidità su un precedente dibattimento che aveva approfondito ogni aspetto. Una sentenza già scritta ha smantellato tanto lavoro. E altrettanto inaccetabili sono state le motivazioni, contradditore, non congrue con il pur misero dibattimento. Era questo procedimento che pensavo si potesse cancellare: perché c’è stato un progressivo allontanamento della vicenda giudiziaria dalla verità. La tragedia, le vittime, l’impegno per la verità, anni di lavoro degli inquirenti sono svaniti poco alla volta dalle aule.
Non cambia molto un’assoluzione per prescrizione da un’assoluzione per insufficienza di prove. Penso che si può esserne sollevati, ma nessuno a ragione può andarne fiero. Nessuno può cantare vittoria. E’ la verità che continua a mancare in questa giornata, ed è umiliante se pensiamo che potrebbe essere l’ultima giornata della vicenda giudiziaria. Rimangono le ricostruzioni della sentenza ordinanza di Priore, rimangono le rogatorie internazionali a cui stati amici e alleati non hanno dato risposte.
Bisogna trovare ancora la forza per cercare. Ma se può essere finita la vicenda giudiziaria bisogna considerare finito anche l’alibi dietro il quale troppe volte il mondo della politica si è trincerato. La storia non la può scrivere la magistratura da sola: ognuno deve fare la sua parte, serve un intervento vero delle istituzioni. Perché continuo a pensare che Ustica sia un grande problema di dignità nazionale con il quale dobbiamo continuare a fare i conti.