L’ultimo abbraccio tra Fassino e Mussi

Il palco è lungo e assurdamente disegnato come un codice a barre viola, arancione e rosso. Piero Fassino comincia a percorrerlo e già si commuove, ha appena finito un intervento lungo un’ora e mezza in cui ha graziosamente massacrato l’opposizione interna e ora punta il suo oppositore Fabio Mussi. Lo tira a sé, lo bacia due volte, gli alza il braccio come a chiamare l’applauso poi gli si stringe accanto. Ma e difficile tenerli nella stessa inquadratura, uno alto alto e l’altro no. Uno piange piange e batte il ritmo di Rino Gaetano e l’alto no. Uno ha concluso affidando ai segretari delle seimila sezioni di partito la costruzione del partito democratico, l’altro vorrebbe fare il congresso per decidere che il partito democratico non si deve fare. Fassino abbraccia l’imbarazzato Mussi; Fassino offre al partito quello che il partito più di tutto vuole: un fermo immagine di unità. Poi l’immagine si rimette in movimento e Mussi e i suoi sbuffano rabbia: «Hanno fatto parlare solo i segretari favorevoli alla maggioranza. Fassino è stato scorretto a scaricare su di noi la scelta del voto segreto sulle mozioni, la nostra prima richiesta era che si votasse il segretario al congresso nazionale e le mozioni con voto palese». Si ma quell’abbraccio, quei baci? «Lo fanno anche i pugili prima di un incontro. Ora comincia il match».
Il complotto del buffet
L’impressione di Fassino che i Ds siano vittime di una «campagna di stampa» – diventata nelle parole del giovane responsabile dell’organizzazione Andrea Orlando la certezza che «il nostro segretario è sotto l’attacco di una precisa iniziativa mediatica» – trova argomenti nell’editoriale del Corriere della Sera di ieri – «Ds, più errori che complotti» – che fa infuriare Fassino con «l’articolista» (Sergio Romano, non citato). Le critiche di ambiente dalemiano che arrivano al segretario attraverso la Stampa – «Fassino patisce la sindrome del complotto» – sono invece la ragione per cui dalla presidenza dell’assemblea prima avvertono che si è aperto il buffet, ampio e gratuito, poi danno la parola a Massimo D’Alema. Che però resta più forte del buffet e ancora induce alla disciplina militante: il pranzo può attendere e la sala resta piena per il presidente del partito. «E’ molto abile. Mi ha convinto. Ma non ho capito che ha detto», commenta poi il compagno della sezione di Carmignano che ha 24 anni e quasi quasi voterà per la mozione Mussi. Ma il voto è segreto.
Quello che D’Alema ha detto è che nel partito democratico non si smetterà di essere di sinistra. Anzi bisognerà esserlo ancora di più perché «saremmo senza un’etichetta ingombrate come quella del Pci che a volte si poteva permettere persino di essere moderato e conservatore», insomma siccome non ci chiameremo più «comunisti» e nemmeno «di sinistra» allora compagni bisognerà esserlo fino in fondo. Lui, D’Alema, annuncia qui che diventerà più di sinistra. Fassino non si spingerà a tanto.
Da Gramsci a don Orione
Spiegherà il segretario che l’Italia di oggi sta messa davvero male: come l’America ai tempi della grande depressione, la Germania dopo la seconda guerra mondiale, la Francia nella decolonizzazione, la Spagna del dopo Franco. Serve dunque il partito democratico: l’unione dei riformisti che nel Novecento si sono combattuti. Prendete Torino, la città del segretario, e i «riformismi» di Gramsci, Gobetti, Bobbio e don Orione. «Quelle culture saranno tutte nel partito democratico». Perché, qui Fassino ha una carta di riserva, «l’Ulivo ci ha già dato la prova che con gli amici della Margherita abbiamo la stessa tavola dei valori e vi accorgereste che abbiamo le stesse identiche idee se adesso fosse qui a confrontarsi con me, D’Alema e Mussi il leader della Margherita… Enrico Letta». Applausi. Perché il giovane Letta, carta di riserva, si presta ad essere applaudito. Per il leader ufficiale della Margherita, cioè Francesco Rutelli, la platea diessina non offre ancora garanzie.
«Il partito non si scioglie», rassicura Fassino. Ma si scioglierà: da qui al 2009 «il percorso è chiaro» e anche «graduale». «Mettiamoci in cammino ancora una volta» dice il segretario e persino «Fischia il vento, scarpe rotte e pur bisogna andare» (non canta, scandisce). La «rossa primavera» stavolta si chiama partito democratico, ed è certo che gli amici della Margherita perdoneranno a Fassino giusto queste innocenti rimembranze. Anche perché una come Rosi Bindi ha un problema più immediato, e lo ripete ancora: «Saremo insieme ma io non ho nessuna intenzione di andare nelle loro sedi, nelle sezioni dei Ds mai».
Caccia grossa ai rutelliani
Rosi Bindi dovrebbe spiegare questa sua decisione a Veronica Fichi dei Ds di Pisa, sezione Pio La Torre. O a Filippo Viaggi segretario della sezione di Cavezzo in provincia di Modena. O a Daniele Morelli segretario della sezione di Ardenza (Livorno) e a tanti altri: tutti raccontano di come la Margherita di sedi non ne abbia affatto. Accettano in prestito senza tanti complimenti le sedi della Quercia. «Quando li dobbiamo cercare andiamo in parrocchia», dice Morelli – 49 anni, ex Pci, contento che ci sarà il voto segreto «perché finalmente ci possiamo contare senza costrizioni e vedere quanto pesa la maggioranza e quanto la minoranza». Lui è della maggioranza.
Un altro posto dove cercare la Margherita è il consiglio comunale. «Quello di Rutelli è il partito degli eletti, il guaio è che anche noi rischiamo di diventare così», dice Massimo Cappannelli, 35 anni da Siena. L’unico tra i 21 segretari di sezione chiamati a parlare dal palco che sostiene la seconda mozione. Ma si spiega: non è segretario ma solo un componente del direttivo, ha sostituito all’ultimo momento il titolare. Non era un intervento programmato. C’è chi sta peggio: quelli della terza mozione lamentano di non essere stati nemmeno invitati e Angius infatti non si è visto. Presenterà oggi il documento politico e la candidatura alla segreteria.
«Sono abili quelli della Margherita, basta che gli offri il vicesindaco e l’accordo è fatto», spiega Catia Fornari ma il suo è un caso un po’ particolare: è il sindaco. E a Savignano sul Panaro (Modena) i Ds raggiungono il 47%, la Margherita ha giusto il 7%. «Con i prodiani ci troviamo bene – spiega – con gli ex democristiani un po’ meno». Peppone e don Camillo nello stesso partito. Christian Fiazza, segretario della sezione Agostino Novella di Piacenza, li chiama «i colleghi della Margherita». E nella sua città, dove a maggio si voterà per la comunali, ha il problema di spiegare ai militanti che «dobbiamo fare da collante per la coalizione, da portatori di acqua» e poi quando si deve scegliere il candidato (a Piacenza il sindaco uscente) «dev’essere della Margherita altrimenti gli elettori si spaventano». «C’è molto conformismo nel partito – dice Enrico Boccaletti, segretario della sezione Lama della Bolognina – finisce che facciamo i portavoce delle istituzioni».
Scarpe rotte. Ma nel Pd bisogna andare e «il problema è che i più giovani che sono venuti dopo l’89 ragionano come se il nuovo partito ci fosse già e non rispettano più le sedi di discussione dei Ds», si lamenta Fulvia Petrini, segretaria della sezione di Fauglia (Pisa). O forse ha ragione Catia Fornari: «Da quando abbiamo lasciato il Pci e la falce e il martello, non c’è più svolta che possa preoccuparci».
Mussi si allontana con una citazione, senza rivelare l’autore: «Senza quello che abbiamo sognato non avremmo potuto fare nulla nemmeno da svegli». Non dev’essere D’Alema.