L’ultima illusione della classe operaia

Spesso, quando sono belli, i film sanno anticipare. Se a fare i film, poi, sono le donne, questa capacità si potenzia: perché le donne, essendo un po’ meno protagoniste, vedono la realtà da maggiore distanza, più in prospettiva. Vedono più lungo.
Faccio queste considerazioni dopo aver visto al festival di Torino due pellicole, un documentario di Francesca Comencini e una fiction di Wilma Labate: ambedue i film parlano di quelle figure ormai da tempo invisibili che sono gli operai. Ma, per l’appunto, non sono nostalgia. Sarò ottimista, ma a me è parso che siano piuttosto l’espressione di un bisogno attualissimo che si sta, almeno embrionalmente, manifestando: quello di riscoprire – dopo la nottata che ci sta alle spalle – la storia più cancellata, quella più recente dell’ultimo scorcio del secolo ventesimo, di ritrovare memoria. Per questo gli operai, che ne sono stati gli indiscussi eroi.
I due film andrebbero visti assieme, l’uno dopo l’altro. Francesca, con “In fabbrica”, documenta, scegliendo con perizia e sensibilità le immagini conservate dalle Teche Rai, cui aggiunge quelle, girate da
lei, del nuovo lavoro, e dei nuovi lavoratori, di oggi: il prima e il dopo dell’epopea operaia. Wilma racconta invece, in “Signorina Effe”, della cesura: quando ci fu la sconfitta nel grande stabilimento automobilistico, dopo 35 giorni di lotta strenua e alla fine disperata. E a cambiare non fu solo la Fiat, il sindacato, la sinistra, Torino, ma tutta l’Italia, e, in definitiva, anche tutta l’Europa.
Spesso, tornando indietro, si colloca il grande mutamento al 1990, quando cadde il Muro. Non è vero: il mito del socialismo reale nella coscienza dei comunisti italiani si era già consumato da tempo. che le macerie fossero ormai anche visibili non scosse più di tanto. La tempesta vera c’era già stata, quasi dieci anni prima, quando i rapporti di forza fra le classi, dopo un lungo braccio di ferro, si modificarono radicalmente e il movimento operaio cessò di essere protagonista della storia. In Gran Bretagna accadde con la sconfitta dei minatori, in lotta per più di un anno; in Germania con la marginalizzazione del sindacato e il ritorno della destra al governo; in America con l’avvento di Reagan.
In Italia la data è precisa e il luogo circoscritto: 16 ottobre 1980, Mirafiori, l’indomani della marcia attraverso la città di 40.000 tecnici e impiegati illusi di poter sedersi a mangiare la torta offerta dalla nuova fase del capitalismo, quando fra grandi proteste venne firmato l’accordo sindacale che accettava la cassa integrazione per 23.000 operai. Senza la rotazione, che avrebbe potuto impedire che quegli allontanamenti diventassero stabili; senza alcun piano di rilancio industriale; senza alcun progetto, né della sinistra né dell’azienda. Il padrone non ne aveva bisogno, più ancora che la riduzione del personale in esubero quanto voleva era distruggere la dignità operaia, il ruolo del sindacato.
Il tentativo durava da tempo, nei 35 giorni di picchetti che bloccarono la fabbrica si bruciò l’ultima illusione di respingerlo. Dopo, tutto cambiò in fretta, e cominciarono i maledetti anni ’80-90, la globalizzazione, il liberismo, il precariato, la disoccupazione di ritorno, lo spaesamento, la frammentazione sociale, la fine della politica, privata di un soggetto forte.
L’ultima battaglia era cominciata un altro maledetto 11 settembre, quando, rotta la trattativa con Annibaldi, la Film aveva indetto il primo sciopero e, spontanei, erano partiti i cortei. I licenziamenti annunciati erano 15.000, poi raggiunsero i 23.000. C’erano allora, negli stabilimenti di Torino della Fiat, 122.000 operai, oggi ce ne sono 14.000.
Wilma Labate ha avuto il coraggio di raccontare la storia di un amore dentro questo contesto. Un amore nella tempesta della lotta durissima, fra una segretaria che vuole riscattarsi dalla condizione proletaria della sua famiglia e un operaio ribelle che di quella condizione è orgoglioso. La fabbrica e la vicenda della coppia non sono frutto di un accostamento artificiale, l’una è necessaria all’altra, e viceversa, per capire di più. Perché il privato rende gli operai più umani, e si capisce meglio quanto e come sia anche politico. Del resto non è affatto una forzatura neppure dal punto di vista della cronaca: le donne, negli ultimi anni, erano entrate massicciamente in fabbrica, anche alle linee di montaggio. Le loro figure in tuta, inimmaginabili nel ’68, erano ormai parte del panorama. E nel clima di tensione, e di eccitazione, che si viveva ai picchetti che presidiavano i cancelli ventiquattro ore su ventiquattro, ce ne furono e quanti di amori! Gli operai stessi sono, attraverso questo film, finalmente resi persona, non stereotipi, ma giovani e vecchi, terroni e nordici, drogati e studenti-lavoratori.
Torino, la Fiat. Presentando il suo film, alla domanda perché proprio lì, Wilma Labate ha risposto: in quegli anni tutti andavamo a Torino. Parlava, ancora una volta, come in un suo film precedente, della sua generazione. E stato vero in particolare per noi de il manifesto, che ai cancelli di Mirafiori ci siamo fatti le ossa. Tutti i «vecchi» si ricordano certo una intera sessione di un nostro congresso impegnata ad ascoltare in silenzio Gianni Montani, nostro primo corrispondente da Torino, descriverci reparto per reparto l’organizzazione del lavoro nella fabbrica. Pensavamo fosse essenziale per un militante comunista sapere, ascoltavamo ogni parola dei nostri rari ma straordinari operai che lavoravano alle presse o alle carrozzerie. C’è qualcuno che irride, adesso: io penso che avessimo ragione. Il primo guaio delle sinistre attuali è che non sanno più cosa sia il lavoro. Lo stesso interesse, del resto, e ne sono stata colpita, l’ho sentito nel racconto che la giovane protagonista del film, Signorina Effe, Valeria Solarino, ha fatto dei giorni in cui la troupe ha girato alle Presse.
Nelle due pellicole troviamo alcune identiche immagini di repertorio di quei 35 giorni. Non c’è da meravigliarsi che le registe abbiano utilizzato le stesse: sono le sole che esistono, sebbene si tratti di un passaggio storico decisivo. Non c’erano ancora le minicamerine digitali e la memoria era tutta affidata alla Rai che, come è noto, non documenta. Qualcosa di più ci viene dall’Archivio del Movimento Operaio e democratico, per il quale peraltro era stato girato da Giovanna Boursier (un’altra donna!), il documentario dal titolo simile, Signorina Fiat, cui Wilma Labate si è ispirata per la sua storia. Fra queste immagini, quelle del comizio di Enrico Berlinguer, che alla Fiat presidiata dagli operai si recò durante i 35 giorni per dire agli operai che il Pei era con loro e li avrebbe sostenuti anche ove avessero scelto forme di lotta più avanzata, fino all’occupazione della fabbrica. Immagini che a vederle oggi, nell’era del Partito Democratico, fanno tremare.
Noi del Pdup, che come quelli di Democrazia Proletaria (Lotta Continua e Potere Operaio erano già disperse), eravamo dentro la Fiat e nei picchetti, e il manifesto che seguì giorno per giorno la lotta, non eravamo su tantissime cose d’accordo con il Pci, tantomeno con la Cgil. Ma a Torino il sindaco comunista Novelli veniva ogni giorno ai cancelli, e segretario regionale del sindacato era Fausto Bertinotti. Ad accompagnare Berlinguer a Mirafiori, pochi lo hanno riconosciuto nel filmato, c’era persino Giuliano Ferrara, allora funzionario di Partito in quella città. In realtà il Pci era diviso, e così lo stesso sindacato. E Berlinguer, che proprio in quell’anno aveva abbandonato la solidarietà nazionale, e definitivamente rotto con l’Urss, era già in minoranza nel partito di cui pure era segretario. Alla sua morte prematura, dopo pochi anni, si potè capire meglio.
Ho scritto del bisogno di recuperare la memoria che mi sembra intravedere fra i più giovani. L’attenzione prestata al precariato, la nuova forma di massa del lavoro giovanile, ne è la prova. Se è così, consiglio a tutti di andare a vedere Signorina Effe e di riuscire a captare da qualche parte In fabbrica (ma i documentari dove si vedono?). Come manifesto, che in rapporto alle nuove lotte operaie è nato, e segnatamente sulla Fiat ha costruito tanta parte della sua identità, penso dovremmo ringraziare Comencini e Labate per averci riportato alla memoria con intelligenza e poesia questo pezzo di storia. Che per tanti versi è la nostra.