L’ultima barriera del razzismo

L’articolo di Luciana Castellina (il manifesto, 9 gennaio) è uno dei più lucidi contributi alla discussione sull’antisemitismo, collocandolo nell’ambito del «più generale e preoccupante dilagare del razzismo, di cui, in Europa e nel mondo, è bene ribadirlo, sono in questo tempo vittime soprattutto i musulmani e in secondo luogo tutti gli immigrati, quale sia la loro razza o religione». Credo che l’abbattimento delle difese immunologiche verso il razzismo scaturisca dalla deliberata cancellazione dalla memoria del nesso tra anticomunismo e razzismo che ha segnato la storia europea dal 1917 in poi. Questa obliterazione ha prodotto l’accantonamento dell’olocausto nazista come fenomeno che, pur facendo degli ebrei e degli zingari-rom le principali vittime, ha colpito l’insieme della popolazione europea soprattutto all’est. Come dimostra Arno Mayer, storico dell’Europa e dell’olocausto presso l’Università di Princeton approdato rocambolescamente negli Usa nel 1940, i paraocchi imposti dalla Guerra Fredda portarono, in America, ad eludere e minimizzare lo studio storico sociale del nazismo (Arno Mayer, Why did the Heavens not Darken? The «Final Solution» in History, New York: Pantheon Books, 1988). In Italia, grazie alla forza dei comunisti ed all’esistenza di una solida cultura laico-liberale la concezione americana del nazismo non passò. Oggi invece, domina una concezione dell’olocausto in funzione anti-ebraica smussando la coscienza del fatto che i campi di sterminio abbiano inghiottito 10-11 milioni di persone. Nel suo fondamentale libro Mayer sostiene pacatamente che «il culto della rimembranza è diventato eccessivamente di parte. Ha contribuito a disconnettere sempre di più la catastrofe degli ebrei dal contesto storico-temporale, collocandola invece nell’ambito della provvidenziale storia del popolo ebraico da commemorare, da piangere e da interpretare in maniera restrittiva». Infatti se si rescinde l’olocausto dal suo alveo storico-politico si inculca nell’opinione pubblica l’idea che oggi per gli ebrei vi sono solo due poli di riferimento: uno tremendo, a sé stante, ed uno messianicamente positivo rappresentato da Israele. In questo schema i palestinesi e la loro storia non hanno alcuno spazio, è meglio che se ne vadano; se lottano per sopravvivere sono degli arcaici nazionalisti potenziali portatori di antisemitismo! Arno Mayer presentò il suo libro come un tentativo di uscire dai paraocchi della Guerra Fredda. Preme ora sottolinearne i seguenti aspetti. In primo luogo «sebbene l’antisemitismo fosse un dogma essenziale della visione del mondo nazista esso non ne costituiva né le sue fondamenta né la sua principale o unica motivazione». Le altre componenti, scrive Mayer, erano date dalla geopolitica dell’espansionismo tedesco ad est e dall’antimarxismo. In secondo luogo, criticando gli storici che privilegiano l’antisemitismo come forza determinante del nazismo egli osserva che: «La radicalizzazione della guerra contro gli ebrei era correlata alla radicalizzazione della guerra contro l’Urss. Le due guerre avevano una fonte ideologica comune…Radicata nel razzismo del darwinismo sociale la guerra all’est aveva il quadruplice obiettivo di conquistare Lebensraum alla Russia, di schiavizzare i popoli slavi, di schiacciare il regime sovietico e di liquidare il presunto centro nevralgico del bolscevismo internazionale». Appena tre anni dopo la pubblicazione del libro di Mayer, i paraocchi denunciati dall’autore investivano l’Europa in forma tale da comportare una cancellazione della contestualità dell’olocausto nazista. La prima fase della terapia d’urto avvenne con la secessione unilaterale della Croazia dalla Jugoslavia. Come evidenziò, unico fra i giornali europei, il manifesto, l’operazione fu sostenuta dalla Germania con le sollecitazioni del Vaticano cui l’Italia si accodò – Pds compreso – con l’appoggio pressoché incondizionato a Tudjman ed al suo regime tutto orientato a rivalutare lo stato nazifascista ustascia degli anni del grande olocausto in terra balcanica di ebrei, serbi, rom ed altri. L’intera vicenda culmina poco dopo la guerra del Kosovo nella santificazione del prelato croato filo-ustascia Viktor Stepinac (si veda, Marco Aurelio Rivelli L’arcivescovo del genocidio – Milano: Kaos, 1999). L’ideologia della guerra umanitaria diede legittimità alla tesi che vi siano pulizie etniche cattive e pulizie etniche buone. Le prime furono effettuate dal regime di Belgrado, le seconde da Tudjman (in Slavonia e nella Krajna) e dall’Uck appoggiato dalla Nato nel Kosovo, quando, assieme ai rom, venne espulsa anche la comunità ebraica di Pristina. Il manifesto pubblicò la denuncia del capo della comunità israelitica di Pristina. E gli altri? La pratica delle pulizie etniche buone contro quelli cattive ha sferrato in Europa un colpo mortale al sistema di difesa antirazzista. Non per caso quelle pratiche nacquero dalla grande orgia post-sovietica. Il rilancio della guerra fredda durante la presidenza Reagan produsse però tutti gli elementi per legittimare le suddette pratiche. Il terreno di azione principale fu il medioriente. Il sostegno di Washington all’invasione israeliana del Libano – 15 mila morti – significò l’appoggio americano all’eliminazione dell’Olp e della rappresentanza palestinese. Vennero anche prodotte teorizzazioni razziste sul fatto che gli stati arabi non avrebbero avuto una ragion d’essere e che per loro era meglio una configurazione locale etnico-religiosa piuttosto che quella statuale. Il modello verrà «casualmente» applicato in Jugoslavia ove attraverso i Tudjman e gli Stepinac si sdoganerà una vicenda storica orrenda che avrebbe douto rimanere sempre viva nella memoria europea ed italiana in particolare. L’evoluzione politica degli ultimi due decenni, e l’abbandono da parte della sinistra della propria visione del Novecento, hanno comportato l’indebolimento delle difese politiche ed intellettuali verso il razzismo. Valga pertanto come esempio morale e di metodo un passo di un appello contro l’occupazione israeliana e la repressione antipalestinese firmato da un foltissimo gruppo di ebrei francesi: «Sostenere che non vi sia altro crimine contro l’umanità che lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti, è alimentare le fonti stesse del negazionismo (dell’olocausto, JH); noi non rivendichiamo alcun privilegio per gli ebrei in quanto vittime: noi ci solleviamo contro qualsiasi oppressione.» («Une autre voix juive», Le Monde 16 ottobre 2003).