Lula affitta l’ Amazzonia con il sì degli ecologisti

L’ Amazzonia in affitto, a pezzi, per fermare la devastazione selvaggia e restituire allo Stato il controllo della grande foresta, uno degli angoli della Terra dove la legge sembra non esistere. Per una volta ambientalisti, scienziati e politici sono d’ accordo. La legge appena approvata dal governo Lula è un importante passo in avanti per arrestare la distruzione ed è un monumento al realismo: se è impossibile fermare lo sviluppo e inseguire sogni di intoccabilità delle risorse naturali, meglio che lo Stato se ne occupi davvero. Saranno 13 milioni di ettari, circa il 3% dell’ estensione totale dell’ Amazzonia, le terre aperte ufficialmente allo sfruttamento «sostenibile». In pratica le imprese brasiliane di legname (non sono ammessi gli stranieri), avranno la possibilità di ottenere concessioni fino a 40 anni per tagliare alberi. Con fortissime limitazioni, che permettano alla foresta pluviale di rigenerarsi. In pratica, ogni dieci anni, sarà possibile tagliare soltanto cinque o sei alberi in un’ area grande come un campo di calcio. Funzionerà? Sì, assicura il presidente brasiliano. «Questa legge permetterà che da oggi e per il futuro, le foreste continuino ad essere foreste. E soprattutto resteranno pubbliche per sempre, il che è molto importante», ha detto Lula. Non ha senso continuare a pensare come in passato, ha aggiunto, dove si fronteggiavano i teorici dello sviluppo a tutti i costi e coloro che difendevano tutto come «santuario ecologico». Bisogna guardare in faccia la realtà e porre rimedio agli abusi, riassume Lula. Il ricavato delle concessioni, secondo la legge, verrà utilizzato per finanziare un nuovo servizio forestale, che aiuterà ad applicare la normativa e la corretta esecuzione dei contratti. Restano intoccabili le terre già dichiarate parchi nazionali e quelle assegnate alle tribù indigene. La «legge per la gestione delle foreste pubbliche» è in discussione da anni e ha avuto un iter travagliato. All’ inizio le associazioni ambientaliste l’ avevano bollata come «privatizzazione dell’ Amazzonia». Milioni di email hanno percorso Internet, allertando contro lo scempio. Poi le modifiche, per mano soprattutto del ministro dell’ Ambiente Marina Silva, la popolare erede di Chico Mendes, fino alla firma di Lula. Il quale, fino all’ ultimo, ha posto il veto alle modifiche proposte dalle lobbies dei fazendeiros nel Congresso, che intendevano alzare i limiti delle concessioni. L’ ok più significativo, in questi giorni, è giunto da Greenpeace e dal Wwf. Secondo i primi, solitamente radicali, la legge aiuterà a regolarizzare la complessa situazione fondiaria in Amazzonia e a disincentivare l’ appropriazione illegale delle terre. «Il governo recupera un patrimonio della società», ha aggiunto il Wwf. Negli anni, difatti, il principale problema della foresta è stato l’ abuso e la compravendita illegale di proprietà. Si stima che meno del 5% del legname tagliato venga dichiarato ufficialmente, è forte la presenza di interessi stranieri nel contrabbando e si è arrivati alla scoperta di singoli latifondisti che truccando le carte erano arrivati a possedere aree grandi quanto alcuni Paesi europei medi. A pochi mesi dalle elezioni presidenziali di ottobre, dove Lula concorrerà per un secondo mandato, i risultati del governo in politica ambientale non sono soddisfacenti. Il Brasile ha vissuto in questi anni un boom dell’ agricoltura, ai margini e dentro l’ Amazzonia, che ha accelerato gli interessi privati e la distruzione della foresta. Il 2004, per esempio, è stato il secondo peggior anno della storia per ettari di foresta perduta. Poi è iniziata una inversione di tendenza. Nel frattempo sono aumentati gli indici di violenza in molte regioni, legati alla lotta per le terre. Il caso più clamoroso è stato l’ assassinio di Dorothy Stang, una suora americana di 74 anni, uccisa nel febbraio dello scorso anno per mano di ladri di terra nello stato del Parà. Rocco Cotroneo